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Rogo Thyssen, sorella di una vittima: “In galera i tedeschi assassini”

Piemonte

"Oggi il diritto alla giustizia è ancora negato e questo è inaccettabile", ha detto la sindaca di Torino Chiara Appendino, presente presente alla cerimonia per l'anniversario della tragedia in cui persero la vita sette operai

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"Speriamo che i maledetti tedeschi assassini siano buttati in galera. E vogliamo anche sapere perché gli assassini italiani siano già fuori. Nessuno ha pagato per la morte dei nostri cari". Sono queste le dure parole di Laura Rodinò, sorella di Rosario, una della vittime nel rogo dello stabilimento ThyssenKrupp in cui morirono sette operai il 6 dicembre 2007 a Torino. "È disumano aspettare 12 anni per avere giustizia. Sono indignata e spero che l'Europa riesca a far finire questo calvario giudiziario".

Le parole delle madri delle vittime

Le parole di Rodinò arrivano nel giorno dell’anniversario della tragedia. "Per alcuni la Thyssen si ricorda un giorno l'anno, per noi è un ricordo indelebile di quello che ci è stato portato via", sottolinea Rosina Demasi, madre di una delle vittime, durante la cerimonia di commemorazione. "Sono trascorsi 12 lunghi anni - aggiunge - e siamo ancora qui, questo è il nostro quotidiano, che ci vede purtroppo in una condizione immutata, con le porte del carcere che si sono aperte per far uscire invece che entrare i colpevoli", dice Demasi riferendosi agli indagati che hanno lasciato il carcere, Cosimo Cafueri, ex responsabile della sicurezza dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, e Marco Pucci, ex consigliere Thyssen detenuto a Terni. Due manager tedeschi dell'acciaieria, Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, sono stati condannati in via definitiva in Italia ma sono tuttora a piede libero in Germania.
Le 'mamme della Thyssen' vogliono "credere ancora nella giustizia perché in un Paese civile chi ha sbagliato paga. Dobbiamo pensare che il nostro Paese abbia perso questo senso di civiltà?", chiede ancora la Demasi, che punta il dito contro "quel maledetto stabilimento diventato un luogo abbandonato, un affronto e mancanza di rispetto che ritengo indegno per questa città. Non vogliamo più promesse - conclude - o abbracci, vogliamo giustizia".

La vicenda giudiziaria

La sentenza è da tempo eseguibile anche in Germania, ma i manager tedeschi condannati per il rogo della Thyssenkrupp sono ancora liberi. Per quella che è passata alla storia come una delle più sconcertanti tragedie sul lavoro degli ultimi tempi, nel 2016 la Cassazione ha condannato Cosimo Cafueri (6 anni e 8 mesi), Marco Pucci (6 anni e 10 mesi), Daniele Moroni (7 anni e 6 mesi) e Raffaele Salerno (7 anni e 2 mesi). Condannati anche Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz rispettivamente a 9 anni e 8 mesi e 6 anni e 10 mesi. Se i dirigenti italiani hanno cominciato il periodo di carcerazione nel 2016, ottenendo poi i servizi sociali, quelli tedeschi non hanno trascorso neppure un giorno in cella. E lo scorso 14 novembre la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha avviato un procedimento contro l'Italia e la Germania per capire come mai siano ancora liberi.  

La sindaca Appendino: "Diritto alla giustizia ancora negato"

Sul tema della giustizia è intervenuta anche la sindaca di Torino Chiara Appendino, presente presente alla cerimonia per l'anniversario della tragedia. "Oggi il diritto alla giustizia è ancora negato e questo è inaccettabile". Il primo cittadino ha reso omaggio "alla forza incredibile di lottare" delle familiari delle vittime, "donne straordinarie - ha detto - che sono un esempio per la società di cosa significhi non mollare e riportare al centro un diritto". "Ogni anno in questo giorno ci sono due emozioni - ha osservato Appendino -. Prima di tutto la rabbia, comprensibile e giustificabile, che forse potrà diminuire un giorno se ci sarà giustizia. E dobbiamo tutti essere vicini a voi con questa rabbia per ottenere una giustizia dovuta". Il secondo sentimento, ha proseguito, "è la speranza, che da quanto accaduto si impari, come società, affinché non si ripeta, perché non si può morire di lavoro".

La cerimonia di commemorazione

Alla cerimonia, fra gli altri, anche gli assessori regionali Elena Chiorino e Andrea Tronzano e, in rappresentanza della Corte d'Appello, Paola Dezzani, giudice a latere del primo grado del processo Thyssen. Dopo la commemorazione i familiari hanno potuto vedere il cantiere del memoriale dedicato ai 7 operai che sarà completato per l'estate.  

Boccuzzi: "La classe operaia va in Paradiso"

"La classe operaia va sicuramente in Paradiso, perché per molti l'inferno non può essere vissuto in tutte e due le vite”. Scrive così, in un post Antonio Boccuzzi, l'operaio poi parlamentare sopravvissuto al rogo della Thyssen, ricordando i colleghi morti 12 anni fa. "La classe operaia va in Paradiso perché abbiamo ancora tante cose, troppe, da riprendere e portare a termine" prosegue il ricordo, che accompagna una foto delle vittime. "La classe operaia va in paradiso perché non penserete davvero che quelle nuvole assumano certe forme senza che qualcuno sia li a modellarle La classe operaia va in Paradiso perché troppe mamme, troppi figli, pregano per i loro eroi blu. La classe operaia va in Paradiso perché quando tutti dormono o sono in discoteca, dentro le fabbriche si suona la musica della macchina, dei suoi ingranaggi, lo stridere di viti e bulloni che si stringono, del martello che batte, del maglio che picchia, di Mario che urla a Gino. La classe operaia va in Paradiso perché li non ci sono le stagioni, li non fa troppo caldo o troppo freddo, non ci sono finestroni o forni immensi. La classe operaia va in Paradiso perché almeno li siamo tutti uguali e non ci sono matricole da portare o cartellini da timbrare. La classe operaia va in Paradiso perché gli angeli hanno le ali, ma anche la tuta…".