Coronavirus, come si vive in un dormitorio di Milano durante la pandemia. VIDEO

Cronaca

Giuliana De Vivo

La Casa del Giovane Lavoratore a Milano offre un tetto a prezzi abbordabili per chi non può permettersi un appartamento. A patto di condividere gli spazi. Il che, però, alza il rischio di contagio: i casi accertati di Covid 19 qui sono già quattro

Altro che livella. Se il virus Sars Cov 2 colpisce senza fare troppe distinzioni, le sue conseguenze accrescono invece le diseguaglianze. Lo sostengono in molti, lo testimonia la realtà. (AGGIORNAMENTI - SPECIALE - GRAFICHE - IL DISCORSO DI CONTE SULLA FASE 2)

Vita in comunità

La quotidianità della quarantena non è uguale per tutti, perché diverse sono le condizioni di partenza. Quella di Stefano, Walter e Vincenzo è fatta di bagni, frigoriferi e piani cottura condivisi con più di altre 80 persone: tante sono quelle che, mentre scriviamo, occupano un letto alla Casa del Giovane Lavoratore Don Orione, struttura ricettiva non alberghiera fondata a Milano nel 1967 per volontà dell'allora cardinale Montini – il futuro Paolo VI. “Il mandato - spiega il direttore della Casa, Marco Pirotta – era dare opportunità di alloggio agli ultimi, che però oggi, a dispetto del nome, non sono più solo i giovani, ma anche extracomunitari, padri separati, ex clochard che hanno riqualificato la propria vita: tutti coloro che magari hanno delle entrate economiche, seppure limitate, e che in una città come Milano hanno difficoltà a trovare abitazioni”. Qui con una retta di 270 euro al mese si sta in stanze da quattro, con 340 in una doppia. “La capienza totale – continua Pirotta - è di 120 persone, in questo momento di difficoltà sono riuscito a convincere alcuni ad andare via. Quelli che sono rimasti sono persone che, di fatto, non avrebbero un altro posto dove andare. Abbiamo allestito delle stanze ad hoc per l'autoisolamento di chi manifesta dei sintomi, ma di più non possiamo fare: non siamo un presidio sanitario, possiamo offrire alloggio ma non cure”. Qualche lavoratore precario venuto da altre regioni è riuscito a tornare a casa, per chi è rimasto questa vita di spazi comuni, in cui è diventato necessario il distanziamento sociale, si è fatta inevitabilmente più complicata. 

Stefano, compagno di stanza di uno dei contagiati 

Tra i quattro positivi al tampone, finiti in ospedale, c'è il compagno di stanza di Stefano Costelli, 60 anni, tre figli da due donne diverse, un matrimonio e tanta vita alle spalle. “All'inizio non avevamo capito che fosse un caso di Coronavirus, perché è anziano e aveva già altri problemi di salute”. Le sue cose sono ancora lì accanto al letto, un pantalone attaccato all'appendiabiti vicino alla porta. Lui, come gli altri tre casi, ha trascorso un periodo di autoisolamento prima del ricovero. Attualmente uno è stato dimesso ed è in attesa del secondo tampone negativo, tre sono in ospedale, uno di loro in terapia intensiva. “Qui stiamo cerchiamo di stare attenti, usiamo mascherine e cerchiamo di tenere le distanze, ma è un po' tutto un fai da te”, dice Stefano, che lamenta anche l'assenza di interventi più strutturati da parte dell'autorità sanitaria: “Possibile che nel momento in cui viene ricoverata una persona che vive dove ce ne sono altre 80 nessuno si preoccupi di fare un tracciamento di queste ultime?”. 

Il dovere di stare lontani dai propri cari

Se tutti soffrono a non poter vedere i propri cari per Walter Chiericozzi, 48enne con un bimbo di quasi tre anni, è un po' più dura. “Vivo qui da un anno. Sento il bimbo al telefono, facciamo delle videochiamate. Mi racconta quello che fa e cosa ha mangiato, a quest'età crescono velocissimo. Io gli mostro il tavolo da ping pong che c'è qui, che è un suo pallino”. Walter oggi fa il consulente del credito, ma ha lavorato per 16 anni in banca ed è stato licenziato un anno prima della separazione, avvenuta nel 2019. “Ho provato a ricucire con la mia ex moglie”, confessa, “ma non c'è stato verso. Però ha ragione a non farmi vedere il bambino: credo che qui il rischio di contagio sia più alto”. Per non rischiare di contagiare i propri cari ha scelto di restare qui, invece di prendere un treno per il sud e tornare nella sua Napoli, anche Vincenzo Iovine, 22 anni, studente di Economia degli intermediari finanziari. “Non me la sono sentita di esporre i miei familiari a questo rischio, potrei essere un asintomatico”, osserva.

Per non pesare sui suoi genitori Vincenzo lavora anche, sia come portinaio in un collegio della Cattolica sia come istruttore di arti marziali. “Con i miei allievi facciamo lezione via Whatsapp e Skype: ho cercato di riadattare la mia vita a una nuova normalità, anche per non perdere il rapporto con loro”. Il lavoro in portineria, invece, al momento è molto ridotto; non ci sono turni di notte, e per il resto “sto quasi sempre da solo, al massimo raccolgo qualche pacco in consegna dai fattorini ma anche su quello mi sento abbastanza sicuro: tanto io quanto loro indossiamo guanti e mascherina”. Il rischio maggiore, ammette Vincenzo, è proprio tra le mura della Casa del Giovane: “La cucina in questi giorni è quasi deserta, mentre prima della pandemia c'era sempre la fila. Io scendo una volta al giorno, per il resto sto tutto il tempo in camera e mangio qualcosa di arrangiato o degli snack”. Il tempo che avanza lo passa al telefono, con amici e con la madre: “È una mamma del sud, ci sentiamo tutti i giorni tre volte al giorno”. 

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