'Un volto, due destini', la recensione del finale della serie tv con Mark Ruffalo

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Linda Avolio

Leggi la recensione del sesto e ultimo episodio di 'Un volto, due destini' (la serie è disponibile on demand e in streaming su NOW TV) - ** ATTENZIONE: SPOILER **

'Un volto, due destini', cos'è successo nel sesto episodio

L’ultimo episodio di Un volto, due destini, il sesto, si apre esattamente dov’era finito il precedente, con Dom che porta il fratello presso la cascata. Lungo il tragitto, Thomas si ferma osservare la lapide della povera Penny Ann, ed è evidente che non ha mai dimenticato quella tragedia. “Credi in Dio?” chiede al gemello, e la risposta non può che essere un vago “Lo vorrei…”

 

Finalmente a casa, il personaggio (principale) di Mark Ruffalo per prima cosa getta via l’autobiografia dell’odioso nonno senza tante cerimonie. Poi prepara il divano e mette a dormire Thomas, che si affida totalmente a lui. Dom si addormenta sulla poltrona a fianco…e quando si risveglia suo fratello non c’è più. Mentre la polizia si mette all’opera, va a cercarlo insieme a un preoccupatissimo Ray presso il suo luogo preferito: la cascata, ovviamente. E purtroppo Thomas è lì…nell’acqua, trascinato dalla corrente per un centinaio di metri… La sua morte viene depennata come accidentale, ma il dubbio resta, quantomeno per Dominick, che non può fare altro che lasciarsi andare a un pianto disperato.

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E’ lui a parlare con l’impresaria delle pompe funebri. Ray, con gli occhi pieni di lacrime, quasi non apre bocca. Pronuncia solo un lieve ma deciso “Non lo sappiamo.” alla domanda “Nome del padre biologico?” Il giro delle telefonate per avvisare del funerale le poche persone interessate tocca chiaramente a Dom. Lascia un messaggio in segreteria a Ralph, poi chiama Dessa, che tra un singhiozzo e l’altro gli ricorda che non è colpa sua, e che né lui né nessun altro avrebbe potuto salvarlo. Una magra, magrissima consolazione.

 

La cerimonia è breve, un po’ arrangiata. Il prete parla del rapporto speciale che c’era tra Concettina e Thomas, Dom guarda i guanti bianchi che indossa…e ripensa a un aneddoto piuttosto violento della sua infanzia, a quella volta in cui sua madre e suo fratello erano andati a giocare insieme, un tea party per due, e lui, geloso, aveva mangiato i dessert previsti per la cena e poi aveva fatto un casino immane in cucina, gettando per aria della farina e finendo per sporcare tutto il pavimento.

 

Ripensa al ritorno a casa di Ray, alla sua furia nello scoprire che la moglie e Thomas stanno ancora giocando a quei giochi da bambine – e lui non è una ca**o di bambina! Ripensa alla decisione di Ray di punire Thomas chiudendolo al buio nello sgabuzzino. Ripensa alle urla disperate della madre, col un polso rotto. Ripensa all’ordine ricevuto: ripulire tutto e non far assolutamente uscire Thomas. Ripensa al ritorno a casa di Ray e di sua madre, col polso ingessato. Ripensa al pianto e alle suppliche del fratello. Ripensa a quanta violenza c’è stata in quella casa…mentre ora Ray non è neppure l’ombra dell’uomo che è stato. Ora è semplicemente un povero vecchio distrutto dal dolore.

 

Prima di lasciare il cimitero, Dom scorge Ralph, rimasto in disparte. A casa, in attesa dell’arrivo dei presenti al funerale, ripensa a Thomas chiuso nello sgabuzzino, solo e terrorizzato. In camera di sua madre osserva nuovamente la foto di lei bambina insieme al padre…una foto che ora assume sicuramente altri significati, dopo la lettura dell’autobiografia del terribile Signor Tempesta. 

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L’arrivo di Dessa fa precipitare la situazione. Lei va ad abbracciare Ray, che piange e che sembra veramente toccato da questa perdita. A quel punto, Dom, per usare un’espressione colloquiale, sbrocca. “Piange perché si sente in colpa!” urla, poi lo accusa di non essere mai andato a trovare Thomas durante tutti quei mesi e di essere un ipocrita. L’altro inizialmente resta senza parole, ma poi ribatte: la sua coscienza è a posto, lui è un uomo buono, gliel’ha detto il giudice che si è occupato della loro pratica di adozione, addirittura l’ha fatto scrivere nel registro comunale, il 19 marzo del 1955! La situazione si fa pesante, Dominick non molla la presa, addirittura attacca anche i presenti. Leo preferisce andarsene e lasciarlo sbollire. La dottoressa Patel va a salutarlo, e nonostante una rispostaccia gli dice di andarci piano con sé stesso e anche con gli altri. Lisa, singhiozzante, lo abbraccia. E’ veramente dispiaciuta, per tutto.

 

Con lui rimane solo Dessa, che lo aiuta a lavare i piatti, ma che poi non può fare a meno di chiedergli perché spinga tutti lontano. “Siamo maledetti!” è la sua risposta. La sera riprende il manoscritto dalla spazzatura: ha bisogno di sapere la fine di quella storia. E poi forse lì dentro c’è il nome del suo vero padre. In flashback vediamo Domenico Onofrio Tempesta fare carriera e impartire ordini in fabbrica, ma nel privato lo vediamo quasi impaurito da Prosperina. Teme possa provare a ucciderlo, per esempio mettendo dei pezzettini di vetro nella minestra. Intanto Concettina sta crescendo, e, per citare le sue esatte parole, “Presto sarebbe stata in grado di soddisfare tutti i miei bisogni.”

 

Un giorno Tempesta torna a casa prima e trova sua figlia intenta a giocare con Henry Drinkwater, il figlio dell'odiato Nabby. Furioso, manda via il ragazzino, e poi riesce a far rinchiudere in manicomio Prosperina, colpevole di quell’ennesima offesa. La donna, mentre viene portata via, rinnova la sua maledizione. L’autobiografia si chiude, o quantomeno questo è ciò che ci viene fatto intendere, con Domenico felice perché finalmente lui e la figlia, quella ragazzina col labbro leporino che sicuramente nessuno potrebbe mai volere, potranno avvicinarsi a dovere. “Concettina ha sangue siciliano nelle vene, sa mantenere un segreto…” sono le ultime parole.

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Dom è scioccato: cosa significa tutto ciò? Forse che lui e suo fratello sono figli dell’incesto?! Rinnova la sua certezza di essere maledetto durante una sessione con la dottoressa Patel, altrimenti come spiegarsi tutta quella sequela di sfortune? A quel punto, sempre col suo modo di fare pacato, la psichiatra gli dice che a volte è più facile dare la colpa ad altro, al caso, alla sorte, che prendersi le proprie responsabilità. E anche il fatto di essere convinto di non avere un padre è in realtà qualcosa di non vero, perché lui un padre ce l’ha. Sì, insomma: c’è ancora molto lavoro da fare.

 

Il giorno dopo, Dom va da Ray, ma non lo trova. Scopre che è stato ricoverato d’urgenza in ospedale, dove è stato operato al cuore a causa di un infarto che per poco non l’ha fatto passare a miglior vita. Mentre Ray, quando lo vede, continua a chiamarlo dicendogli “Il mio ragazzo, il mio ragazzo…”, lui non può fare altro che piangere. In corridoio incontra Dessa, che ora fa la volontaria…e finalmente si scusa, per le sue ultime uscite e, soprattutto, per quanto accaduto in passato.

 

Ray viene ricoverato in una residenza assistita, e Dom è praticamente sempre accanto a lui. Avvicinati giocoforza dall’ennesima tragedia, finalmente sono padre e figlio come non lo sono mai stati. Il personaggio (principale) di Mark Ruffalo vorrebbe comunque sapere a chi appartiene metà del suo corredo genetico, ma l’altro ribatte che con sua madre non si è mai parlato di quello. Poi gli offre la casa, tanto a lui non resta molto tempo, ne è certo.

 

A un certo punto, però, Ray decide di dirgli la verità. Concettina glielo disse prima di morire, e gli disse anche che aveva scelto di non rivelare niente a loro, ai suoi figli, perché temeva che l’avrebbero odiata. In particolare aveva paura di come avrebbe reagito Dominick. Long story short: il loro vero padre è Henry Drinkwater, morto in Corea. “Deve averlo amato molto, l’ho capito da come ne parlava…” è l’ultimo commento di Ray.

 

Dom, che non sa ancora bene come processare quelle informazioni, prima va presso la tomba del padre biologico, una triste lapide vicino a quella di Penny Ann, poi va da Ralph, al lavoro presso il cantiere nel nuovo casinò. Drinkwater è stupito: come sarebbe a dire che l’ha saputo solo oggi? Credeva che avesse sempre saputo che erano cugini. E’ per questo motivo che il giorno della cerimonia in ricordo di sua sorella avrebbe voluto ucciderlo, ed è per questo motivo che non l’ha mai sopportato. “Allora perché ci hai aiutato?” chiede Dominick. “Perché siamo connessi, che mi piaccia o no,” è la risposta di Ralph.

 

I due si lasciano con l’intento di vedersi ogni tanto, poi il nostro si mette a ripitturare la facciata esterna di quella casa che in meno di un secolo ne ha viste parecchie. Il giorno dopo va in ospedale, da Dessa: è arrivato il momento di riprovarci. Lei gli passa un neonato, poi ne prende in braccio un altro. Non sentiamo cosa si stanno dicendo, ma una cosa la capiamo: la maledizione, sempre che sia mai esistita, è rotta, e per Dom, tutto sommato, c’è ancora una speranza.

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Il finale di Un volto, due destini è l’episodio del lutto, della presa di coscienza, e della riconciliazione. Della serie: una volta che si è toccato il fondo non si può fare altro che risalire. Riguardo il lutto non c’è molto da aggiungere: la morte di Thomas è l’ennesimo colpo basso che la vita ha deciso di riservare a Dominick, peraltro con l’aggravante del senso di colpa. Il suo sfortunato fratello sarebbe morto lo stesso se non fosse uscito dal carcere? O meglio: se non fosse mai stato affidato a lui? E’ difficile definire cosa sia successo davvero, non viene detto chiaramente se Thomas si sia suicidato – ipotesi piuttosto probabile, considerata quella sosta presso la tomba di Penny Ann e il successivo discorso su Dio che salva e perdona – o se invece si sia veramente trattato di un incidente – quelle scarpe appoggiate su un sasso e con dentro i calzini potrebbero quasi far pensare a questo –, ma il risultato, purtroppo, non cambia.

 

Una tragica fine per una tragica esistenza, e Dom non può fare a meno di auto-convincersi ancora di più che il malocchio lanciato da Prosperina abbia avuto decisamente effetto. C’è un momento preciso, quando torna a casa con Thomas, in cui il personaggio (principale) di Mark Ruffalo pensa di aver incassato una piccola ma significativa vittoria, e quel “F*ck you grandpa” (vaffanc*lo nonno) buttato lì mentre è nell’atto di gettare nella spazzatura l’autobiografia dell’odioso antenato funge quasi da esorcismo. Un successo davvero brevissimo, però, perché suo fratello muore neanche ventiquattro ore dopo essere uscito dal carcere. L’ennesima riprova, dal suo punto di vista, che non si sfugge a una maledizione.

 

Dopo il “reality check” di Lisa Sheffer del precedente episodio, questa volta è la dottoressa Patel, vera e propria voce della ragione, a mettere Dom di fronte alla dura realtà: sì, la sua esistenza non è sicuramente stata piena di fortune, semmai il contrario, ma non c’è nessun malocchio. Sul suo capo non c’è mai stata nessuna maledizione, dunque è tempo di rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per cercare di costruire un futuro in po’ meno plumbeo. Non che il caso non esista, tutti noi ne siamo stati toccati, nel bene e nel male, ma ciò che conta è come si decide di reagire a quanto ci succede, e questa è una lezione veramente importante, per Dominick e per tutti noi.

 

Molto interessante è poi lo sviluppo del personaggio di Ray. Nei flashback, dunque nei ricordi di Dominick, lo vediamo solo come un uomo violento e prevaricatore, un vero e proprio compendio di mascolinità tossica dell’epoca, ma nel presente della narrazione vediamo una persona diversa. Non il padre dell’anno, è evidente, ma comunque neanche il mostro che ci viene mostrato nel passato. La verità, come in genere accade, sta nel mezzo: Ray è stato sicuramente violento e prevaricatore (un polso rotto è pur sempre un polso rotto), ma non è stato solo quello. Non c’è bisogno di nessuna dichiarazione di nessun giudice per capire che è stato ANCHE un uomo buono, quantomeno in determinate circostanze. Ottimo John Procaccino, che in quest’ultimo episodio riesce veramente a colpire con la sua interpretazione di un personaggio non di facile approccio.

 

Oltre alla triste dipartita di Thomas e alla violenza perpetrata da Ray a casa Birdsey nel passato c’è poi un altro aspetto lasciato volutamente vago e su cui vale la pena spendere almeno un paio di righe: le attenzioni di Domenico Tempesta nei confronti della figlia hanno un che di incestuoso, inutile negarlo, e poco conta che, alla fine, venga rivelato che il padre biologico dei gemelli Birdsey è Henry Drinkwater. Quella foto nella camera da letto della madre e quelle frasi scritte dal nonno sono un vero e proprio tarlo nel cervello: Dom non può fare a meno di chiedersi se ci sia qualcosa di vero nelle sue supposizioni, e noi spettatori con lui.

 

Veniamo dunque alla parte finale di quest'ultimo capitolo, cioè al momento della riconciliazione. Non solo tra Dom e Ray, ma anche tra Dom e il suo passato. Per il personaggio (principale) di Mark Ruffalo – veramente eccelso in questo finale, ma è inutile dilungarsi, ormai l’abbiamo ben capito quanto è bravo – sicuramente non è stato facile accettare che quel padre adottivo tanto odiato e tanto temuto in realtà non è nient’altro che un essere umano con i suoi pregi, i suoi difetti, e, specialmente ora, le sue debolezze, fisiche oltre che caratteriali. Cosa ancora più difficile, però, dev’essere stato venire a sapere l’identità di quel padre biologico sognato e desiderato e scoprire non solo che, purtroppo, non potrà mai conoscerlo, ma anche, soprattutto, di avere passato tutta la sua vita senza sapere che Ralph e Penny Ann erano suoi cugini.

 

Dominick vince e perde allo stesso tempo da questo punto di vista, ma vince, e alla grande, da un altro. La non facile presa di coscienza auspicata e suggerita dalla dottoressa Patel è il vero esorcismo in questa storia: il malocchio viene sconfitto dalla verità, per quanto dura da accettare, e finalmente, con questa consapevolezza, si può tornare a riaffacciarsi alla vita e all’amore, come quell’ultima inquadratura lascerebbe presagire. Forse definirlo un happy ending è esagerato, ma di sicuro per Dom sarà un buon punto di (ri)partenza.

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