Terapia creativa, Ricardo Darín in duello psicologico tra ironia e ossessioni. Recensione

Cinema
Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

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Introduzione

Dall’Argentina arriva su Netflix una nuova prova del talento di Ricardo Darín, attore capace di trasformare ogni personaggio in una presenza magnetica. In Terapia creativa, diretto da Hernán Goldfrid, veste i panni di uno psicoanalista fuori dagli schemi, pronto a mettere in discussione le regole della professione e a spingersi ben oltre il lettino. Accanto a lui c’è Diego Peretti, in una storia che mescola ironia nera, tensione e ambiguità. 

Quello che nasce come un rapporto tra medico e paziente si trasforma progressivamente in un confronto imprevedibile, in cui ruoli e certezze si ribaltano. Il film gioca con le fragilità dei suoi protagonisti, mette in discussione il confine tra cura e invadenza e lascia emergere le contraddizioni di entrambi. Ne nasce un duello psicologico sostenuto soprattutto dalla bravura dei due interpreti, che conferma il fascino di un cinema argentino capace di raccontare con intelligenza le zone più scomode dell’animo umano.

Quello che devi sapere

La psicoanalisi oltre ogni regola

E se il terapeuta avesse bisogno di essere curato più del suo paziente? È da questa premessa, tanto semplice quanto ricca di possibilità narrative, che prende le mosse Terapia creativa (titolo originale Lo dejamos acá) commedia nera argentina diretta da Hernán Goldfrid, disponibile su Netflix. Protagonisti sono Ricardo Darín e Diego Peretti, impegnati in una storia che mescola ironia, tensione psicologica e riflessioni sui confini della professione terapeutica.

Ulises Verón è uno psicoanalista affermato, conosciuto anche dal grande pubblico grazie alle sue apparizioni televisive. Nonostante la reputazione e i riconoscimenti professionali, l'uomo attraversa una profonda crisi di fiducia nei confronti del proprio lavoro.

Convinto che la terapia tradizionale non sia più sufficiente, decide di sperimentare un approccio decisamente poco ortodosso: anziché limitarsi ad ascoltare i pazienti durante le sedute, interviene direttamente nelle loro esistenze, per poter accelerare i processi di cambiamento. Un metodo che mette immediatamente in discussione il confine tra aiuto e manipolazione, tra interesse professionale e desiderio personale di controllo.

 

 

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Due uomini accomunati con un ego ingombrante

L'equilibrio precario di Ulises viene messo alla prova dall'arrivo di Martín Bouchard, scrittore di successo specializzato in romanzi thriller, interpretato da Diego Peretti. Nonostante la popolarità raggiunta, Martín non riesce più a trovare l'ispirazione necessaria per scrivere e ha sviluppato un rapporto problematico con l'alcol.

La crisi creativa diventa così il sintomo di un malessere più profondo, che coinvolge la sua identità personale e il rapporto con il proprio talento. L'incontro tra i due uomini dà vita a una relazione tutt'altro che convenzionale.

Ulises è convinto di poter individuare le debolezze del suo interlocutore e di guidarlo verso una soluzione, ma finisce progressivamente per oltrepassare ogni limite professionale.

La situazione si complica quando il terapeuta comincia a interessarsi non soltanto alla vita privata dello scrittore, ma anche alle sue idee e alla sua produzione letteraria.

Il rapporto si trasforma in un gioco di potere nel quale diventa sempre più difficile distinguere chi stia aiutando chi. Due uomini accomunati da un ego ingombrante e dalla difficoltà di riconoscere i propri fallimenti.

 

 

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Ricardo Darìn e i suoi personaggi "scomodi"

Uno dei principali punti di forza del film è naturalmente Ricardo Darín, interprete che da anni rappresenta uno dei volti più riconoscibili e autorevoli del cinema argentino nel panorama internazionale.

La sua carriera comprende titoli diventati riferimenti imprescindibili del cinema latinoamericano, da Nove regine a Il figlio della sposa, passando per Il segreto dei suoi occhi, vincitore dell'Oscar come miglior film straniero nel 2010, e Storie pazzesche di Damián Szifron. Con Truman - Un vero amico è per sempre ha conquistato nel 2015 la Concha de Plata come miglior attore al Festival di San Sebastián e nel 2016 il Premio Goya nella stessa categoria. Nel 2017 è arrivato anche il Premio Donostia alla carriera, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del festival spagnolo.

In Terapia creativa Darín mette a disposizione del personaggio tutta la sua esperienza, costruendo un uomo affascinante e sgradevole, brillante ma profondamente contraddittorio.

Ulises ostenta sicurezza, parla con l'autorità di chi ritiene di conoscere i meccanismi della mente umana e sembra convinto di poter controllare qualsiasi situazione. Eppure, dietro questa apparente superiorità, emergono insicurezze e fragilità che l'attore lascia affiorare attraverso piccoli cambiamenti di espressione, esitazioni e improvvisi scarti caratteriali. È una prova che conferma la sua capacità di passare dal dramma alla commedia senza perdere profondità. Darín, inoltre, partecipa al progetto anche in veste di produttore, attraverso Kenya Films, la società condivisa con il figlio Chino Darín e Federico Posternak.

Lo scrittore intrappolato nella sua stessa storia

A rendere convincente il confronto è Diego Peretti, che costruisce un Martín lontano dallo stereotipo dello scrittore tormentato e geniale. Il suo personaggio è disordinato, vulnerabile, spesso sopra le righe, ma conserva una lucidità che emerge proprio quando sembra aver perso qualsiasi controllo sulla propria esistenza.

L'attore argentino, che nella vita ha anche una formazione in medicina e ha lavorato come psichiatra, porta nel ruolo una particolare sensibilità nel rappresentare le contraddizioni della relazione terapeutica. Il suo passato professionale aggiunge una sfumatura interessante a un film che gioca continuamente con il linguaggio della psicologia e con le sue zone più ambigue. Darín e Peretti funzionano soprattutto quando smettono di essere semplicemente terapeuta e paziente e diventano due uomini impegnati a difendere le rispettive debolezze.

Il loro confronto procede tra battute, provocazioni, sospetti e improvvisi cambiamenti di alleanza. Non è un rapporto costruito sulla contrapposizione tra un personaggio razionale e uno irrazionale: entrambi sono capaci di manipolare l'altro e nessuno dei due possiede davvero una superiorità morale.

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Una commedia nera tra terapia e manipolazione

Hernán Goldfrid sceglie di non confinare il racconto nella dimensione della commedia psicologica. Progressivamente Terapia creativa assume i contorni di un thriller, introducendo tensioni e situazioni imprevedibili che modificano il rapporto tra i protagonisti.

Il film si diverte a ribaltare le aspettative dello spettatore, trasformando una relazione apparentemente professionale in una partita nella quale ciascuno cerca di anticipare le mosse dell'altro. Un thriller per raccontare una relazione fondata sulla fiducia che finisce per trasformarsi in una battaglia di ego e interessi personali.

Il tema più interessante riguarda proprio la responsabilità di chi esercita un potere sulle fragilità altrui. Fino a che punto un professionista può spingersi per ottenere un risultato che considera positivo? E quando il desiderio di aiutare si confonde con il bisogno di sentirsi indispensabili? Sono interrogativi che il film affronta attraverso situazioni grottesche e momenti di tensione, senza trasformarsi in un trattato sulla psicoanalisi. 

Le zone d’ombra della mente

Il titolo originale, Lo dejamos acá, letteralmente "la lasciamo qui" o "ci fermiamo qui", richiama una delle espressioni comunemente associate alla conclusione di una seduta terapeutica. Una formula apparentemente ordinaria che assume nel film un significato ironico, perché proprio ciò che dovrebbe rimanere circoscritto allo spazio della terapia finisce per invadere ogni aspetto della vita dei protagonisti. Il confine tra studio e realtà privata scompare, così come quello tra professionista e paziente.

Il titolo italiano, Terapia creativa, punta invece maggiormente sull'approccio anticonvenzionale di Ulises.

Al di là delle differenze, il film suggerisce una riflessione interessante: non sempre chi pretende di conoscere gli altri è davvero capace di comprendere sé stesso.

La creatività, la professione e il successo diventano strumenti attraverso cui i protagonisti cercano di nascondere le proprie insicurezze, mentre il bisogno di avere ragione prevale sulla possibilità di riconoscere i propri errori. Terapia creativa è una commedia nera piacevole, sostenuta da due interpreti in grande sintonia.

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