Andrea Manzoni e Mauro Sigura ci fanno viaggiare con l'album Migrantes

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

I due musicisti e compositori costruiscono un dialogo che attraversa il Mediterraneo, il jazz europeo e le sonorità arabo- ottomane. L'INTERVISTA

Dopo un anno di tour internazionale che ha portato il progetto Migrantes in Cile, Perù, Egitto, Tunisia Svizzera, Italia, Germania e Grecia, calcando i palchi prestigiosi  di festival, teatri e club, è nato Migrantes – Session I, il primo disco nato dalla collaborazione tra il pianista e compositore Andrea Manzoni e dal suonatore di oud e anch’esso compositore Mauro Sigura. Insieme, costruiscono un dialogo che attraversa il Mediterraneo, il jazz europeo e le sonorità arabo-ottomane. Ma più che un incontro tra stili, Migrantes è un continuo dialogo tra composizione e improvvisazione, tra ritmi e melodie. Il loro suono ha il respiro di un mare che non appartiene a una sola sponda, ma a tutte. Dal 2026 Migrantes tornerà in tour, toccando Europa, Australia e Asia con nuove tappe di un cammino musicale che sembra non avere confini.

Andrea e Mauro partiamo dalla storia di Migrantes: quando ha iniziato a prendere forma e come ci avete lavorato?

Ci siamo incontrati un po' per caso in Tunisia, nel 2014 e nel 2016 abbiamo tenuto un concerto insieme sempre in Tunisia. Lì è nato il progetto Migrantes, grazie a quel concerto e come ospite, ma solo lì, avevamo Javier Girotto. Poi ci siamo persi un po' di vista e ritrovati nel 2018, poi ripersi fino al 2023 e nel 2024 abbiamo lavorato al repertorio e al primo tour. il Sud America è stato lo scambio dell'anello essendo partiti dal Cile e dal Perù.

 

La particolarità del progetto è, secondo me, che sembra un dialogo, si respira la sensazione di due persone che parlano su una panchina.

Il disco è nato da una unica giornata di sessione, insomma alla vecchia come quando si suonava sempre, consapevoli di quello che suonavi seppur con parti di improvvisazione. Il nostro dialogo musicale nasce in primis dal vivo attraverso i brani, l'improvvisazione e la scoperta reciproca degli universi sonori finché ci siamo poi ritrovati in studio.

 

Migrantes ha l'etimo latino, significa spostarsi da un luogo all'altro: che valore ha questo concetto quando, al di là dei tragici esodi, siamo una società stanziale, radicata nei rispettivi territori?

La migrazione per noi che siamo in una società stanziale è mettere in moto l'empatia che è sempre un viaggio, un migrare verso i rispettivi sentieri. Portiamo avanti un discorso empatico perché le migrazioni sono empatia.

 

Un altro elemento che emerge forte nelle vostre composizioni è la migrazione interiore, un viaggio dentro di sé: in cosa Migrantes può essere umanamente illuminante?

Prima abbiamo pensato a come potesse essere il nostro spettacolo: il nostro non è un concerto tradizionale ma diviso in tre suite, ognuna di circa 20 minuti. Nei tre momenti si sviluppa il concetto musicale ma ognuno può viverlo anche in una dimensione mistica e religiosa. Il sogno, la speranza e il viaggio sono i tre momenti.

 

In un mondo musicale dove c'è l'outotune e sta entrando l'Intelligenza Artificiale poter improvvisare come fate voi è anarchia?

Diremmo di sì, ogni tipo di improvvisazione lo è anche quando improvvisiamo una ricetta da portare a tavola. Acquisite le regole vanno poi rotte e cambiate totalmente per non restare imbrigliati. Improvvisare nel 2026 è cibo per l'anima e per l'uomo, l'improvvisazione non è effimera ma concreta e reale, è l'hic et nunc.

 

Aprite il progetto con Second Life: è un messaggio di speranza ai migranti in fuga da guerra e fame a cercare una seconda opportunità?

Le due finalità sono trasmettere una idea di una apertura verso una nuova speranza e una nuova vita ma anche una proposta interiore per ognuno di noi. Il nostro andare via dai luoghi d'origine è di per sé una nuova possibilità.

 

Mi ha affascinato il concetto di marea del tempo, Tide of Time: che rapporto avete col tempo e con i ricordi? La vostra marea lascia tracce sulla spiaggia dell'anima o le cancella? Musicalmente sembra di essere cullati dal rumore bianco del mare.

Un musicista deve vivere all'interno dei suoi ricordi e delle esperienze vissute. La primissima stesura nasce come colonna sonora ma poi la abbiamo ripresa adattandola a noi: è la magia dello sperimentare.

 

Il vento laterale, il vostro Crosswind, va assecondato o come una vela nella tempesta devi assecondarti tu agli elementi della natura?

Dipende dai momenti, a volte è utile e giusto seguire il vento altre sfidarlo poiché una rottura crea l'anarchia.

 

Nelle nore stampa dite che ci sono cose che accadono come approdi: mi ha fatto pensare al concetto di Nostos, che è soprattutto inquietudine perché trovato un porto si guarda già la stella polare: siete dunque artisti inquieti?

Estremamente. L'inquietudine è fondamentale per ragionare su un progetto di questo tipo. E' fondamentale perché da lì parte la ricerca dentro di sé, la musica è il mare che si muove in superficie ma sotto c'è qualcosa d'altro: la musica è rivelatrice e calma quello che c'è sotto il mare.

 

Cosa è per voi il Mediterraneo? E' ancora il Mare Nostrum culla di cultura oppure oggi è solo la rotta della speranza per tanta parte dell'umanità?

E' un grande lago, è quello della nostra civiltà e comunità, le due sponde sono vicine e siamo in comunicazione. E' ancora il lago nostrum, poi certo che c'è la disperazione del muoversi e rischiare ma è quella è una questione planetaria.

 

Che accadrà in questi primi mesi del 2026?

Stiamo lavorando a un nuovo tour che partirà il 18 giugno da Zurigo e ci muoveremo a livello internazionale.

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