Mandolin’ Brothers, l'album Restless e quasi 50 anni di blues: "Siamo ancora irrequieti"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Credits: Lù Magarò

Il 16 ottobre esce Restless, settimo disco della storica formazione italiana legata al roots rock e all’Americana. Otto tracce, sette brani originali e un omaggio a Bob Dylan raccontano una band che, dopo 47 anni di attività, continua a coltivare le proprie radici senza rinunciare alla voglia di fare musica. L'INTERVISTA

Quarantasette anni di musica, una passione mai esaurita per il blues e la tradizione americana, il tutto unito alla voglia di continuare a sperimentare: i Mandolin’ Brothers tornano con Restless, il settimo album della loro storia, in uscita il 16 ottobre 2026 sulle piattaforme digitali e in formato CD e vinile.

Un nuovo capitolo che conferma l’identità di una delle formazioni più importanti del panorama italiano legato al roots rock e all’Americana, genere che intreccia blues, folk e rock in un linguaggio musicale profondamente radicato nella tradizione statunitense.

 

La storia della band comincia nel 1979 attorno ai due fondatori, Jimmy Ragazzon, voce, armonica e chitarra acustica, e Paolo Canevari, chitarra. Nel corso degli anni la formazione si è consolidata con Joe Barreca al basso, Daniele Negro alla batteria, Riccardo Maccabruni al pianoforte, all’organo e alla fisarmonica e Marco Rovino alla chitarra. Sei musicisti che, attraverso esperienze e sensibilità differenti, hanno contribuito a definire un suono riconoscibile, ispirato anche a figure fondamentali come Bob Dylan, Little Feat e Rolling Stones.

Un omaggio a Bob Dylan

Registrato al Casemate Recording Studio e prodotto da Marco Alberto Matti assieme alla band, Restless nasce da due anni di composizione e lavoro in studio. Il disco comprende otto brani, sette originali e una rilettura di Blind Willie McTell di Bob Dylan, scelta per rendere omaggio a un autore che ha segnato profondamente la storia della musica contemporanea. Particolarmente significativo è il processo creativo, sviluppato attraverso il confronto tra tutti i componenti: dalle sessioni acustiche informali alle prove con la formazione al completo, fino alla definizione degli arrangiamenti.

 

Il nuovo lavoro segna anche un traguardo importante per una band che ha attraversato quasi mezzo secolo di trasformazioni dell’industria discografica. La pubblicazione in vinile, desiderio coltivato a lungo dai musicisti, è stata resa possibile anche grazie al crowdfunding, affiancando il supporto fisico alla distribuzione digitale.

Ma il titolo Restless racconta soprattutto una condizione che i Mandolin’ Brothers riconoscono ancora come propria: l’irrequietezza di chi continua a cercare occasioni per suonare, comporre e condividere la propria visione musicale.

 

Abbiamo incontrato i Mandolin’ Brothers per chiedere loro di raccontarci come sono arrivati a questo traguardo. Dalla genesi del disco al rapporto con le influenze americane, passando per l’evoluzione della produzione musicale e il valore della collaborazione, ecco cosa la bandha raccontato ai microfoni di Sky TG24.

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L’intervista ai Mandolin’ Brothers

Partiamo dal titolo: perché avete scelto Restless per il vostro settimo album e quale irrequietezza racconta oggi questo disco?

Da buoni burloni quali siamo, avremmo voluto intitolarlo Otto, visto che è il nostro settimo lavoro, ma la proposta non ha entusiasmato il resto della band. Il titolo ha una duplice lettura. Da una parte, dopo 47 anni di attività, abbiamo ancora voglia di fare, di andarci a cercare grattacapi, di muoverci e di proporre la nostra visione della musica. In questo senso siamo ancora irrequieti e in movimento. Dall’altra, un settimo disco dopo 47 anni di musica, a 26 anni dalla prima pubblicazione e a sette dal nostro ultimo CD rende il titolo Restless anche abbastanza ironico. Insomma, non è che ci sia stato tutto questo gran daffare! Erano in lizza anche altri due titoli, che ci piacevano molto, ma le proposte sono state messe ai voti e alla fine abbiamo scelto questo.

 

Dopo quasi cinquant’anni di attività, in che modo è cambiato il vostro approccio alla scrittura e alla composizione? Che cosa è emerso di nuovo durante i due anni di lavoro su Restless?

A dire la verità, non è cambiato moltissimo: nulla è scritto a tavolino. Nel caso di quest’ultimo lavoro possiamo dire che si è trattato di un processo corale, al quale ha partecipato tutto il gruppo. In passato succedeva che qualcuno arrivasse con un brano già strutturato, una progressione di accordi o un riff, e che il gruppo dovesse poi «vestirlo» con l’arrangiamento. Questa volta è stato così soltanto in parte. All’inizio ci trovavamo a casa di Marco Rovino, cenavamo insieme e poi lavoravamo sulle strutture dei brani con gli strumenti acustici. Di quelle serate conserviamo uno splendido ricordo, perché ci fanno pensare, idealmente, a come sono nati The Basement Tapes di Dylan e Music from Big Pink dei The Band, senza volerci assolutamente accostare a capolavori di quel livello. Successivamente, in sala prove, i pezzi prendevano forma con la formazione al completo. In questa fase è stato fondamentale l’apporto creativo della sezione ritmica. Un brano, Nothing Special, è nato proprio da un’improvvisazione in sala prove ed è infatti accreditato all’intera band.

 

Il vostro sound nasce dall’incontro tra blues, folk, rock e Americana. Quanto è difficile oggi rinnovare questa formula senza perdere l’identità costruita in tanti anni di carriera?

Pensiamo che il nostro suono sia il risultato di parecchie influenze diverse. Naturalmente condividiamo un certo bagaglio di ascolti, ma abbiamo anche gusti differenti, dovuti in parte alle differenze anagrafiche: Jimmy è del 1955, mentre Marco Rovino e Riccardo Maccabruni sono dell’81. L’identità che abbiamo costruito e che continuiamo a mantenere si è definita soprattutto alla fine degli anni Novanta. Con tutta sincerità, non ci costa alcuna fatica conservarla: ci viene spontaneo. Abbiamo il nostro suono e lo coltiviamo. Non sapremmo suonare in un altro modo.

 

Nel disco ci sono sette brani originali e una sola cover, Blind Willie McTell di Bob Dylan. Perché avete scelto proprio questa canzone e che cosa volevate restituire della vostra lettura di Dylan?

Dylan è imprescindibile, un personaggio gigantesco: non si può non esserne influenzati. Anche chi lo detesta deve, in un modo o nell’altro, fare i conti con lui come poeta e autore. Dylan fa parte di quella manciata di nomi che hanno cambiato radicalmente la musica contemporanea. La scelta di questo brano è nata dal desiderio di rendergli omaggio e di proporre una canzone bellissima e intensa, ma meno conosciuta dal grande pubblico.

 

Dylan, Little Feat e Rolling Stones sono tra i riferimenti più importanti della vostra musica. Quali elementi di questi artisti sono ancora presenti nel vostro modo di comporre e suonare?

Questi sono alcuni dei nomi che ci hanno ispirato e influenzato, ma pensiamo che ce ne siano parecchi altri. Tutti i componenti dei Mandolin’ Brothers hanno le proprie ispirazioni, che in un modo o nell’altro entrano nel suono complessivo, talvolta inconsapevolmente, talvolta in maniera esplicita. Nothing Special, per esempio, è un chiaro omaggio agli Stones e ai Faces. A questo proposito, siamo convinti che la teoria dell’imprinting di Konrad Lorenz offra una metafora interessante. Se, appena uscito dall’uovo, un anatroccolo vede un omone grande, grosso e barbuto, ecco: per lui quella è la mamma e la seguirà. Nel nostro caso, la musica che abbiamo ascoltato da giovani e che ci ha entusiasmato al punto da non essere più appagati dal semplice ascolto, spingendoci a prendere in mano uno strumento per diventare parte attiva del processo di creazione artistica, è rimasta dentro di noi. Quella musica è entrata così profondamente nel nostro cuore, nel cervello e nell’anima che non può non riemergere, in qualche modo, in ciò che suoniamo e proponiamo.

 

Avete registrato l’album al Casemate Recording Studio con Marco Alberto Matti. Quanto il lavoro in studio e il confronto con un produttore hanno inciso sul risultato finale?

Certamente. Il rapporto con Marco Alberto si è trasformato in brevissimo tempo in un rapporto di amicizia, fiducia e piena collaborazione. Marco è stato, a tutti gli effetti, un componente del gruppo: ci ha consigliato, ha ascoltato le nostre lamentele, le nostre idee e le nostre proposte. Ha contribuito attivamente alla costruzione del suono del disco, suggerendoci soluzioni tecniche e musicali e dandoci consigli e informazioni indispensabili. Restless non sarebbe quello che è senza Marco Alberto e la sua disponibilità.

 

La formazione dei Mandolin’ Brothers è caratterizzata da musicisti che collaborano da anni. Quanto la conoscenza reciproca tra voi influenza gli arrangiamenti e la costruzione del suono?

Le prime parole che ci vengono in mente sono confidenza, affiatamento e, perché no, disponibilità al compromesso. Siamo sei teste che spesso pensano in modo diverso, ma che, in un modo o nell’altro, riescono a trovare un accordo. Tutto questo si riflette anche nel modo in cui creiamo musica insieme, la arrangiamo e la suoniamo.

 

Dagli inizi nel 1979 a oggi avete attraversato quasi mezzo secolo di trasformazioni dell’industria musicale. Qual è stato il cambiamento che ha inciso maggiormente sul vostro modo di fare musica?

Abbiamo sempre suonato un genere che può essere definito di nicchia e, pertanto, l’industria musicale, quella del business per intenderci, non ha mai esercitato una grande influenza su di noi. Con l’avvento della tecnologia informatica e digitale, però, registrare e pubblicare un disco autoprodotto è diventato immensamente più facile. Nel 1979 sarebbe stato impossibile pubblicare Restless senza una casa discografica disposta a investire economicamente nel progetto. Oggi escono moltissime produzioni indipendenti, come la nostra: tanti registrano in casa e molti utilizzano l’intelligenza artificiale, con risultati sui quali preferiamo non esprimerci. Sicuramente il livello tecnico ed esecutivo si è alzato moltissimo. Quando si produce un disco o si sale su un palco, è doveroso essere professionali: lo dobbiamo alle persone che ci seguono e ci sostengono.

 

Oggi pubblicate Restless sia sulle piattaforme digitali sia in CD e vinile. Che rapporto avete con il ritorno dei supporti fisici e con un pubblico che sembra riscoprire il valore dell’album come oggetto?

Siamo cresciuti ascoltando vinili e musicassette. Uno dei nostri più grandi desideri era pubblicare un LP e siamo felici di questo ritorno d’interesse per il 33 giri. Quando ne abbiamo parlato, in fase di progettazione, tutta la band era entusiasta. L’unica preoccupazione riguardava i costi, ma poi, soprattutto grazie al crowdfunding, abbiamo capito che il progetto era più che realizzabile.

 

Guardando alla vostra storia, Restless rappresenta un punto di arrivo o piuttosto l’inizio di una nuova fase dei Mandolin’ Brothers?

Innanzitutto è un traguardo: sette dischi e il vinile. Sicuramente, però, rappresenta anche l’inizio di una nuova fase. Per ora vogliamo portare Restless sui palchi e poi… citando un film famoso, "domani è un altro giorno, domani si vedrà".

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