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La nuova mano robotica sensibile che permette di orientarsi al buio

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2' di lettura

Si tratta di una protesi di ultima generazione sempre più simile per abilità e funzioni al vero arto. È stata presentata al convegno 'Mano bionica, dalle origini della ricerca alle sperimentazioni su soggetti amputati’, tenutosi nella capitale 

Quando l’innovazione tecnologica e la scienza cooperano tra loro il risultato può essere sorprendente. È questo il caso della nuova mano robotica super sensibile e precisa sviluppata dalla Biorobotica. Si tratta di una protesi di ultima generazione sempre più simile per abilità e funzioni al vero arto. La nuova tecnologia può essere collegata direttamente ai nervi delle persone e grazie alla capacità di captare le informazioni sensoriali è in grado di percepire gli oggetti che afferra.
La mano robotica è stata presentata in occasione del convegno 'Mano bionica, dalle origini della ricerca alle sperimentazioni su soggetti amputati', tenutosi all'Accademia dei Lincei a Roma il 21 febbraio 2019.

La nuova protesi permette di orientarsi al buio

La nuova protesi, sviluppata da due team di ricercatori coordinati da Silvestro Micera, della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e del Politecnico Federale di Losanna, e da Paolo Maria Rossini, della fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli - Università Cattolica di Roma, permette ai pazienti di orientarsi anche al buio.
Comprende, infatti, come riporta la rivista Science Robotics, una tecnologia in grado di donare il tatto alle persone che lo avevano perso con l’amputazione, diminuendo il ruolo svolto dalla vista nel loro orientamento nello spazio.
“Questo tipo di studi dimostra che l'Italia è uno degli avamposti in queste tecnologie, che contribuiscono al miglioramento del Servizio sanitario nazionale”, spiega Maria Chiara Carrozza, presidente della Società Nazionale di Bioingegneria.

Recupero del tatto perso con l’amputazione

Stando al parere degli esperti, dopo un breve periodo di riabilitazione e studio della protesi, i pazienti sono in grado di percepire chiaramente gli impulsi sensoriali captati dalla mano robotica. Così facendo viene meno una delle barriere che finora ha ostacolato il ruolo delle precedenti tecnologie, non percepite come parte integrante del proprio corpo.
“L’eccessiva dipendenza dalla vista, dovuta all'assenza di un segnale sensoriale, è un problema che ha contribuito finora alla mancanza di naturalezza nell'usarla”, spiega Carrozza. “Con la mano bionica invece il cervello riesce a combinare le informazioni sensoriali in maniera efficace. Gli elettrodi funzionano per più mesi, aprendo la strada a un impianto di tipo cronico”.  

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