La Ong ambientalista è stata condannata negli Usa a pagare la contravvenzione al gestore del settore petrolifero Energy Transfer contro cui (sostiene il colosso) aveva fomentato le proteste dei nativi in North Dakota
Un tribunale distrettuale del North Dakota ha emesso oggi la sentenza finale sulla causa intimidatoria intentata dal gigante del settore petrolifero Energy Transfer (ET) contro Greenpeace International e Greenpeace negli USA, condannandole a pagare 345 milioni di dollari di danni all’azienda statunitense. Lo si legge sul sito ufficiale della ong. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” ha dichiarato Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace USA e Greenpeace Fund.
La Ong rischia il fallimento ma farà ricorso
Questa decisione rappresenta un duro colpo per l'associazione ambientalista impegnata nella lotta contro il cambiamento climatico, che in questa vicenda denunciava la volontà dell’operatore statunitense del settore degli idrocarburi di “metterla a tacere” mandandola in rovina. Greenpeace Usa era stata citata in giudizio dalla compagnia ET in relazione alle proteste del 2016 guidate dalle comunità indigene contro il passaggio dell’oleodotto Dakota Access, nella riserva di Standing Rock. L’azienda fossile statunitense, operatore dell’oleodotto contestato, sostiene senza fornire prove che le proteste siano state orchestrate da Greenpeace. L’organizzazione ha annunciato che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza.
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Quali sono le accuse contro Greenpeace
Ad approvare la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline è stata la prima amministrazione Trump. Di conseguenza puntali come un orologio svizzero le manifestazioni dei popoli indigeni, i Sioux, che per mesi tra il 2016 e il 2017 avevano protestato attirando un’importante copertura mediatica. Tra i personaggi a partecipare alle manifestazioni anche Leonardo Di Caprio. Molti si erano accampati nelle zone destinate ai lavori e, per disperdere i manifestanti, le forze dell’ordine avevano usato lacrimogeni e cannoni ad acqua. L’occupazione dei manifestanti aveva causato un ritardo nei lavori di costruzione dell’oleodotto sotterraneo che collega oggi il North Dakota all’Illinois ed è lungo quasi 2mila chilometri. L’accusa citava i reati di diffamazione, danneggiamenti e violazione della proprietà privata. Secondo il colosso, Greenpeace avrebbe pagato i manifestanti e comprato le attrezzature per farli incatenare sul poso. Una prima causa contro la Ong era stata archiviata nel 2019, mentre l’azione legale di ET presso il tribunale del Nord Dakota era invece proseguita fino al 2025 quando Greenpeace è stata condannata a pagare 665 milioni di dollari, cifra poi rivista a ribasso.