Superlega, rivoluzione fallita in 48 ore

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Giuseppe De Bellis

Giuseppe De Bellis

Due giorni tra l’annuncio di una trasformazione epocale e la ritirata totale o quasi: 12 club tra i più importanti d’Europa che parevano solidissimi nella loro convinzione si sono sgretolati con una facilità che ha dell’incredibile

La rivoluzione che avrebbe dovuto cambiare il calcio europeo è finita in meno di 48 ore. Due giorni tra l’annuncio di una trasformazione epocale e la ritirata totale o quasi: 12 club tra i più importanti d’Europa che parevano solidissimi nella loro convinzione di cambiare il football, di volersi rendere autonomi dall’Uefa (forse meno dalle federazioni nazionali, ammesso che si potesse fare una qualche distinzione) si sono sgretolati con una facilità che ha dell’incredibile, che ha fatto ricredere tutti, compresi molti giornalisti, molti opinionisti che la distanza tra i ribelli e le istituzioni del calcio mondiale ed europeo fosse incolmabile. Forse lo sarà a parole, ma nei fatti no: il progetto è sospeso, congelato. Restano molti cocci e una figura non esattamente brillante dei dodici club, in particolare dei tre italiani e del Real Madrid che sono stati gli ultimi a mollare e a cercare di tenere in vita un progetto che ha cominciato a non tenere più dalla prima voce che vedeva il Chelsea cedere per primo. In realtà il primo a cedere è stato il Manchester City, poi si sono accodate tutte le altre inglesi, con l’Arsenal che ha addirittura chiesto scusa ai tifosi per un’idea “sbagliata”.

Il cerino in mano

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Il cerino in mano a Juventus, Inter, Milan, Real si è spento e s’è trasformato in una cenere che sa di brutta figura, tanto più se sono vere le ricostruzioni sulle conversazioni tutt’altro che eleganti nell’incontro in Lega di Serie A di lunedì.

Il cerino è anche ciò che rende alcune delle legittime riflessioni fatte dai club e dai loro presidenti un po’ una spacconata finita male. Eppure i problemi posti dai club che volevano la Superlega restano e non si cancellano con il coro di no della politica europea, comunitaria e dei singoli Paesi. Questi club rappresentano il vero motore del calcio europeo in termini di tifosi e di volume complessivo d’affari: pretendere più partite tra loro, creare formule che portino più ricavi è legittimo. Così come lo è volere riforme dei campionati nazionali che lascino più spazio alle competizioni internazionali.

Che cosa resta?

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Che cosa resta quindi di queste 48 ore?

1) La forza e la coesione tra club non era così solida, a meno che non avessero stimato la reazione così decisa di Uefa, Fifa e soprattutto governi.

2) I temi posti dai club, appunto. Esempio: perché possiamo vedere Federer-Nadal ogni settimana e invece Manchester

City-Real Madrid una sola volta all’anno? Forse la soluzione non era quella della Superlega, ma il problema resta e sarà anche compito delle istituzioni sportive europee e nazionali trovare una sintesi tra il governo del calcio e le esigenze di chi poi in realtà il calcio lo fa, ovvero i club e questi 12 club rappresentano una parte enorme del gioco, oltre che del business ed è pertanto logico che in una cornice di regole condivise percepiscano anche più soldi.

3) La forza del governo inglese, il più duro contro i club britannici che hanno fondato la Superlega e il più risoluto a tutela della Premier League, il campionato più ricco del mondo e il più competitivo.

4) La differenza di approccio e di comunicazione. In Inghilterra i calciatori e gli allenatori hanno espresso opinioni, hanno fatto parte del sistema, in Italia no.

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