Il Signore delle Mosche, recensione dei primi 2 episodi della serie Sky Exclusive

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Paolo Nizza

Paolo Nizza

Sono disponibili su Sky e in streaming su NOW i primi due episodi del primo adattamento televisivo del romanzo di William Golding, firmato da Jack Thorne. In questi due capitoli, dedicati a Piggy e Jack, si introduce la nascita della leadership, la paura della “bestia” e il fragile equilibrio tra civiltà e barbarie. La serie si concluderà domenica 1° marzo con la messa in onda degli episodi 3 e 4.

L’infanzia non finisce con un urlo.
Finisce con una risata.
Con qualcuno che ti chiama con un soprannome davanti agli altri.

Il primo episodio de Il Signore delle Mosche si intitola Piggy. E in quel nome c’è già tutto: la gerarchia, il branco, il potere che nasce dalla vergogna. Prima della caccia, prima della “bestia”, prima del sangue, c’è l’umiliazione. È lì che la civiltà comincia a incrinarsi.

Il primo adattamento televisivo del romanzo di William Golding è suddiviso in quattro episodi (i primi due disponibili su Sky e NOW). Jack Thorne, già autore di Adolescence, struttura la serie come una staffetta morale: ogni episodio prende il nome da un personaggio — Piggy, Jack, Simon, Ralph — offrendo prospettive complementari su uno stesso crollo.

I primi due capitoli non raccontano soltanto la sopravvivenza di un gruppo di ragazzi dispersi su un’isola del Pacifico. Raccontano la nascita del potere. E la sua seduzione.

Piggy: la democrazia è una lente fragile

L’episodio inaugurale si apre con un gesto semplice e simbolico: una mano che cerca gli occhiali nella sabbia. Senza quelle lenti non si vede. Senza visione non si organizza nulla.

Piggy è l’intelletto, la parola, la razionalità. È lui a intuire l’uso della conchiglia come strumento democratico: chi la tiene parla, gli altri ascoltano. È lui a insistere sulla necessità di un registro, di regole, di attenzione verso i più piccoli. È lui che comprende che il fuoco sulla montagna non è un gioco ma una possibilità concreta di salvezza.

La serie accentua l’empatia verso questo personaggio, avvicinandoci al suo respiro asmatico, alla fatica di farsi ascoltare, alla consapevolezza di essere percepito come debole. Non è solo il bersaglio del gruppo: è l’architrave morale.

Eppure, fin dall’inizio, la sua voce pesa meno del carisma fisico di Ralph o dell’energia di Jack. È una dinamica antica: l’intelligenza propone, la forza attrae.

Quando il fuoco acceso per attirare i soccorsi sfugge al controllo e un bambino scompare, la tragedia non è solo accidentale. È il primo segnale che l’ordine richiede disciplina, e la disciplina richiede rinuncia. I ragazzi non sono pronti.

La conchiglia stretta al petto nell’ultima scena dell’episodio non suona come trionfo. Suona come difesa.

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Il Signore delle Mosche, il cast della serie tv in esclusiva su Sky

Jack: il fascino dell’istinto

Il secondo episodio, Jack, cambia asse narrativo e ritmo emotivo. Se il primo capitolo costruiva l’ordine, il secondo ne mostra la fragilità.

Jack è inizialmente il capo del coro, un ragazzo ambizioso e ferito dalla sconfitta nell’elezione. Ma la serie evita di trasformarlo in una caricatura del male. Lo osserva mentre scopre qualcosa di più potente della razionalità: il consenso generato dalla paura.

La caccia diventa rito di appartenenza. Il sangue è prova di coraggio. Il gruppo si compatta attorno a chi promette azione, non a chi propone prudenza.

Quando Jack lascia spegnere il fuoco — perdendo una possibile occasione di salvataggio — non è solo irresponsabilità. È una scelta simbolica: meglio dominare un’isola che attendere un’autorità esterna. Meglio il potere immediato della tribù che la pazienza della democrazia.

La paura della “bestia”, inizialmente sussurrata da un bambino, si trasforma progressivamente in strumento politico. Il mostro non è ancora visibile, ma è già utile. È la minaccia che giustifica il controllo.

E qui la serie trova una delle sue intuizioni più contemporanee: la leadership nasce dalla gestione della

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Il Signore delle Mosche, la serie di Jack Thorne in esclusiva su Sky

Natura e guerra: un’allegoria che respira ancora

Golding scriveva nel 1954, in pieno clima postbellico. Un gruppo di ragazzi evacuati dalla guerra finisce su un’isola e, nel tentativo di ricreare la civiltà, la distrugge. Era un’allegoria netta: sotto la superficie della cultura si nasconde l’istinto.

La serie non tradisce questo impianto, ma lo amplia psicologicamente. Thorne non si limita a mostrare la caduta; prova a capire cosa la rende possibile. Non si tratta soltanto di “male”, ma di fragilità, bisogno di riconoscimento, competizione maschile, identità in formazione.

La regia di Marc Munden contribuisce a questo sguardo. Girata in Malesia, la serie sfrutta una natura lussureggiante e luminosa. L’isola non è minacciosa di per sé. È splendida. Ed è proprio questo contrasto a inquietare: la bellezza esterna amplifica l’oscurità interiore.

Anche la colonna sonora — con Cristobal Tapia de Veer e il contributo di Hans Zimmer per il tema principale — lavora per sottrazione più che per enfasi. Non invade, ma accompagna. Non suggerisce orrore esplicito, ma una tensione costante, come un filo che si tende sempre di più.

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Il Signore delle mosche: il trailer della serie evento Sky Exclusive

La serie Funziona?

Sì, ma non per nostalgia.

Chi si aspetta la brutalità immediata del romanzo potrebbe trovare la serie più dilatata, più contemplativa. Ma questa lentezza ha una funzione: farci assistere alla trasformazione, non solo al risultato.

Nei primi due episodi il crollo non è ancora totale. È progressivo. Si vota un leader. Si accende un fuoco. Si perde un bambino. Si spegne una possibilità di salvezza. Si forma una tribù.

È un laboratorio politico in miniatura.

E la cosa più disturbante è che non c’è bisogno di adulti per replicare le stesse dinamiche che governano il mondo esterno.

Piggy propone regole.
Jack promette forza.
Ralph tenta equilibrio.
Il gruppo osserva. Poi sceglie.

Appuntamento con gli ultimi 2 episodi

Domenica 1° marzo andranno in onda gli ultimi due episodi, dedicati a Simon e Ralph. Se i primi due capitoli hanno costruito la crepa, i prossimi mostreranno il crollo definitivo: la spiritualità isolata di Simon e il peso insostenibile della leadership di Ralph.

La conchiglia, ormai, non suona più come una promessa. Suona come un ricordo.

E l’isola, da rifugio, si sta trasformando in specchio.

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