Blank Verse: “Con Day Tripping abbiamo trasformato il caos in musica”

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Credits: ufficio stampa Blank Verse

Dall'incontro tra Emanuele Lombardini e Davide Vettori nasce Blank Verse, un progetto che affonda le radici nel lato più oscuro e viscerale del rock. I due musicisti, già compagni di viaggio in esperienze come You Wrong, tornano a collaborare con un'identità nuova. "Abbiamo seguito il flusso del suono”, raccontano ai microfoni di Sky TG24. L'INTERVISTA

Dall'incontro tra Emanuele Lombardini e Davide Vettori nasce Blank Verse, un progetto che affonda le radici nel lato più oscuro e viscerale del rock, intrecciando sperimentazione elettronica, ricerca materica e una forte attenzione alla dimensione sonora. I due musicisti, già compagni di viaggio in esperienze come You Wrong, tornano a collaborare con un'identità nuova, costruita attorno a un linguaggio essenziale in cui il silenzio ha lo stesso peso della distorsione e il calore analogico diventa parte integrante della scrittura.

 

Il primo tassello del progetto è Day Tripping, in uscita il 10 luglio 2026 (ma che potete già ascoltare nel video che trovate in fondo a questo articolo). Il brano si presenta come un mantra contemporaneo sulla distanza, quella che separa dagli altri ma anche da sé stessi, sviluppandosi su un groove ipnotico attraversato dal monito "Beware the gods". Ad accompagnare il singolo arriva anche un visualizer diretto da Emanuele Lombardini e L. Muñoz, girato in Finlandia e animato da Davide Vettori, che amplia ulteriormente l'immaginario evocato dalla musica.

Un EP tra minimalismo e tensione

Day Tripping anticipa l'EP omonimo, in uscita il 25 settembre 2026. Il disco raccoglie sei brani e rappresenta la sintesi della poetica dei Blank Verse, fondata su sessioni essenziali, un approccio vicino al suono "concrete" e una costante ricerca della fisicità dell'ascolto. Registrato direttamente da Lombardini e Vettori, il lavoro è stato mixato e masterizzato da Tommaso Mantelli presso Lesder Studio, con lo stesso Mantelli impegnato anche al basso aggiuntivo.

 

Più che un semplice progetto musicale, Blank Verse si presenta come uno spazio di sperimentazione in cui rock, elettronica e sensibilità poetica convivono in equilibrio. L'obiettivo non è soltanto costruire canzoni, ma creare atmosfere capaci di trasformare il suono in esperienza, muovendosi lungo una geografia fatta di tensione, disincanto e suggestioni evocative.

 

Abbiamo incontrato i Blank Verse per chiedere loro di raccontarci la genesi e i risvolti di questo progetto. Ecco cosa hanno raccontato ai microfoni di Sky TG24.

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L'intervista ai Blank Verse

Il progetto nasce dall’incontro tra Emanuele Lombardini e Davide Vettori: cosa vi ha spinto a lavorare di nuovo insieme dopo esperienze precedenti come You Wrong?


E.L. Il rapporto musicale con Davide nasce nel 1998, negli anni ci siamo sempre dedicati alla creazione di progetti e concept musicali. E per Blank Verse e’ stato ancora una volta così: questo progetto nasce probabilmente da una intesa umana e da una consapevolezza comune su come comunicare creativamente, riservandoci reciprocamente lo spazio che sappiamo di voler esprimere.

D.V. Personalmente, quando Emanuele un giorno mi ha detto 'ho tirato giù un pezzo di Lykke Li (I know places) con la chitarra, proviamo a farla, a registrarla?' Una partenza casuale, naturale, e la volta dopo un altro bozzetto diventava canzone…

 

Come è nato concretamente il progetto Blank Verse e quale esigenza musicale avete voluto soddisfare?

E.L. Il progetto credo derivi da un'esigenza condivisa da entrambi in un momento specifico: per essere più precisi credo sia nato da un vuoto espressivo che entrambi sentivamo di voler colmare ed in quel vuoto e’ nato un progetto che in un primo momento prevedeva la sola “regola “ di fare ciò che volevamo, di esprimere uno stato non edulcorato dall'esigenza di compiacere un ipotetico ascoltatore.

D.V. Concretamente è nato da alcune registrazioni su bobina, o altre riprese sempre in diretta, senza fronzoli né troppi costrutti di abbellimento: avere per le mani qualcosa di vivido, reale, fisico.


In che modo si costruisce un brano nel vostro caso: da un suono, da un ritmo o da un’idea testuale?

D.V. Direi da tutti e tre: da brano a brano, alcuni sono nati da riff di chitarra o da un giro percussivo, altri da una frase. Penso che ogni canzone di questo Ep sia iniziata da un singolo elemento.

E.L .Chi può dirlo!?… I nostri Brani nascono quando nascono, nei modi più assurdi.
In questi brani credo abbiamo adottato un metodo di vera collaborazione quindi da un ascolto reciproco come una linea di voce sviluppa un ritmo dove senti si possa incastrare bene la ritmica vocale abbozzata, un loop elettronico suscita un progredire di mood tonali e ritmici etc etc.
Il nostro modo di comporre ha più a che vedere con uno stato primordiale di trance che con un metodo accademico.

 

Quanto spazio lasciate all’improvvisazione in studio rispetto a una struttura già definita?
D.V. Buonissima parte è per l'improvvisazione (pure se comincia con da un'idea concreta), riprendersi finalmente il tempo e lo spazio per seguire il flusso del suono. Poi comunque lo inquadri in uno schema fissato, ma anche questi bordi fissati rimangono malleabili ed adattabili di volta in volta.

E.L. Direi fondamentale nel nostro processo creativo. L’improvvisare ci porta ad esporre cose che magari non notiamo o non sapevamo fossero cosi belle. Spesso nell’improvvisazione nascono idee che sviluppiamo e queste idee ci portano in panorami da noi mai esplorati ed è direi la chiave della nostra intesa creativa.


Il vostro lavoro insiste molto su tensione e minimalismo sonoro: come definite il vostro approccio alla produzione?

D.V. In questo specifico lavoro, direi appunto 'tutto o niente', pochi elementi, scritti di getto, alle volte buona la prima, in altre buona la terza. Cercare di catturare quel momento di guizzo, e poi smussarlo leggermente.

E.L. IL nostro approccio mette ordine dal caos, dal nostro caos, ed e’ tutta una questione di tensione che carica e poi si rilascia. Immaginate una grandissima onda con quella indecifrabile potenza che sale sale, si piega su se stessa e si lascia cadere su un enorme oceano calmo e silenzioso.

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Quanto conta il silenzio all’interno della vostra musica?
D.V. Conta per il proprio spazio perfetto, esattamente come la 'volumata' che ti pettina.

E.L. Come insegna John Cage il silenzio e’ forse la parte più interessante ed intendo nella musica in generale . Perché e’ da quello livello “zero “ che possiamo percepire la musica.
E’ in tutti i sensi una tavolozza bianca il punto non e’ riempire tutti gli spazzi bianchi ma creare un dialogo fra le pennellate di colore e la tela neutra.

 

Nel vostro sound si percepisce una forte componente analogica: è una scelta estetica o una necessità di metodo?

E.L.Spesso adottiamo un sistema analogico per sfruttarne il limite che ci impone. Non siamo dei fanatici del suono analogico anche se come tutti ne subiamo il fascino, ma crediamo che si sposi bene con il work flow del progetto. La caratteristica di rendere più complicata e macchinosa la rielaborazione dei suoni ci permette di concentrarci su quello che in quel brano specifico può ‘essere il focus, come l’interpretazione a discapito magari di un suono che vorresti poi modificare, ma non puoi: Questo ci impone una scelta piuttosto immediata e non negoziabile nella performance di registrazione. Puo’ essere rischioso, lo so, ma a noi piace cosi.

D.V. Direi una volontà di metodo, e – per quanto poco si possa apprendere negli anni – l'utilizzo di alcuni strumenti che ti sono familiari perchè ti accompagnano da tempo aiuta, in questo momento, a tentare di gestirli e tirarne fuori quello che hai in testa.


“Day Tripping” affronta il tema della distanza, da sé e dagli altri: da dove nasce questa riflessione?


D.V. Dal bisogno di aria fresca, di vedere con occhi nuovi e dare ad ogni minuscolo particolare il peso che merita. Quello che riesci a valorizzare appunto quando ti muovi verso un altro paesaggio, senza aspettative pregresse.

E.L. Credo sia un tema che ci accomuna tutti. Nei primi 30/40 anni di vita non si fa altro che perdersi e ritrovarsi appunto da noi stessi e dagli altri. Credo arrivi un momento nella vita in cui ciascuno di noi viene a patti con questa dinamica di vita e credo che questa cosa ci accompagni sempre fino alla fine dei nostri giorni. Solo che a un certo punto della vita la si accetti e forse in alcuni casi credo si possa persino apprezzare la distanza come quasi una necessaria ed innata metamorfosi.

Quanto incide la dimensione visiva e ambientale, come nel video girato in Finlandia, sul vostro immaginario musicale?
E.L. Il video e’ stato girato circa alle 11:00 PM nel Giugno del 2013 nella periferia Finlandese. In un tempo che sembra quasi sospeso dove la luce e le ore non coincidono con il ritmo vitale dell’Europa del sud: questo spazio tempo quasi non decifrabile rappresenta perfettamente il tipo di immaginario dove Blank Verse trova il suo flusso in divenire.

D.V. Penso che questa spazialità degli ambienti possa rispecchiare la spazialità e la liquità del suono di Blank Verse.

 

Nel nuovo EP convivono titoli molto evocativi: lavorate prima sull’immaginario dei brani o sulla loro struttura sonora?
E.L. La struttura sonora è quella che ci porta dove vogliamo andare il titolo e’ una quasi solo una necessità.

D.V. Molto, anzi tutto parte dalla struttura sonora.

 

Come si integrano le vostre due identità artistiche nel processo creativo: avete ruoli definiti o un flusso continuo di scambio?
D.V. Attualmente i ruoli sono abbastanza definitivi: tutta la musica, da chitarre a batterie passando per qualche sintetizzatore, è di Emanuele, io ci metto parole e voce.

E.L Si, abbiamo chiaramente dei ruoli definiti per indole, capacità e direi anche per carattere.
Ma non siamo due compartimenti stagni: siamo due teste in ascolto reciproco ed i vari ruoli di cui ci prendiamo carico sono scollegati da una sorta di ego. Per essere più chiari c’e chi sviluppa i testi le melodie vocali e chi le composizioni musicali, ma spesso poi in fase di definizione riusciamo a entrare ciascuno nel campo dell’altro, con rispetto e consapevolezza, in modo totalmente lucido e coerente. Non creiamo mai muri ma riflessioni o spunti. In genere se qualcosa nel brano propio non funziona lo capiamo entrambi.

 

Che cosa cercate di lasciare all’ascoltatore con questo progetto: un’idea, un’atmosfera o una lettura personale?
E.L. Sicuramente vorremmo far entrare l’ascoltatore nell’immaginario dei nostri brani; ciò che ognuno poi può trovare o ritrovare, credo sia molto soggettivo.

D.V. L'atmosfera di un viaggio, con tutti i picchi e le discese del percorso, 'stream of consciousness', e versi sciolti, appunto. Vorrei che chi ascolta partecipasse al momento, a questo 'rituale sciamanico' così come lo viviamo noi suonandolo.

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