Rafa Nadal, il manager: "Con la serie Rafa speriamo in un Emmy e in una seconda stagione"
Serie TVUna carriera sportiva tra le più dense e raccontate del tennis mondiale continua a generare materiale narrativo anche fuori dal campo. È questo il caso del progetto audiovisivo che ne ripercorre la dimensione pubblica e privata di un mostro sacro dello sport dalla pallina gialla. Una produzione che, secondo il suo entourage, potrebbe non esaurirsi in una sola stagione. A parlare del futuro della serie è Benito Perez–Barbadillo, manager del campione spagnolo, intervenuto diurante un'intervista concessa a LaPresse
La storia di Rafa Nadal continua a suscitare interesse ben oltre i confini del tennis giocato. Dopo una carriera che lo ha portato a conquistare 22 titoli del Grande Slam e a diventare una delle figure più riconoscibili e apprezzate dello sport mondiale, il campione spagnolo è ora al centro di Rafa, la miniserie documentaria distribuita da Netflix che ne racconta il lato più intimo e umano.
Un progetto costruito attraverso un lungo lavoro di riprese, capace di mostrare non soltanto il campione, ma anche la persona dietro ai successi e alle difficoltà. E proprio la ricchezza del materiale raccolto, unita al positivo riscontro ottenuto dal pubblico, lascia aperta la possibilità che il racconto possa proseguire con una seconda stagione, un'ipotesi che il manager di Nadal, Benito Perez–Barbadillo, non esclude affatto.
A parlare del futuro della serie è Benito Perez–Barbadillo, manager del campione spagnolo, intervenuto diurante un'intervista concessa a LaPresse.
Il progetto documentario e l’ipotesi di un seguito
L’opera, la miniserie Rafa, è stata realizzata da Netflix e costruita su un archivio estremamente ampio: per un intero anno le telecamere hanno seguito il tennista in modo continuativo, ventiquattro ore su ventiquattro, accumulando un materiale definito molto vasto.
Proprio questa abbondanza di contenuti apre alla possibilità di una prosecuzione. “Un Rafa 2? Aspettiamo, vediamo come va e quale sarà la percezione del pubblico con la miniserie appena uscita. Speriamo di vincere magari un Emmy e poi si vedrà. Ci sono tante ore filmate, per un anno intero hanno seguito, 24 ore su 24. E di materiale ce n’è”.
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Accoglienza e impatto emotivo del racconto
Secondo il manager, il riscontro iniziale del documentario sarebbe particolarmente positivo, soprattutto per la sua capacità di entrare in sintonia con il pubblico. L’opera, infatti, non si limiterebbe a rivolgersi a chi già conosce la figura di Nadal, ma offrirebbe anche a chi lo osserva da fuori la possibilità di scoprirne aspetti inattesi.
Il racconto, diffuso da Netflix (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick), avrebbe inoltre colpito per la sua componente emotiva, tanto da essere citato in ambienti sportivi di primo piano. Lionel Messi, ad esempio, ne avrebbe parlato dopo il suo debutto ai Mondiali, segnato da una storica tripletta. Perez–Barbadillo ha spiegato: “Il feedback che stiamo avendo sul film è molto positivo, va al cuore delle persone. Quelli che conoscono Rafa imparano cose che non sapevano, chi non lo conosceva scoprono un personaggio che sorprende sempre. E’ un documentario molto commovente”.
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Il ritratto umano e sportivo di Nadal
Oltre ai risultati agonistici, il documentario Rafa insiste sulla dimensione personale del campione spagnolo, indicandone la forza caratteriale come elemento centrale della sua storia. Nadal viene descritto come un atleta capace di andare oltre il perimetro sportivo, grazie a un insieme di qualità che ne definiscono l’identità pubblica e privata.
Secondo il suo manager, il punto decisivo non sarebbe soltanto ciò che ha ottenuto in campo, ma il modo in cui ha costruito il proprio percorso. “A rendere Nadal un personaggio che va oltre lo sport è anche per quello che ha fatto non solo a livello sportivo. A colpire è la persona, dentro e fuori dal campo, educata, con valori molti forti e con una voglia di competere e fare bene. Queste sono le chiavi e poi ha questa tendenza a superare gli ostacoli. Insegna resilienza, umiltà, competizione. Lui stesso ha detto una cosa significativa, ‘io non sono un vincitore ma sono solo una persona molto competitiva’. E’ sempre stato così fino alla fine della sua carriera quando ha visto che non c’era più benzina nel serbatoio”.
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Un modello per le nuove generazioni
Nel racconto di Perez–Barbadillo, la figura di Nadal assume anche una funzione esemplare rivolta ai più giovani, che osservano i campioni come punti di riferimento comportamentali oltre che sportivi. Il tennista spagnolo, in questa prospettiva, ha sempre attribuito grande importanza alla propria immagine pubblica e al messaggio trasmesso.
Il manager ha sottolineato come questa consapevolezza sia stata costante nel tempo, sostenuta anche dall’ambiente in cui il giocatore è cresciuto. “I ragazzi guardano i campioni e loro sanno che sono personaggi che devono dare il buon esempio. Rafa dice sempre che vuole essere ricordato come una brava persona, per lui è molto importante ed è quello che ha sempre cercato di fare. Ha avuto una bella educazione, ha saputo circondarsi di gente che non aveva problemi nel dire le cose come stavano e che hanno sempre pensato al suo meglio. Tutto questo insieme al lavoro costruisce la persona. Lo conosco da quando aveva 15 anni”.
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L’Accademia e la progettazione del futuro
Da circa dieci anni, uno degli elementi centrali nel percorso di Nadal è rappresentato dalla sua accademia, pensata come progetto strutturato per la formazione delle nuove generazioni. L’iniziativa, secondo il suo entourage, nasce da una visione chiara e precoce del proprio futuro oltre la carriera agonistica.
Perez–Barbadillo ha evidenziato come questa scelta sia stata pianificata con attenzione e radicata in una dimensione personale e territoriale ben definita. “Da ormai dieci anni per Nadal al centro dei suoi progetti c’è l’Accademia “che ha sempre avuto chiara in mente, di farla a casa sua per aiutare i giovani e dar loro tutto cio di cui necessitano per sviluppare il talento. Nadal si è saputo preparare il suo futuro e l’ha fatto in maniera esemplare”.
Un rapporto costruito nel tempo
Il manager ha inoltre ricordato la propria lunga relazione professionale con il campione, sottolineando come fin dagli inizi emergessero caratteristiche fuori dal comune. Il primo impatto risale ai primi successi giovanili sulla terra rossa, quando Nadal era ancora adolescente.
“Già quando era piccolo ho capito che era un persona diversa, vinse il suo primo titolo tp sulla terra rossa a 15 anni e mi colpì fin da subito. Ho venti anni più di lui ma dico sempre che è lui ad avermi insegnato tantissime cose, rispetto, educazione, sportività, dentro e fuori dal campo”.
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Roma 2025, Sinner e il legame con il pubblico italiano
In qualità di produttore esecutivo del docu-film, Perez–Barbadillo ha inoltre chiesto che venisse inserita nella serie una sequenza legata alla festa tributata al tennista dal pubblico romano durante gli Internazionali del 2025, episodio che definisce particolarmente significativo nella propria esperienza professionale.
Il manager ha anche affrontato il tema della crescita del tennis italiano e del ruolo di Jannik Sinner, sottolineando la forte passione del pubblico e il momento favorevole del movimento. “E’ stata una delle più impattanti della mia carriera, è stata totalmente spontanea e mi vengono ancora i brividi. Gli italiani sono meravigliosi, pieni di passione. E non mi sorprende la Sinnermania. Jannik lo conosco da tempo, tifo per lui, è una persona seria e responsabile. Sono contento per l’Italia, nel tennis è il suo momento come lo è stato per la Spagna. Lo chiamo contagio-Sinner. Purtroppo l’Italia nel calcio non è ai Mondiali ma ci appoggiamo al tennis, uno sport globale che porta alto il nome dell’Italia, un Paese che amo”.