Morte dj Fabo: iniziato il processo a Marco Cappato

Cronaca
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Il radicale si è presentato davanti alla Corte d’Assise di Milano. L’esponente dell’associazione Coscioni è imputato per aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani in una clinica svizzera. In suo sostegno è partita una campagna web con l’hashtag #ConCappato

Si è aperto davanti alla Corte d'Assise di Milano il processo a Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni ed esponente dei Radicali, imputato per aiuto al suicidio per la morte di Fabiano Antoniani, noto come Dj Fabo in una clinica svizzera col suicidio assistito, lo scorso 27 febbraio. Con l’inizio del processo è partita anche la campagna web con "l’hashtag #ConCappato, "rivolto a quanti vorranno sostenere simbolicamente sui social la coraggiosa azione legale", come spiegano dall'associazione Luca Coscioni.

"Una chiamata civile"

La campagna web, spiega ancora l'associazione, è "una chiamata civile ai cittadini italiani che vogliono essere liberi" e "una battaglia di tutti ma che avrà bisogno del supporto di tutti quelli che si vorranno schierare al fianco del tesoriere di Associazione Luca Coscioni, esposto in prima persona con un atto di disobbedienza civile per accelerare la regolamentazione sul fine vita in Italia, un tema attualmente affossato nelle aule del Senato". All’esterno del palazzo di Giustizia di Milano, si è tenuto anche un presidio dei radicali per sostenere Cappato.

In aula video delle sofferenze di dj Fabo

In aula a Milano, durante il processo, verrà proiettato anche un video per dimostrare le condizioni fisiche in cui si trovava dj Fabo, morto col suicidio assistito in una clinica svizzera, e la lunga agonia a cui sarebbe andato incontro nel morire senza supporto medico-farmacologico. Il filmato integrale, risalente allo scorso gennaio, verrà proiettato in aula davanti ai giudici togati e popolari in una delle due udienze già fissate per il 4 e il 13 dicembre, in cui saranno anche sentiti tutti i testimoni. I pm hanno anche chiesto e ottenuto di acquisire al dibattimento una copia del codice penale svizzero, una brochure sulla clinica 'Dignitas' vicino Zurigo, dove Antoniani, cieco e tetraplegico, è morto, una serie di fotografie ritraenti la clinica, "il certificato del dottor Veneroni sulla dimissione dal reparto di unità spinale" di Dj Fabo, "un certificato del dottor Veneroni sulla sua patologia", la certificazione clinica con l'anamnesi, le indicazioni delle terapie che Antoniani assumeva e le posologie dell'assunzione dei farmaci. Tra i testi della Procura, anche la madre di dj Fabo, la fidanzata Valeria, il medico curante e un consulente dei pm. Anche i legali Massimo Rossi e Francesco Di Paola hanno citato la mamma e la compagna di Antoniani e il medico Mario Riccio, che staccò la spina a Piergiorgio Welby. Lo stesso Cappato, imputato anche per aver "rafforzato il proposito suicidiario", sarà ascoltato in aula.

"Il processo è un’occasione per i diritti dei malati"

Questo processo, come ha spiegato Cappato ai cronisti dopo la breve udienza, "sarà un'occasione pubblica per verificare per le persone che soffrono e per i malati terminali quali sono i diritti di scelta sull'interruzione delle sofferenze, ma anche per chi vuole vivere". Per Filomena Gallo, avvocato e segretario dell'associazione Luca Coscioni, "i giudici in Italia sono costretti a sopperire all'immobilità del legislatore intervenendo e confermando di volta in volta tutele costituzionali fondamentali in assenza di leggi specifiche sul tema del fine vita". L'incapacità della politica ufficiale, prosegue Gallo, "a legiferare su questi argomenti, evidenzia sempre di più la crisi della nostra democrazia. Oggi il processo a Cappato rappresenta - aggiunge - un altro momento fondamentale per tentare di affermare la prevalenza dei principi costituzionali sul codice penale risalente al periodo fascista".

L’iter

Il 13 luglio scorso, i pm milanesi Tiziana Siciliano e Sara Arduini avevano chiesto il rinvio a giudizio per Cappato in base all'articolo 580 del codice penale. Un passaggio obbligato per la procura dopo che tre giorni prima il gip Luigi Gargiulo aveva disposto l'imputazione coatta per l'esponente radicale e bocciato la richiesta di archiviazione che avevano invece formulato i pm. Nel disporre l'imputazione coatta, il gip sottolineava che nel nostro ordinamento non esiste il "diritto a una morte dignitosa", tesi invece avanzata dalla procura: Cappato non andava processato perché aveva aiutato il 40enne Fabiano Antoniani nell'esercizio del suo diritto a morire in modo dignitoso, senza le immani sofferenze seguite all'incidente.

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