Crisi dei semiconduttori: cos'è e come risolvere la carenza di microchip. VIDEO

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La mancanza di materiali con cui si realizzano i circuiti elettronici sta mettendo a dura prova il settore ad essi legato. I grandi colossi sono riusciti ad accaparrarsi forniture dai produttori asiatici, per tutti gli altri, specie le case automobilistiche, rimangono briciole. Il parere di Ludovico Ciferri, presidente di Advanet

Da mesi ormai si parla della "crisi dei semiconduttori" (materiali speciali che si utilizzano per realizzare le componenti di base dei chip) che ha colpito il mercato dell'elettronica di consumo. A farne le spese in modo particolare la produzione automobilistica (ma non solo), la cui produzione ha subito fortissimi rallentamenti. 

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I semiconduttori sono la struttura materiale che permette il funzionamento di televisori, smartphone, auto, frigoriferi, auto e anche aerei. La crescita esponenziale della domanda di prodotti elettronici causata dalla pandemia da Covid-19, oltre alle crescenti tensioni tra Usa e Cina, ha colto impreparate le aziende produttrici, innescando una crisi nella catena di approvvigionamento senza precedenti.

Il chip crunch: colpa dello smartworking?

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Sul chip crunch pesano due fattori. Il primo è un errore di calcolo: le aziende coinvolte nella produzione, a inizio pandemia, hanno tagliato le previsioni di vendita, dando vita a un effetto boomerang amplificato dalla durata della pandemia stessa e dal ricorso globale allo smartworking. 

L'aumento della domanda per i device

La domanda è aumentata in modo esponenziale per via dell’acquisto di nuovi device e i fornitori di parti elettroniche hanno riprogrammato la produzione di semiconduttori e chip per assecondare le richieste del mercato, puntando così su componenti per computer portatili, tablet e smartphone. Questa costante richiesta ha portato all’esaurimento della disponibilità prima nell’industria elettronica e ora il settore dell’automotive, connesso per il 60% ai semiconduttori.

Briciole per le case automobilistiche

Per le case automobilistiche, infatti, sono rimaste solo le briciole, dal momento che i componenti fondamentali per la produzione (vale a dire i semiconduttori, o microchip) se li sono accaparrati le aziende dotate di catene di approvvigionamento flessibili e snelle, che hanno ottenuto il materiale dai produttori asiatici.

Quando finirà la crisi?

Questa situazione è molto complicata. Iniziata con la pandemia, la domanda che sorge spontanea è la seguente: quando finirà? Purtroppo ancora non se ne vede la fine, anche perché per mettere a terra un Impianto produttivo di semi conduttori ci vogliono veramente diverse decine di miliardi di dollari. Lo riferisce Ludovico Ciferri, presidente di Advanet, in un'intervista a Sky TG24.

Grandi investimenti

Secondo Ciferri, ci vogliono dai 10 ai 20 miliardi di dollari per un impianto di microchip. “È un investimento estremamente importante che deve avere un suo ritorno”. Fino a qualche anno fa gli Stati Uniti erano il secondo Paese al mondo per la produzione di semiconduttori. Oggi ha perso questo primato anche per colpa della introduzione di una nuova legge sulla proprietà intellettuale che tutela meno e quindi porta “una minore disponibilità da parte degli investitori di rischiare perché poi la probabilità che la soluzione venga piratata ad altre società in giro per il mondo è abbastanza alta”, aggiunge il presidente di Advanet.

Gli Stati Uniti investono decine di miliardi

Questo tuttavia non sta fermando gli Usa, riferisce ancora Ciferri: gli Stati Uniti sono molto avanti nella riflessione su come rimettere a terra capacità produttive. In prima linea c’è Intel che ha stanziato svariate decine di miliardi di dollari per impianti produttivi. “Il governo Biden ha una task force da mesi organizzata su questo”.

Catch Up produttivo negli Usa

Insomma, si parla di un piano di investimenti da 150 miliardi di dollari. Questi investimenti permetteranno all’America di fare un “catch Up produttivo” nel prossimo futuro, non meno di due-tre anni però. “Nel frattempo tutto il mondo dovrà fare i conti con una dipendenza che ci siamo auto inflitti col mondo asiatico. Corea, Taiwan e Cina”, dice Ciferri.

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