Le donne avranno lo stesso stipendio degli uomini fra 217 anni

Le donne avranno lo stesso stipendio degli uomini fra 217 anni (Getty Images)
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Ci vorranno più di due secoli per sanare il gap tra le paghe maschili e quelle femminili. È emerso al World Economic Forum di Davos; un anno fa le stime erano di 170 anni

Il divario tra uomini e donne si allarga. Secondo il Global Gender Gap Report 2017 presentato al World Economic Forum di Davos per raggiungere la cosiddetta "equal pay", parità di salario, e offrire a uomini e donne le stesse opportunità di carriera bisognerà aspettare 217 anni. Un risultato che mostra una controtendenza nelle politiche di genere nel mondo, dato che nei risultati dell'indagine 2016 questa soglia era stata fissata a 170 anni. E se l'Islanda resta al comando della classifica, brutte notizie per l'Italia, precipitata dal 50esimo all'82esimo posto.

Una brutta prima volta

Il Global Gender Gap Report 2017 prende in considerazione 144 Paesi del mondo, analizzando non solo stipendi e mobilità lavorativa, ma anche accesso alle cure sanitarie, istruzione e partecipazione alla vita politica. Come riporta The Guardian, secondo Saadia Zahidi, capo della sezione istruzione, gender e lavoro del World Economic Forum, si tratta di un risultato preoccupante. "Nel 2017 non dovremmo veder regredire i progressi verso la parità di genere. Alcune nazioni lo comprendono e ora stanno raccogliendo i dividendi dalle misure proattive messe in campo per modificare il gender gap". Eppure, se si colmasse la parità di genere, secondo il World Economic Forum il Pil mondiale aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari.

Il primato dell'Islanda

Con un gap colmato all'88% l'Islanda è il primo Paese per parità di genere al mondo. Si tratta di un primato che questa nazione continua a mantenere da nove anni. Subito dietro Norvegia e Finlandia, che stanno aumentando il proprio tasso di uguaglianza. Come riporta il World Economic Forum, il segreto di questo successo sta nella consapevolezza che il risultato non è un frutto spontaneo, ma nasce da azioni collettive messe in campo dal governo, dall'azione legislativa, dalle cosiddette quote rosa, dal ripensamento dei budget aziendali, nonché dall'azione solidale delle associazioni che si occupano dei diritti delle donne. Nonostante si tratti di un'isola, l'Islanda non lavora in modo "solitario" per perseguire la parità di genere. Oltre alle associazioni, è l'azione delle donne stesse nel creare verità alternative a quelle degli uomini, a cambiare le carte in tavola. Ne è un esempio la denuncia per molestie sessuali fatta da Bjork ai danni di Lars Von Trier. Infine, uomini e donne islandesi hanno imparato a condividere il potere, con gli uomini stessi a incentivare il raggiungimento di una maggiore uguaglianza tra i sessi. Questo ha influenzato tutti gli ambiti della vita pubblica. Infine, ricorda il Wef, c'è anche da sottolineare l'esistenza di un elemento culturale fortemente influente. Nella cultura islandese infatti il concetto di "donne forti", benché mitico, è molto radicato e si manifesta nelle libertà ottenute anche in campo religioso.

La posizione dell'Italia

Nel Global Gender Gap Report 2017 l'Italia si piazza all'82esimo posto su 144, posizionandosi dietro la Grecia (78esimo posto), il Belize (79esimo), Madagascar (80esimo) e Messico (81esimo). Nel 2015 eravamo al 41esimo posto. Nel 2016, al 50esimo. Nel report di quest'anno il balzo all'indietro è significativo, esattamente come le stime per la chiusura del gender gap globale: ben 32 posizioni più in basso. Gli uomini continuano a guadagnare di più delle donne, anche se queste lavorano di più: 512 minuti quotidiani contro i 453 dei colleghi uomini. La disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%), che perdono la speranza poi di trovare un lavoro molto più facilmente rispetto al "sesso forte" (40,3% contro il 16,2% degli uomini). Il Parlamento ha quote rosa per il 31% dei suoi partecipanti. Per quanto riguarda l'istruzione, brusco salto indietro: l'Italia si piazza in 60esima posizione. Le bambine che non vanno a scuola sono di più dei bambini (che utilizzano anche maggiormente internet), anche se le laureate restano in maggioranza. In fondo alla classifica anche per parità di accesso alle cure sanitarie (123esimo posto), c'è un'unica buona notizia: l'aspettativa di vita femminile resta ancora più alta di quella maschile. Già nel 2016 una ricerca commissionata dal World Economic Forum aveva dichiarato che, con una media di 89,2 anni, il nostro Paese è il terzo a livello mondiale per livelli di aspettativa di vita alla nascita.

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