Il complotto contro l'America, la recensione del finale

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Linda Avolio

Leggi il riassunto e la recensione del quinto e del sesto episodio de 'Il complotto contro l'America'. La miniserie è interamente disponibile On Demand e in streaming su NOW TV. - OVVIAMENTE CI SONO SPOILER PER CHI NON HA ANCORA VISTO GLI EPISODI

Il complotto contro l'America, cos'è successo nel quinto episodio

Aprile del 1942. Nonostante la volontarietà tanto sbandierata da Bengelsdorf, i Levin si ritrovano sulla lista dei nuclei familiari che parteciperanno al programma di ricollocamento di famiglie ebree Homestead 42 (ideato proprio dal rabbino collaborazionista) e, su richiesta della compagnia di assicurazioni presso cui è impiegato Herman, dovranno trasferirsi in Kentucky. Guarda caso in un paesino di 3.700 anime vicino alla fattoria dove Sandy ha passato la precedente estate. Ovviamente un caso non è: dietro c’è la mano di Evelyn. Mr. Levin si dice disposto ad andare a scusarsi di persona con Bengelsdorf, ma sua moglie gli intima di non pensarci nemmeno, perché lui non ha niente di cui scusarsi.

 

Terrorizzata all’idea di doversi trasferire, però, Bess alla fine va a parlare col rabbino, e addirittura si scusa. Non servirà: l’uomo, infatti, le confessa che il loro nome è finito sulla lista non tanto per volere di Evelyn, bensì perché, a causa dell’ospitalità data a Alvin (potenziale traditore della patria), l’FBI li sta tenendo d’occhio. Questo trasferimento sarà una cosa positiva, assicura Bengelsdorf: darà loro la possibilità di uscire dal loro microcosmo e, soprattutto, mostrerà all’FBI che sono cittadini aperti alla collaborazione e meritevoli di fiducia.

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Sandy è ancora in rotta con suo padre, ma sul suo volto si legge un certo entusiasmo all’idea di lasciare Newark. Philip, invece, è preoccupato: non vuole cambiare scuola e non vuole lasciare la sua casa…insomma, non vuole cambiare la sua vita. Il ragazzino chiede poi ai genitori cosa sia il Ku Klux Klan: ha sentito in giro che in Kentucky c’è questo gruppo, e, dopo la spiegazione del padre (sono persone che odiano i neri, gli ebrei e chiunque non sia come loro), va ancora più in ansia, al punto da andare a trovare da solo sua zia per pregarla di non farli partire.

 

Philip, disperato, vuole sapere perché Seldon Wishnow e sua madre potranno restare a Newark nonostante la donna lavori per la stessa compagnia di suo padre. Evelyn interpreta le parole del nipote in maniera sbagliata: pensa che voglia che il suo amico lo segua, non ha capito che invece Philip vorrebbe che i Wishnow prendessero il posto dei Levin. Ormai il danno è fatto: Seldon e sua madre dovranno trasferirsi. Al momento della partenza, il momento degli addii, Philip, che si sente in colpa ma che non può rivelare a nessuno che quanto sta accadendo è opera sua, regala la sua preziosa collezione di francobolli a quel ragazzino che non gli è mai stato particolarmente simpatico, ma che ora, a causa delle sue azioni e delle sue parole, è costretto a lasciare ogni cosa dietro di sé e a cambiare vita.

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Il complotto contro l'America, il cast della serie tv. FOTO

Nonostante sia nella lista quantomeno grigia dell’FBI, Herman, insieme a un paio di colleghi, si reca da un avvocato per capire se è possibile fare causa ed evitare il trasferimento. Il procedimento, però, tra una cosa e l’altra richiederà più di un anno…e lui non ha tutto quel tempo a disposizione. O il Kentucky, o il licenziamento: alla fine va a lavorare per suo fratello Monty, e da impiegato in giacca e cravatta si ritrova a fare il garzone e a spostare casse di frutta e verdura tutto il giorno fino a tarda sera.

 

Il Federal Bureau of Investigation è impegnatissimo con i Levin, specialmente con Alvin, che, dopo essere stato licenziato dallo zio, è finito a lavorare per il re dei flipper e delle macchinette insieme all’amico Shush. Disilluso e disincantato, il nipote di Herman sventa una truffa ai danni del suo nuovo capo, ingraziandoselo, e poi, sentendo l’odore dei soldi e del riscatto sociale, comincia a fare la corte a sua figlia Minna.

 

Evelyn e Lionel si sposano, e il loro matrimonio è una stravagante cerimonia in piena tradizione ebrea, con l’immancabile rottura del bicchiere e i balli etnici di gruppo. Bess e la sua famiglia non sono stati invitati. La rottura è definitiva. Anche il rabbino, però, nonostante il forte legame con la First Lady, ha qualche problema: a quanto pare, sta perdendo seguaci in sinagoga e nella sua stessa comunità a causa delle sue posizioni politiche, in particolare a causa del programma Homestead 42, che non piace alle famiglie ebree di nessuno schieramento.

 

Dopo un periodo di silenzio, Walter Winchell torna ad attaccare Lindbergh e anche Bengelsdorf, ma il rabbino riesce a farlo licenziare. Poco male: per la gioia di Herman, che addirittura voleva scrivergli per esortarlo a non mollare, il giornalista annuncia la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali. Mr. Levin, che nel frattempo ha dovuto salutare l’amico Shepsie, trasferitosi in Canada, partecipa a un suo comizio, ma la situazione degenera in pochissimo tempo quando alcuni sostenitori dell’attuale presidente cominciano a menare le mani. La polizia, presente sul luogo, non interviene, e Herman si rende conto che la situazione è effettivamente più grave del previsto. Tornato a casa con un occhio nero e qualche taglio in faccia, viene accolto da Bess, che prima lo abbraccia, ma che poi gli intima di smetterla di comportarsi così…altrimenti se ne andrà in Canada con i figli.

Il complotto contro l'America, cos'è successo nel sesto episodio

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Il complotto contro l'America, John Turturro ieri e oggi. FOTO

Settembre del 1942. L’odio contro gli ebrei, la minoranza tra le minoranze, ormai dilaga per il Paese, e ovunque si assiste ad atti di violenza. Ma i Levin sono ancora a Newark. Una notte, Herman, fuori per lavoro, sente alla radio le ultime notizie e ha la sensazione che la situazione stia peggiorando di minuto in minuto. Non si sbaglia. Preoccupato, torna in fretta a casa per proteggere la sua famiglia. La via dove abita, un tempo animata dalla mattina alla sera, ora è deserta, salvo un paio di sgherri di un boss appartenente alla comunità mandati lì per proteggere i residenti. Tony Cucuzza, il suo nuovo vicino di casa, subentrato con la sua famiglia al posto dei Wishnow, prova a dargli una pistola, ma lui rifiuta.

 

Alla Casa Bianca, intanto, tutto tace. Sì, la First Lady sembra sinceramente preoccupata per quanto sta accadendo e sottolinea ancora una volta a Bengelsdorf e a Evelyn che sia lei che suo marito condannano ogni violenza. Nessuno, però, sembra intenzionato a fare qualcosa di concreto in merito, e il rabbino comincia ad avere qualche preoccupazione. Anche Sandy, che è giovane e pieno di passione, ma non è stupido, comincia a farsi qualche domanda sul suo idolo.

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Poi, un pomeriggio, ecco arrivare una notizia a dir poco sconvolgente: Winchell, a Louisville per un comizio, è stato assassinato. Bess si fionda a casa e ordina a Philip di controllare dove si trova il paesino in cui sono stati mandati i Wishnow. La risposta non la conforta: abbastanza vicino al luogo della tragedia. Mrs. Levin telefona alla sua ex vicina di casa, ma a risponderle è il piccolo Seldon: sua madre non è ancora arrivata. Forse un banale contrattempo sulla via del ritorno dopo il lavoro? Bess lascia un messaggio, ma non viene richiamata. Intanto, a livello nazionale viene istituito il coprifuoco, segno che la situazione sta ulteriormente peggiorando.

 

L’assassinio di Winchell scuote fortemente le coscienze di una larga fetta di cittadini americani. Il funerale del giornalista ha luogo in una sinagoga a New York, e durante la cerimonia il sindaco Fiorello la Guardia interviene, condannando senza mezzi termini quel vile atto e chiedendo a gran voce dove sia il presidente. Dov’è Lindbergh? La domanda, ripetuta incessantemente dai partecipanti al funerale, tra cui ci sono anche i Levin, è una vera e propria accusa.

 

Bengelsdorf chiede alla First Lady, di cui è diventato il portavoce ufficiale, di convincere suo marito a rilasciare una dichiarazione, ma il presidente, dopo essere arrivato a Louisville da solo a bordo del suo aereo monoposto, si limita a poche frasi di circostanza. Un messaggio, chiaramente indirizzato al Führer, però passa forte e chiaro: l’America è un Paese in pace, cioè un Paese che continua a non avere nessuna intenzione di andare in guerra.

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Una sera, Alvin viene raggiunto da Billy Murphy, il commilitone dell’armata canadese con cui è andato in missione tempo prima. Murphy presenta Alvin a un agente segreto britannico – dunque non era l’FBI a stargli alle calcagna – che gli propone di entrare a far parte di un piccolo ma agguerrito gruppo intenzionato ad assassinare Lindbergh. Il nipote di Herman, reclutato per le sue conoscenze in merito ai radar, accetta, e quella stessa notte si ritrova in un bosco alla ricerca delle tracce dell’aereo del presidente. Tracce che, però, svaniscono quasi subito nel nulla. Fine della missione. Il mattino successivo, leggendo la prima pagina di un noto quotidiano, Alvin legge che Lindbergh non è mai arrivato a destinazione...

 

Nessuno sa dove si trovi l'aviatore-eroe e che fine abbia fatto. La radio tedesca mette in circolo strane storie in merito a una cospirazione a opera degli ebrei, e Wheeler, il vice di Lindbergh, ora presidente in carica, fa internare la First Lady, dichiara la legge marziale, e infine fa arrestare i potenziali cospiratori, tra cui il rabbino Bengelsdorf, svegliato nel cuore della notte dall’FBI.

 

Bess prova a chiamare nuovamente i Wishnow, ma di Selma ancora nessuna traccia. Seldon, rimasto solo, è spaventato e disperato. Mrs. Levin rimane al telefono con lui per un po’, cerca di tranquillizzarlo, ma ha capito benissimo che ormai la sua ex vicina di casa è morta. A quel punto, non c’è altro da fare se non mandare qualcuno dal bambino – e qui entra in gioco Sandy, che si mette in contatto con la famiglia con cui ha passato l’estate del 1941 – e andare a recuperarlo. Perché Seldon, dice giustamente Bess a suo marito, è sotto la loro responsabilità. La donna ha capito tutto: non è un caso se i Wishnow sono stati mandati proprio nel posto dove sarebbero dovuti andare anche loro. Philip, confuso e preoccupato per quanto sta accadendo, è divorato dal senso di colpa.

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Herman e Sandy si mettono in viaggio, ma insieme a loro in macchina c’è anche la pistola di Tony Cucuzza, questa volta gentilmente accettata. Dopo aver superato un blocco militare – la guardia nazionale sta deviando il traffico a causa di un incendio –, Herman, superato il confine col Kentucky, è costretto a un cambio di programma per non finire nelle mani di un gruppo di seguaci del Ku Klux Klan. La mattina, dopo una notte lunghissima, i Levin raggiungono la fattoria e recuperano il povero Seldon.

 

Lungo la strada del ritorno, Sandy distrae il ragazzino con un gioco per non fargli vedere a bordo strada la macchina completamente bruciata della madre, finita nelle grinfie degli incappucciati. Non è ancora finita: attraversando un paesino ormai in possesso del Klan, Herman teme di dover usare la pistola nascosta sotto il sedile, ma fortunatamente non si arriva a tanto. E’ però chiaro che, dopo le dichiarazioni di Wheeler, gli antisemiti, e in generale gli xenofobi, sentono di avere il diritto di poter agire indisturbati, cosa peraltro corrispondente al vero.

 

Evelyn, scossa da quanto successo a suo marito, telefona a Bess per chiederle aiuto, ma Bess le sbatte il telefono in faccia. Nonostante ciò, la novella Mrs. Bengelsdorf si reca a casa Levin per chiedere ospitalità, perché è sicura che qualcuno la stia seguendo. Sua sorella le dice che le vorrà sempre bene…ma che non ha dimenticato quanto accaduto. Poi la manda via e le intima di non farsi rivedere mai più.

 

Nel frattempo, grazie al sollevamento popolare causato dai metodi antidemocratici di Wheeler, la First Lady viene liberata, e rilascia prontamente una dichiarazione alla radio. Queste le sue richieste: che i detenuti ebrei vengano rilasciati immediatamente; che la Guardia Nazionale venga sciolta e si torni a un regime di normalità e di pace civile; che il Congresso tolga il potere all’attuale presidente in carica e approfitti delle vicine elezioni di midterm per una nuova elezione presidenziale.

 

Novembre del 1942. Bengelsdorf, che è stato rilasciato, torna alla sua sinagoga, ma la trova vuota. Evelyn è ancora al suo fianco, ma quando lo sente raccontare a due rappresentanti della comunità la storiella del rapimento del figlio di Lindbergh da parte dei nazisti – motivo per cui l’aviatore-eroe è stato tenuto in scacco da Hitler e compagni – comincia quantomeno a chiedersi se non abbia fatto una scelta troppo affrettata sposando quel rabbino dai modi gentili ma dalle idee un po’ troppo particolari. Anche lei solo qualche settimana prima credeva a quel racconto tanto da usarlo per convincere sua sorella ad aiutarla…ma ora…

 

Durante una cena a casa Levin, Herman e Alvin hanno un duro scontro che da verbale si tramuta in fisico: alla fine, i danni a lungo termine di quanto accaduto sono visibilissimi. Non è solo il Paese a essersi trovato diviso: anche le famiglie si sono spaccate. Ben consapevoli che una cosa del genere non dovrà mai più ripetersi, i “poteri forti” fanno in modo che le nuove elezioni presidenziali prendano un preciso corso per arrivare a un preciso risultato. Risultato che, però, resterà sconosciuto, quantomeno agli spettatori.

Il complotto contro l'America, il commento al finale

Gli ultimi due episodi de Il complotto contro l’America sono quelli della resa dei conti, sia a livello personale per i singoli membri della famiglia Levin (e ovviamente anche per Bengelsdorf), sia a livello nazionale per gli Stati Uniti, e, nel bene e nel male, sono anche quelli del cambiamento. Ma andiamo con ordine.

 

Partiamo da Herman, ostinatamente deciso a rimanere lì, a Newark, nonostante l’ordine di trasferimento in Kentucky. All’appunto di sua moglie, Mr. Levin, idealista fatto e finito, le risponde che lui non è “l’altro,” bensì è Lindbergh, e ovviamente i suoi sostenitori, a esserlo, dunque per quel motivo non se ne andrà, non fuggirà, non accetterà di lasciare il suo Paese e la sua casa. Nel finale, però, con l’aggravarsi della situazione, ecco che anche Herman, che ormai non può più negare la realtà, cambia completamente idea, e, dopo l’assassinio di Winchell, accetta di andare in Canada.

 

Contro ogni previsione, è proprio Bess, che nei mesi precedenti aveva spinto tanto per il trasferimento, a opporsi: loro resteranno lì, perché adesso hanno la responsabilità del povero Seldon. Anche Sandy, deluso dal silenzio del suo idolo volante, è costretto ad aprire gli occhi e a rendersi conto di come stanno veramente le cose: la morte di Winchell, e la morte di Mrs. Wishnow, per lui corrispondono alla fine dell’innocenza e dell’ingenuità. Il Sandy che vediamo in macchina con suo padre nella seconda parte del finale, infatti, è già un Sandy che si avvia verso la maturità, che ha capito cosa significhi avere delle responsabilità verso qualcuno. In poche parole: è un Sandy che, finalmente, ha compreso perché suo padre si è comportato come si è comportato.

 

Philip, il più piccolo di casa Levin, ha capito che c’è un prima e un dopo e che la sua vita non sarà mai più la stessa, ma la sua giovane età ancora non gli permette di processare e razionalizzare a dovere questo turbinio di emozioni, come dimostra quel pianto finale. Anche Alvin si ritrova profondamente cambiato: del giovane col fuoco dentro che, per difendere la propria gente e la loro storia, è partito per la guerra, non è rimasto niente. Disilluso e disincantato, il nipote di Herman non ha perso solo la sua integrità fisica, ma anche quella morale.

 

Sempre sul filo la figura del rabbino Bengelsdorf – la sua ostinazione nel voler “integrare” gli ebrei americani a tratti suona addirittura terrificante –, diviso tra la fedeltà alla sua gente e la fedeltà al suo presidente, che, purtroppo, non si dimostra minimamente all’altezza. Va un po’ meglio con Mrs. Lindbergh, che, pur non potendo fare molto, sopperisce comunque alle mancanze del consorte, risultando una figura a tratti anche interessante. Resta invece parecchio ambigua Evelyn: crede veramente alle idee del marito, oppure ha accettato tutto “a scatola chiusa” solo per coronare il suo sogno d’amore? La domanda non è così scontata, specialmente quando si va a vedere la scena in cui un’esagitata Winona Ryder racconta la storiella del figlio di Lindbergh rapito dai nazisti.

 

Prima di passare al personaggio più interessante della miniserie, e ci riferiamo ovviamente a Bess, un piccolo commento su Ford e sulle sue sparate del quinto episodio. Beh, che dire? Il ragionamento “Io costruisco la mia azienda dove voglio, se i lavoratori non vogliono spostarsi sono loro che hanno scelto di perdere il lavoro” è un compendio della parte peggiore del capitalismo.

 

Veniamo infine, come preannunciato sopra, a Bess. Su Zoe Kazan in realtà non c’è molto da dire: l’attrice statunitense non perde un colpo dalla prima all’ultima scena in cui è presente, e la sua interpretazione è di livello così alto da rappresentare un piccolo, eppure validissimo, manuale di recitazione. E’ Bess a pronunciare una delle frasi più intense di tutta la miniserie – “Che ci piaccia o no, Lindbergh ci sta insegnando cosa significa veramente essere ebrei…” –, ed è sempre lei la protagonista della sequenza più angosciante, cioè quella dell’ultima telefonata a Seldon.

 

Infine, un appunto in merito discorso di Fiorello la Guardia durante il funerale di Winchell. La domanda “Potrebbe accadere anche qui?” è un interessantissimo spunto di riflessione, specialmente di questi tempi…

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