Euro 2020 e cattivi maestri: perché gli inglesi si tolgono la medaglia

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Cristian Paolini

©Getty

Si tratta di un (mal)costume diffuso un po’ su tutti i campi di calcio del mondo e che è stato messo in discussione da pochissimi tra cui Guardiola

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Maestri forse, ma non di sportività. Gli inglesi premiati con la medaglia dei secondi a Euro 2020 non hanno fatto nulla per dissimulare il fastidio per quell'oggetto poco gradito, togliendoselo pressoché immediatamente dal collo. Un (mal)costume a dire il vero diffuso un po’ su tutti i campi di calcio del mondo, in occasioni come questa, che fa riflettere sul fatto che sarebbe necessario costruire un’etica diversa anche per il pallone, perché, pur senza la controprova, non siamo certi che noi a parti invertite non avremmo avuto lo stesso atteggiamento. E anzi in passato ne abbiamo dato ampia dimostrazione. (LA FINALE DI WEMBLEY - MATTARELLA COME PERTINI. LE FOTO -  ITALIA CAMPIONE D'EUROPA, SEGUI LA DIRETTA)

I calciatori sono modello, non solo sul campo

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Senza retorica, si tratta di un aspetto non marginale, non fosse altro perché gli eroi del calcio sono modello per tanti giovani che anche attraverso i gesti dei loro beniamini imparano a comportarsi dentro e fuori dalla sfera ludica o agonistica. L’esempio di Josep Guardiola, che dopo la sfortunata (per il suo City) finale di Champions di quest’anno ha guardato con affetto la “medaglia della sconfitta”, baciandola con delicatezza ha fatto sensazione. Mentre è il contrario che dovrebbe rappresentare una, brutta, eccezione. I gesti e i modi sono importanti, e non definiscono solo gli uomini, ma un mondo intero, quello del calcio che ha bisogno di essere profondamente decostruito e ripensato visto che è riuscito a dividersi anche sul modo di manifestare il proprio impegno contro il razzismo. Si tratta di una lotta di civiltà sportiva che per esteso diventa di civiltà tout court e di cultura, non di sotto cultura come viene spesso bollata quella degli stadi. In fondo, a proposito di cattivi maestri, o almeno non ineccepibili, anche Billie Joe Armstrong, il leader dei Green Day, non il nipotino di quel “barboso” di De Coubertin, l’ha spiegato bene: non c’è nulla di male a essere un perdente, dipende da quanto sei bravo a farlo.           

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