Ilaria Pilar Patassini: "La comprensione va di pari passo con l'accoglienza"
Musica Credit Paolo Soriani
Ad accompagnare l’uscita di "Terra senza Terra" ci saranno tre showcase che vedranno l'artista presentare al pubblico i brani del nuovo lavoro a Salerno il 20 maggio, a Roma il 23 maggio e ad Alghero il 26 maggio. L'INTERVISTA
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“Terra senza Terra”, il nuovo intenso progetto di Ilaria Pilar Patassini è composto da undici canzoni d’autrice moderne, originali e consapevoli, che dalla tradizione musicale italiana si spingono verso il jazz e su linee di scrittura classiche, cameristiche. Una barca che tocca molti porti senza soffermarsi in alcuno, con una rotta che va in direzione della libertà, dell’autodeterminazione e della felice rivendicazione di un vasto contenimento di moltitudini di Withmaniana memoria. L’album è un manifesto poetico e musicale che dà voce allo sguardo poliedrico dell’artista che passa dall’autoanalisi al racconto della quotidianità.
Ilaria partiamo dalla storia dell’album: quando è partito questo viaggio e la sua rotta segue il nostos, un senso di nostalgia destinata a non trovare un suo porto?
Come spesso capita quando si inizia a scrivere, i contenuti hanno vita propria e sono loro che ti indicano la direzione: infatti non è nato come concept ma ha alcuni elementi che insieme ai colori e all’arrangiamento ha una unità di intenti. Io vedo una barca che va in balia del vento e segue una condizione segnata da aria e acqua, da elementi fluidi. C’è qui una compattezza maggiore rispetto ad altri album perché mi sento immersa nel mio tempo, la commistione di genere ora è accettata, si chiama crossover, mentre prima era vista male. Ora sono io, è la mia canzone d’autrice. La musica classica mi ha formato e mi sostiene. Grazie alla carta bianca di Roberto Catucci ho potuto fare un altro disco libero: un privilegio!
Restando nel tema del viaggio, in verso “al mare che passa io passo la mano” ribadisce un senso di arrendevolezza al fato, inteso come potere incontrastato e incontrastabile?
E’ un concetto che è anche in altre canzoni, il lasciare andare verso un equilibrio dove trovi altro che ti nutre. Il mare è il senso di calma nei confronti dell’inquietudine dell’altro, l’elemento che si muove al posto mio e mi calma e io posso accettare il destino. Non contemplo l’ubris di opporsi agli dei, oggi non opporsi al fluire delle cose significa starci dentro e governarle. La comprensione va di pari passo all’accoglienza.
Lo scorcio di azzurro che ti sbuccia la mela è uno stato dell’anima o la felicità di un attimo?
Forse la felicità di un attimo ma è cesellata in questa immagine rispetto alla storia d’amore che racconto. Non sapevo come descrivere l’altro e di lui ho preso quello che immaginavo fosse la sua storia, un contrasto a quello che sono io. La canzone nasce in francese molti anni fa e col mio produttore abbiamo provato a tradurla nel rispetto delle melodie: ho iniziato a scriverla pensando a Paolo Conte e mi sono ispirata alle sue "Architetture Lontane".
Chi era Pierre di “Del Dire Addio”?
Pierre Ruiz è stato il mio produttore ed editore, amico fraterno. Non faceva il discografico, era manager di una multinazionale, ma amante compulsivo della vita. Lo ha portato via un infarto a 58 anni sul monte Arcuentu, là c’è una croce che è la sua tomba d’elezione. Lui mi ha presentato il padre di mio figlio.
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“Le infinite voci del mondo” è la tua descrizione della pandemia: ti chiedo se per te resta una esperienza distopica e drammatica oppure oggi sappiamo che è il ponte per una nuova normalità. Nel testo parli di “capire che è il momento di cambiare”.
La avevo già da prima la consapevolezza del cambiamento. Siamo in un mondo perfetto dove c’è l’effetto domino se manca un tassello. L’uomo è desiderio, l’hic et nunc è imperante, non si fanno progetti a vent’anni. Spero che qualcosa sia cambiato ma quello vedo intorno è che le persone dimenticano e ricominciano da capo. Fumo negli occhi per nascondere i danni del turbo-capitalismo; e poi cosa si fa in ambito sanitario per prepararci alla prossima pandemia? Le due colonne di un paese civile sono la sanità e la scuola e le stanno depauperando: non sono stati ascoltati gli allarmi lanciati negli anni. La pandemia aveva un aspetto più umano, la distopia è ora.
Secondo te siamo ancora capaci di “restare umani”, magari rischiando di confondere la crema da notte con la maionese? Una frase come “che portento di pace” oggi sembra così anacronistica.
E’ volutamente provocatoria, è buttata lì per dire che deve essere intesa come un portento e invece è solo una parola. Le creme sono nel frigo non per confusione ma perché certe creme vanno raffreddate prima di essere applicate. Restiamo umani quando ci si sottrae alla situazione di benessere, per sopravvivere devi allearti, fare sindacato. Le frasi sono annotazioni di cose semplici ma non semplicistiche né semplificatorie, l'istinto crea alleanza nell’emergenza, pensa a quando c'è il suono di una ambulanza, come per un bambino la felicità perfetta è quando assaggia qualcosa che gli piace.
Quale è l’ultimo libro sul quale ti sei addormentata aggrappata a un dito? Inoltre siccome è una canzone dedicata alla mamma: quale è la tua favola preferita?
L'ultimo libro lo ho finito pohi giorni fa ed è "Dove Non Mi hai Portata" di Maria Grazia Calandrone. A mio figlio ogni sera gli leggo qualcosa, sa che quando torno a casa ci attendono un libro o un disco. Ama le storie classiche di Richard Scarry che sono mie da bambina.
L’immagine della quotidianità, che tu chiami abitudine, in “Niagara” è triste e fallimentare, rafforzata dal “confine attonito tra te e me” de “Il passo indietro dell’amore”: meglio un filo che si spezza? Ne “Il Passo Indietro dell’Amore” citi l’albatro di Baudelaire, accenni ai donchisciotteschi mulini a vento e credo anche al maestrale di Montale che termina con le tre parole: “più in là”. Alla fine possiamo dire che questo è il senso del tuo nostos, andare sempre più in là?
Sempre più in là. C’è sempre un altrove. Molta della mia fatica sta nel cercare di radicarmi. Il lasciare andare è il mio nostos che diventa anche il ritorno. Staccare il filo non è staccarlo dalla quotidianità perché la routine è il mio ritorno, il mio nostos alla quotidianità. Da madre e vivendo in due città, Alghero e Roma, non ho una giornata uguale all’altra ma la routine amorevole è importante. Il radicamento più forte è mio figlio, è la mia radice reale.
La rosa dei venti in che direzione ti porterà nei prossimi mesi?
Ci saranno intanto tre showcase con palchi speciali a Salerno poi a Roma e quindi ad Alghero su una barca. Poi qualche data in estate e un tour in autunno.