Sanremo 2026, Angelica Bove: "Al Festival senza ansia, sono qui per divertirmi"
Musica Credit Nicholas FolsLa giovanissima artista romana è in gara nella categoria Nuove Proposte col brano Mattone. E' da poco uscito il suo album Tana, un viaggio alla ricerca di una sé più consapevole. L'INTERVISTA
Angelica Bove arriva all'Ariston (GUARDA LO SPECIALE) serafica, senza ansia né pressione, con il solo obiettivo di divertirsi. La canzone con cui è in gara nella categoria Nuove Proposte si intitola Mattone e fa parte dell'album Tana, il primo album ufficiale di questa giovanissima artista romana classe 2003. Il progetto segna una tappa centrale nel suo percorso artistico e personale e rappresenta un vero e proprio momento di evoluzione. La direzione artistica di Tana è interamente curata da Federico Nardelli, che è co-autore delle nove tracce del disco insieme a Matteo Alieno e alla stessa Angelica. Il progetto è caratterizzato da una profonda sperimentazione in termini di sound e produzione, con arrangiamenti essenziali e strumenti reali, in cui convivono sensibilità cantautorali e suggestioni soul contemporanee, mantenendo una forte coerenza sia emotiva sia narrativa.
Angelica, ovviamente partiamo dal Festival e dalle tue prime sensazioni sanremesi.
L'impatto è stato col caos, ma essendo io caotica già nei pensieri mi ci trovo bene, quasi il rumore mi aiuta a sentirmi a casa. Poi non è arrivata l'ansia e ti dico che temo il suo avvento.
“Dicono che per amare serve stare bene da soli”: significa che se non sei in pace con te stessa non puoi stare bene in coppia? Che il proprio benessere determina il valore di una relazione? Hai imparato a stare male in modo normale?
I miei sono i rapporti di una donna di 22 anni, non ho un modo totalizzante. Ho avuto degli amanti, mentre con un amico mi sento più libera. In Mattone ne parlo indirettamente. Dall'essere single ho imparato a stare sola, una situazione che mi ha dato tantissimo: per la prima volta mi sono sentita funzionale davanti allo specchio. Sto bene anche con le persone, ma in primis con me stessa.
Prima di venire a Sanremo hai imparato a contare oltre il numero tre?
Ho imparato, me lo sto imponendo per lavorare: non posso andare fuori dai binari, anche se di mio ci andrei. L’unica rottura è truccarmi, io andrei sul palco al naturale. Non è difficile contare fino a venti.
In Lui canti “ma forse sarà che più ci penso, ci penso, ci penso non arriverai”: questa descrizione del sentimento mi ha ricordato l'inutile attesa del capitano Drogo ne Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati e Aspettando Godot di Claudio Lolli. È questo l'amore? Attesa e speranza?
Nell'attesa nasce l'immaginazione, che mi ha portato qui. Da piccola ho avuto tanto amore, ma avevo pochi soldi: niente vestiti, niente scarpe nuove, poco da mangiare. Ho trascorso più tempo ad aspettare che a vivere. È la storia della mia infanzia: avevo tutto, ma nulla di materiale.
Qual è l'ultimo regalo che ti sei fatta da “scartare insieme a me”?
Cibo. Il mio regalo è il cibo e piccole vacanzine, ma è il cibo che mi rende felice: per me non è un mangiare, bensì un dono. La povertà infantile da grande ti fa apprezzare tutto. Temo la tristezza degli adulti, che si chiama abitudine.
Oggi ti senti antipatica o simpatica? E quali sono per te le regole ridicole?
Oggi sono simpatica, ma non come aggettivo: mi diverto e mi godo la vita. Simpatizzo con quello che mi capita attorno, poi ho i miei momenti str**zi. Le regole riguardano tutto ciò che implica pensare troppo a quello che fai: io dico vola e prendi la vita con leggerezza. Anche il giudizio è una regola ridicola. Prendere troppo sul serio le cose è ridicolo: la vita è un gioco.
In molte canzoni di Tana torna il concetto dello stare soli: quando è tristezza e quando è, citando Sant'Agostino, dolce solitudo sola beatitudo?
Mette tristezza se manca un amante con cui fare l'amore: lì mi arricchisco di più. La solitudine, se la vuoi, è un’occasione di scoprirti: in quelle fasi ti perdi nei meandri dell'anima e poi la applichi nel sociale.
“Si è fatto tardi, per addormentarmi raccontami una storia come i grandi”: da bambina avevi una favola preferita?
No, erano quelle dei miei genitori, che raccontavano della loro vita. Eravamo in otto e io sono parte di quattro gemelli.
“Ti amo ma ti odio dal profondo” lo scrivi sulla sabbia perché la prima onda lo cancella? Mi descrivi la macchina di tua sorella?
La uso da quando ho preso la patente a 18 anni. Ho voluto prenderla subito, perché conosco persone che, a forza di rimandare, oggi hanno quarant’anni e non l’hanno ancora. È una Punto nera ormai sfondata, ma esiste ancora: è stata l’esperimento post-patente di mia sorella e si vede tutto. Non frena, fischiano le pasticche dei freni, la portiera è difettosa. Sul tema dell’odio ti dico che sono bipolare con gli uomini: io vado fuori di testa e lo chiamo odio perché amo troppo.
In Bene Così, che è la canzone più rock di Tana, dici “salutami i tuoi, gli facevo schifo”. Mi ha ricordato Giugno ’73 di Fabrizio De André, che inizia con “Tua madre ce l’ha molto con me / perché sono sposato e in più canto”: il messaggio è lo stesso, ovvero “aspetta un amore più fidato”?
In quel pezzo apro una riflessione su quei genitori che ostacolano le relazioni dei figli, sulle mamme gelose. Ho avuto sempre amori fidati.
Se fossi stata in gara con i Big nella serata dei duetti che canzone avresti portato e con chi? Che accadrà nelle prossime settimane?
Me la sono fatta non sai quante volte quella domanda. Forse qualcosa di più leggero, visto che di mio canto emozioni profonde. Con chi non lo so: mi piacerebbe avere delle trombe oppure affidarmi al mondo reggae. Dopo il Festival tornerò in studio e mi ci chiuderò con una pazza. Per il tour ne parliamo più avanti.