Il 21 settembre del 2011 finiva la fantastica avventura dei R.E.M

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Manuel Santangelo

Ormai più di dieci anni fa, la band di Athens comunicava ufficialmente il proprio scioglimento attraverso un comunicato. Perché ci mancano ancora e qual è oggi la loro eredità

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Ci sono voluti quasi cinque anni per scoprire come i R.E.M decisero di smettere di suonare insieme. Nel 2016 l’ex chitarrista Peter Buck ha raccontato in un’intervista che la scelta fu presa alla fine del tour del 2008, senza drammi e di comune accordo. Si riunirono e il primo a parlare fu il cantante Michael Stipe: “Spero che voi ragazzi possiate capire. Ho bisogno di allontanarmi da tutto questo per un bel po’ di tempo”. A quel punto Buck ricorda di aver risposto: “Perché non per sempre?”. Bastò poco a quel punto per capire che per i R.E.M. era arrivato il momento di dividersi e prendere altre strade, era una soluzione naturale e andava accettata così. I fan scoprirono dello scioglimento con un comunicato ufficiale solo il 21 settembre 2011. Il succo del messaggio era tutto nelle parole scritte da Michael Stipe: “Abbiamo costruito qualcosa di straordinario ma tutto ha una fine. E noi abbiamo deciso di chiudere a modo nostro”. Finiva così, dopo trentun anni, la storia di una band nata ufficialmente il 5 aprile del 1980. Con l’addio alle scene dei R.E.M. quel giorno sembrò smettere di esistere anche un’idea di far musica che, con internet e l’evoluzione degli ascoltatori, aveva effettivamente le ore contate

La fase R.E.M.

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Dieci anni dopo i R.E.M sono ormai da tempo una “non-performing entity", come li ha definiti il loro storico collaboratore Ethan Kaplan. Tuttavia la loro eredità resta presente e forte, anche solo per aver di valorizzato un sottogenere (l’indie-rock) che, prima di loro neanche aveva ancora il nome con cui lo conosciamo: l’indie era infatti etichettato come “college rock”, perché a passare quella musica fuori dai canoni dell’industria erano soprattutto le radio legate alle università americane. Partendo da questo profondo retroterra underground la band di Athens (Georgia) ha piano piano trovato un posto tra i grandi nomi della musica, senza perdere la propria identità e senza curarsi delle accuse di essersi venduti (subite soprattutto a seguito del passaggio dalla piccola etichetta I.R.S. Records alla major Warner). I R.E.M. in fondo non hanno mai smesso di essere un po’ enigmatici neanche con l’arrivo del grande successo. Basti pensare al testo della loro hit più famosa, Losing My Religion, che ancora oggi viene reinterpretata dagli ascoltatori senza avere poi troppa speranza di ritrovarci un significato univoco. Il gruppo durante la sua carriera si è costantemente migliorato e forse ha smesso di mettersi alla prova proprio quando sentiva di non riuscirce più a evolversi. A certificare questa continua crescita sono stati a lungo gli stessi numeri, basti pensare che dall’esordio Murmur fino a Document ogni disco dei R.E.M ha sempre venduto il doppio del precedente. Quest’ultimo album, uscito esattamente trentacinque anni fa, fu il primo a toccare il milione di copie acquistate senza tuttavia rinunciare a quell’attenzione per il sociale e per temi allora poco mainstream come il cambiamento climatico (già affrontato in precedenza in Fall On Me, sulle piogge acide). Se chiedete tuttavia a Michael Stipe quale sia stato il suo disco preferito con i R.E.M. il cantante non ha dubbi: New Adventures in HI-FI.

No more new adventures in Hi-Fi

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New Adventures in Hi-Fi secondo Stipe rappresenta la summa di tutte le anime del gruppo. Uscito nel 1996 si tratta di un disco che effettivamente racconta bene la band, a partire da quel titolo che ricorda la vena ironica del gruppo. New Adventures nasce infatti in un contesto dove l’attenzione alla qualità del suono arrivava sicuramente dopo altri aspetti. L’album venne registrato tra soundcheck e camerini durante il lungo tour del ’95, undici mesi di concerti per il mondo più volte interrotti per problemi di salute dei membri del gruppo. Qualcuno di quegli storici brani, oggi lo sappiamo, vanirono inventati addirittura nei bagni tra un live e l’altro, dando l’idea di un lavoro immediato e incentrato su uno dei topic preferiti della band: il viaggio. Un giro mai davvero terminato durante la loro carriera e che non fu mai davvero solo metaforico, visto che dopo quell’album i R.E.M iniziarono ad essere quasi più apprezzati in Europa che in patria. Avevano firmato per Warner anche per espandersi fuori dai confini americani, d’altronde, sebbene proprio in New Adventures in Hi-Fi fosse presente un palese omaggio a Los Angeles come Electrolite.

Se è esistita d’altra parte una band capace di convivere con un piede in due scarpe senza soffrirne questa è stata i R.E.M. Un gruppo che, per citare una delle loro prove discografiche più celebri, restava sempre felicemente “Out of Time”.

Collapse into now and don’t look back

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L’ultima fatica dei R.E.M resta Collapse Into Now, uscito nel 2011 e perfetto compendio di ciò che i ragazzi di Athens sono stati. Ballate introspettive e pezzi più tirati si alternano, arricchendo un disco che può contare sulla partecipazione di compagni di viaggio del calibro di Patti Smith ed Eddie Vedder. Michael Stipe dice di odiare la nostalgia e il sentimentalismo pur ritenendosi “una persona nostalgica e sentimentale”. Nonostante tutto però, anche lui non si è mai fatto prendere dalla tentazione di riformare i R.E.M. “Ci siamo sciolti quando era il momento, non abbiamo trascinato la nostra storia”, ha detto una volta. Oggi l’ex frontman ha diversi progetti anche lontani dalla musica, basti pensare al libro fotografico diventato noto come Micheal Stipe anche se l'autore ha più volte ricordato che, tecnicamente, l’opera sarebbe senza titolo. A chi gli chiede di un possibile ritorno dei R.E.M. risponde che è un comeback è destinato a rimanere solo una bella illusione in quanto: “Una reunion sarebbe stata davvero solo qualcosa di volgare e per spillare dei soldi, che è il motivo che probabilmente spinge un sacco di band a tornare insieme”. La band non tornerà, lo ha escluso anche Peter Buck che ha negato anche l’ipotesi di un possibile disco fatto con le canzoni scartate nel tempo, un po’ perché i brani pronti lasciati fuori non erano tanti e un po’ perché non avrebbe senso un’operazione del genere. I R.E.M. sono destinati a rimanere nei nostri ricordi e nei nostri sogni. D’altronde, con un nome del genere, è forse giusto così.

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