Nico Arezzo: "Il nuovo disco è una autoesortazione a rallentare"

Musica
Federica De Lillis

Federica De Lillis

Con il suo nuovo album "Non c'è fretta" Nico Arezzo, modicano classe '98 adottato da Bologna, registra una evoluzione personale intrecciata a un consapevole valore (positivo) della lentezza. Abbandonata la malinconia dovuta alla lontananza da casa, il cantautore si avvicina di più alle sue radici e lascia che collaborazioni e scrittura fluiscano in modo spontaneo per approdare al momento più ambito: il live, "punto di partenza e non di arrivo". L'INTERVISTA

C’è chi arriva al palco e chi, invece, ci cresce dentro. Nico Arezzo, classe ‘98, modicano adottato da Bologna, appartiene alla seconda categoria: prima raccoglitore di cavi, tecnico luci e fonico dietro le quinte, poi sempre più al centro di un percorso costruito con pazienza e visione. «Il gesto di raccogliere lo associo al contadino che semina», racconta, restituendo l’idea di una traiettoria lenta ma concreta, fatta di esperienze che oggi gli permettono di muoversi con naturalezza tra palco e backstage, «con un profondo senso di rispetto» per ogni spazio che attraversa. Dopo l’album di esordio Non c’è mare, segnato dalla distanza e da una malinconia legata alle origini, il suo ultimo album Non c’è fretta segna un cambio di prospettiva, più che una rottura. “Non sono nuove consapevolezze, ma un evolversi”, spiega. Il nuovo disco nasce dalla tensione tra la velocità del mondo e il bisogno di rallentare, trasformata in una di auto-esortazione a “rallentare perché rallentando le cose comunque riescono”. Le tante collaborazioni (Lauryyn, Anna Castiglia, Bologna Bridge Band insieme a BONZO&BELMONTE, Laurino, Ugo Crepa e AINÉ) seguono una logica istintiva, lontana da strategie: “Sono persone che conosco e stimo”, dice, mentre il recupero di suoni e lingua siciliana nasce da un rapporto emotivo finalmente più pacificato. Al centro di tutto rimane il live, punto di partenza e non di arrivo, a cui i fan potranno partecipare presto nel “MINCHIA CHE TOUR CALDO”, in partenza il 22 maggio da Roseto degli Abruzzi (TE) e che porterà Nico Arezzo in giro per l’Italia fino a fine settembre. 

Non c’è mare, il tuo album di esordio del 2024 ha dei toni più nostalgici rispetto al tuo ultimo lavoro, Non c’è fretta, che sembra invece un monito più maturo anche a te stesso. è l’approdo a nuove consapevolezze?

Non credo siano nuove consapevolezza ma un evolversi, cambiamo crescendo quindi cambiano pensieri, cambia il contesto e il modo di viversi giornate, amicizie, relazioni. Il primo album era basato sulla lontananza da casa, era probabilmente nostalgico e c’era una forma di malinconia. Non c’è mare perché dove vivevo [Bologna ndr] mi piace ma c’era qualcosa che mancava e il mare simbolicamente lo racchiudeva. Non c’è fretta invece è una nuova fase di vita in cui sto bene nel posto in cui vivo quindi casa diventa un rifugio piuttosto che malinconia. Mi rendo conto che tutto ciò che c’è intorno a me, anche in base alla crescita del mio progetto, va veramente veloce e io non so se riesco a raggiungere questa velocità. Quando non mi vengono imposte scadenze sono io a mettermele ed è una cosa che non mi faceva stare tranquillo. Non c’è fretta è una sorta di consigliarmi, senza per forza riuscirci, di provare a rallentare perché rallentando le cose comunque riescono.  

 

Nell’intro rievochi la tua origine professionale, quella di “raccoglitore di cavi pur di stare su un palco”. Cosa ti porti dietro da quell’esperienza?

Ho avuto la fortuna di poter aprire i concerti di Carmen Consoli nel tour teatrale e lì mi sono reso conto davvero dell’importanza del mio passato: nasco raccoglitore di cavi, sbigliettatore, tecnico delle luci soprattutto in ambito teatrale. Vivermi i teatri in apertura di Consoli mi ha fatto riconoscere quanto il lavoro e l’esperienza di bimbo dietro le quinte mi facesse muovere in modo completamente fluido nei teatri, nel backstage. Riconoscevo tutto senza bisogno di chiedere ed è una cosa che mi ha stupito parecchio. Oltre a riconoscere dove ero provavo un profondo senso di rispetto. 

Il gesto di raccogliere lo associo al contadino che semina. Spesso ci vuole tanto tempo per vedere qualcosa nascere però ultimamente sono grato del fatto che inizio a vedere le prime piantine. 

 

In terapia d’urlo parli di una sagra del mandorlato che è l’emblema del punto di partenza dei musicisti emergenti fatto di compromessi, di frustrazione e di "malafiura". Mi spieghi cos’è la malafiura in questo brano? E c’è un limite da non oltrepassare quando si parla di gavetta? 

È difficile. Purtroppo per arrivare dove vogliamo - ed è un errore del sistema - capisci l’importanza di accettare determinate cose perché possono essere funzionali per arrivare ad altro. Dall’altra parte, la “malafiura” è la brutta figura che certe persone fanno obbligando l’artista emergente ad accettare certe condizioni. Noi ci ritroviamo a dire “dobbiamo fare tutto, siamo costretti a saper fare tutto perché voi non siete niente.” Se arrivi a far dire questo a un artista emergente non fai una bella figura. Poi vorrei chiedere scusa alla sagra del mandorlato perché non ci sono mai stato [ride]. Spero di poterci andare un giorno per suonare. L’ho presa in modo ironico come un simbolo per tutti quelli che non trattano con rispetto e dignità chi fa arte, pur apprezzando ciò che realizza. C’è questa incoerenza che in qualche modo va sistemata. 

 

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Ci sono molte collaborazioni nel tuo nuovo disco: da Lauryyn ad Anna Castiglia, poi la Bologna Bridge Band insieme a BONZO&BELMONTE, passando per Laurino, fino a Ugo Crepa e AINÉ. C’è un filo rosso che le unisce?

Non sono artiste e artisti che ho scelto per strategia. Sono persone che conosco e stimo personalmente, c’è affetto. Ogni volta che scrivevo un brano mi veniva la curiosità di come lei/lui avrebbero potuto interpretarlo. Chiamavo e chiedevo. 

 

C’è anche una canzone riarrangiata, ‘u pisci spada di Modugno. Come mai questa scelta?

Anche questa è stata una cosa spontanea. Una sera ero tornato a casa tardissimo, in condizioni non troppo… [ride]. Ero contento, rilassato e avevo un beat in testa, ho provato a mettergli sopra una chitarra. In quel periodo stavo ricantando pezzi che mi piacevano. 'U pisci spada ha sempre fatto parte della mia vita. Per curiosità, per stranezza, per casualità mentre suonavo mi sono ricordato di quel brano, ho provato a cantarlo sopra il beat e l’ho registrato e mandato alla band che mi fa “Minchia, questa potrebbe essere una roba pubblicabile”. È nata così, non è stata una scelta questa cover, è arrivata, si è presentata una notte per caso. 

 

Nel nuovo album attingi dalle tue origini siciliane, soprattutto per l’utilizzo del dialetto. Il ritorno alle radici è una tendenza che sta accomunando diversi artisti italiani. Secondo te questo sta contribuendo a integrare la narrazione delle piccole realtà locali che finalmente si raccontano da soggetto e non più da oggetto? 

Sono contento di questa tendenza perché significa che probabilmente c’è anche la curiosità di scoprire una sonorità che non si conosce. Io nel primo album ho usato poco il dialetto perché ero dubbioso. Poi, per far capire che mi sarebbe piaciuto continuare a farlo ma con la paura di non portare il giusto rispetto, ho scelto il pezzo di Modugno e poi ho pensato che fosse il momento di farlo ancora di più. La mia emotività rispetto al dialetto si è stabilizzata, adesso sono più tranquillo anche all’idea di casa. Prima mi creava della tristezza e della malinconia. La distanza di casa mi faceva soffrire molto quindi l’utilizzo del siciliano, toccare certi argomenti mi faceva paura. Una volta che nella mia testa si è tranquillizzato tutto è venuto un po’ più facile. 

 

Come mai hai scelto di chiudere anche questo secondo album con un brano, che è corpo legno, registrato durante un live? 

Il live è sempre stato l’obiettivo, faccio tutto per avere l’opportunità di arrivare davanti al pubblico. Io parlo della mia vita e spero che le persone possano ritrovarsi. Ed è la curiosità di quando scrivi. Nasciamo dalle jam, nasciamo dal sudore e dall’artista che c’era prima che magari fa un assolo più bello quindi ti sprona ad andare avanti per vedere cosa si crea e questa è una realtà che ci ha reso quello che siamo. Per quanto mi divertano da morire lo studio e la produzione, mi piace l’idea di lasciare l’album con il messaggio “Ci vediamo sottopalco”. 


Chiudiamo con un consiglio musicale da Nico Arezzo: dicci un/una artista da ascoltare. 

Dovete per forza ascoltarvi Laurino, è un mio amico ed è uno degli artisti più forti che io conosca. Credo che aprire il cassetto del suo mondo possa far stare bene le persone.

 

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