Credito cooperativo fiorentino: dal crac alla condanna a Verdini

La targa del Ccf. Sotto, Denis Verdini
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La vicenda per cui l’ex parlamentare di Forza Italia ed Ala è stato condannato inizia nel 2010, con una prima ispezione della Banca d'Italia. L’inchiesta s'intreccia con i contributi del fondo dell'editoria percepiti dai suoi giornali editi da finte cooperative

Le vicende del crac del Credito cooperativo fiorentino, la "banchina" fallita nel 2012 di cui Denis Verdini è stato presidente per vent'anni dal 1990, e dei contributi del fondo dell'editoria percepiti dai suoi giornali editi da finte cooperative, sono state oggetto di un'inchiesta condotta dai pm Luca Turco e Giuseppina Mione. Il procedimento giudiziario ha portato oggi, 3 luglio, alla condanna in appello a 6 anni e 10 mesi per l’ex parlamentare di Forza Italia e Ala. L'indagine della magistratura ha disegnato la rete di rapporti esistente tra il Credito cooperativo fiorentino e gli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei, soci della holding Hbf che controllava decine di società. Tra queste, l'impresa di costruzioni Btp, la catena di alberghi Una e la Immobiliare Ferrucci, considerata “scrigno” del comparto immobiliare del gruppo. 

Gli interessi di Fusi e Bartolomei

Secondo l'accusa, la banca aveva erogato decine di finanziamenti a società riconducibili a interessi di Riccardo Fusi (già condannato per l'inchiesta sulla “cricca” degli appalti, capitolo Scuola Marescialli di Firenze), Roberto Bartolomei e altri imputati su contratti preliminari basati su operazioni fittizie o comunque viziati da irregolarità di vario tipo. Un sistema che nel tempo avrebbe favorito una galassia di società - alcune fallite - contribuendo a svuotare il patrimonio del centenario istituto di credito. Nel processo i pm hanno evidenziato anche presunte carenze nei controlli della governance della banca, con mancate verifiche di operazioni quanto meno incaute o comunque estranee alla prassi del sistema creditizio.

Contributi per l’editoria senza averne diritto

Al crac era stato collegato pure il complesso meccanismo ideato per accedere senza averne diritto - sulla base di una sorta di fatturazione circolare tra le varie società per prestazioni e servizi - ai contributi per l'editoria di alcune testate locali. In questo filone processuale è entrata, infatti, la vicenda della bancarotta della Ste (Società Toscana Edizioni), che editava “Il Giornale della Toscana”, pubblicato dal 1998 al 2014 in abbinamento con "Il Giornale", della società Sette Mari e di altre società “service” collegate tra loro nella galassia editoriale e mediatica promossa a Firenze dallo stesso Verdini.

Nel 2010 ispezione della Banca d’Italia al Ccf

I guai dell'ex Credito cooperativo fiorentino iniziarono nel 2010, con una prima ispezione della Banca d'Italia. La situazione economica dell'istituto era traballante: dopo due anni di amministrazione straordinaria, nel 2012 il tribunale di Firenze ne sentenziò il fallimento. Ma mentre l'attività, a garanzia dei risparmiatori, venne rilevata da Chianti Banca, i pm fiorentini aprirono un'inchiesta. Secondo le ipotesi dei pm, Verdini aveva usato la banca come un “bancomat” personale. Le indagini a questo punto si allargarono anche all'altra attività di Verdini: il quotidiano “Il giornale della Toscana”, dorso regionale de “Il Giornale”, e i settimanali locali Metropoli. A editare questi giornali erano delle cooperative (la Società Toscana Edizioni srl e la Sette Mari scarl) che, sempre secondo le accuse, sarebbero servite a drenare i fondi pubblici. Più di 4 milioni all'anno di contributi vennero ad esse erogati dal Fondo per l'editoria, tra il 2005 e il 2009. Il 15 luglio del 2014, il gup Fabio Frangini dispose il rinvio a giudizio di tutti gli imputati.

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