Who By Fire, il tour di Leonard Cohen durante la guerra del Kippur diventa una serie

Serie TV

Manuel Santangelo

©IPA/Fotogramma

Yehonatan Indursky è a capo di questo progetto, con cui si cercherà di ricostruire il tour compiuto dal cantante nel 1973, durante il quarto conflitto arabo-israeliano. La storia di quell'esperienza terribile e particolare insieme è già stata raccontata qualche tempo fa in un libro omonimo

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Nel 1973 Leonard Cohen non stava vivendo un gran periodo. Non sopportava la donna con cui stava, non sopportava il fatto che un figlio gli imponesse di creare con lei quantomeno un simulacro di famiglia e soprattutto sentiva di non sopportare neanche se stesso. L’ispirazione era poca e il cantante sentiva di essere preda di un crescente narcisismo, che gli impediva di vedere chiaramente le cose. Per staccarsi da tutto decise allora di compiere una scelta drastica: partì alla volta del Sinai, lì dove si stava combattendo una guerra ogni giorno più sanguinosa, e  cercò di fare quello che poteva portando ai soldati ciò che aveva: la sua musica. La storia di questo particolare tour, già raccontata in un libro, si prepara a diventare materiale per una serie  intitolata Who By Fire.

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Il 6 ottobre 1973 la guerra del Kippur ebbe inizio, dando il via a una tremenda escalation di violenza che alla fine avrebbe lasciato sul campo 2656 uccisi, nel Sinai o sul Golan, e quasi 12mila feriti. Cohen partì deciso a portare conforto ai soldati che si erano trovati a battersi senza avere neanche piena contezza del perché (ammesso che ce ne fosse uno). Voleva dargli una via di fuga dalle sofferenze attraverso la musica e invece furono loro a indicargli una nuova strada in un momento di crisi: “Sono venuto per sollevare i loro spiriti e loro hanno sollevato il mio”, racconterà il cantante e poeta in una delle rare interviste del periodo. Leonard Cohen era una star “collaterale” nella scena di quegli anni, abbastanza famoso da esibirsi con i migliori ma non proprio una popstar. Solo qualche anno prima era apparso al festival dell’isola di Wright di fronte a mezzo milione di persone: prima di lui Joan Baez era stata insultata e a Jimi Hendrix avevano bruciato addirittura il palco durante la performance. A lui nulla, quasi come se la sua figura fosse troppo eterea pure per essere contestata. Cohen invece voleva essere considerato a pieno, voleva il contatto con il pubblico, voleva confrontarsi anche con la realtà più dura. Per questo, a un certo punto, mollò tutto (anche la famiglia) e partì alla volta di Israele. Mise una camicia color kaki per mescolarsi tra i soldati e portò con sé la chitarra e diversi taccuini che sarebbero stati in fretta riempiti. Da questi ultimi partirà poi Matti Friedman per scrivere Who By Fire: Leonard Cohen in the Sinai (da noi Il canto del fuoco), un libro che ripercorre forse il tour più strano della carriera dell’artista e che sarà usato presto come base per una serie omonima.

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A occuparsi dei dodici episodi di Who By Fire: Leonard Cohen in the Sinai sarà Yehonatan Indursky. L’uomo che ha portato al successo di Shtisel lavorerà a questo ambizioso progetto le cui riprese inizieranno nel 2024. La storia al centro della serie è particolare ed appassionante, in grado di raccontare al contempo sia l’orrore della guerra sia l’umana vicenda di un uomo alla ricerca di se stesso

Cohen conosce a Tel Aviv un gruppo di musicisti pronti a partire alla volta del Sinai per rallegrare le truppe e non ci pensa due volte a seguirli. Sarà l’inizio di un viaggio nel cuore di un conflitto davvero sanguinoso, un tour fatto di concerti improvvisati in cui questo trentanovenne canadese con la chitarra a tracolla suona un po’ dove può. Fa la spola fra le varie basi militari e gli ospedali, arrivando a performare fino a sette-otto spettacoli al giorno per tre mesi. Quando non si esibisce riempie taccuini, scrivendo di tutto. A un certo punto si appunta i versi “Ho chiesto a mio padre, gli ho chiesto un altro cognome”. È la genesi di Lover Lover Lover, uno dei futuri cavalli di battaglia di Cohen. Forse quel “torna da me” contenuto nella canzone lo dice una madre o una fidanzata a un soldato o forse a pronunciare quell’invocazione è proprio un milite, riferendosi a Dio.

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Secondo uno studio compiuto prendendo in considerazione i gusti musicali delle truppe americane in Vietnam, i soldati ascolterebbero soprattutto canzoni su sentimenti come nostalgia e solitudine mentre sono sul campo di battaglia: Lover Lover Lover sicuramente rientra nella categoria. Durante uno dei concerti nel Sinai Leonard Cohen introdusse So Long Marianne con queste parole: “Questa canzone va ascoltata a casa, con un drink in una mano e l’altro braccio intorno alla donna che amate. Spero che possiate farlo presto”. Molti non ebbero il tempo di poter esaudire questo desiderio. L’esperienza vissuta segnò molto Cohen, aiutando in primis anche lo stesso cantante a fare ordine sulle proprie priorità e su cosa fosse davvero importante: tornò a casa da quella moglie e quel figlio che gli erano sembrati più lontani quando li aveva vicini che non mentre era in Israele. Avrebbero creato da quel momento in poi un legame fortissimo, destinato a non spezzarsi più.

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