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Paolo Strippoli: "L’Estranea parla di ciò che facciamo per fuggire dal dolore"

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

In sala dall’8 ottobre con 01 Distribution e designato a rappresentare l’Italia agli Oscar, L'Estranea è il film più personale di Paolo Strippoli. Il regista lo racconta in questa intervista: la paura di perdere il controllo, le feste in bianco nella Bari del 1999, i genitori come «filtri rotti», l’Estranea riscritta per Valeria Bruni Tedeschi, Britney Spears sostituita da Narcotic dei Liquido. E una domanda per ogni spettatore: al posto di Anna Colonna, avremmo stretto lo stesso patto?

«Due anime, ahimè, abitano nel mio petto, e l'una vuole separarsi dall'altra». Lo confessa Faust al fedele Wagner il giorno di Pasqua, a passeggio fuori dalle mura, mentre la città sciama verso la primavera. Pochi versi più in là, un barbone nero comincia a girargli intorno a larghe spirali, sempre più vicino. Dentro quel cane, si sa, abita Mefistofele. E il patto, da lì in poi, è soltanto questione di pagine.

Sicché, quando Paolo Strippoli racconta che L'Estranea nasce dalla sua paura di perdere il controllo e da due lati della sua personalità messi l'uno contro l'altro (quello che somiglia ad Anna Colonna e quello che somiglia alla figlia Alice), viene il sospetto che il regista abbia frequentato Goethe con la stessa devozione con cui ha consumato la compilation rossa del Festivalbar. Due anime, appunto. Lui dice di aver dato loro un corpo; noi, con un pizzico di arbitrio, possiamo prestargli i volti di Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano. E il barbone nero? Ha l'eleganza sprezzante di Valeria Bruni Tedeschi. D'altronde il titolo internazionale del film è The Spiral (Goethe docet).

Non è la prima volta che Strippoli costringe il cinema di genere a fare i conti con la letteratura, con la società e con le nostre ferite. A Classic Horror Story, firmato nel 2021 a quattro mani con Roberto De Feo, era un gioco al massacro con i luoghi comuni del nostro cinema di paura (e con lo spettatore che li consuma). Piove trasformava il vapore che sale dai tombini di Roma in un contagio di rabbia, con la pioggia a fare da coro greco. La valle dei sorrisi, a Venezia 82, inventava un angelo adolescente capace di assorbire con un abbraccio il dolore di un intero paese. Quattro film, un'unica ossessione declinata ogni volta in una forma nuova: non il dolore in sé, ma ciò che siamo disposti a fare pur di non sentirlo. Tant'è che, in un Paese che per decenni ha guardato all'horror con sospetto, Strippoli è diventato senza clamore uno degli autori più originali del cinema italiano. Nessuna imitazione dei modelli americani, ma un immaginario radicato nella provincia, nei riti della piccola borghesia, nelle canzoni che tutti abbiamo canticchiato senza sapere che un giorno ci avrebbero fatto paura.

Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 83 e accolto con entusiasmo a Toronto, dove si è classificato secondo nel premio del pubblico della sezione Midnight Madness, L'Estranea arriva nelle sale l'8 ottobre con 01 Distribution ed è il film designato a rappresentare l'Italia nella corsa all'Oscar per il miglior film internazionale. Thriller psicologico dalle venature horror, scritto con Salvatore De Chirico, racconta la famiglia Colonna dal Ferragosto barese del 1999 alla notte del rigore di Fabio Grosso nel 2006, fino a una Roma assediata dall'acqua. Nel cast anche Adriano Giannini. Ne abbiamo parlato con il regista di Corato.

Foto Andrea Miconi

Due anime in un film: Anna contro Alice

Da dove è partito L'Estranea: da un'immagine, da una persona che hai conosciuto o da una paura?

L'Estranea nasce dalla mia paura di perdere il controllo. C'è un lato di me che somiglia ad Anna Colonna, però è un lato che combatto con il lato che somiglia ad Alice. Infatti nasce dall'idea di mettere questi due lati della mia personalità uno contro l'altro. In qualche modo ho dato un corpo a questi due lati.

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Bari 1999, il calore delle feste in bianco

Hai raccontato di aver visto da bambino feste come quella dei Colonna. Che cosa ricordi di quel mondo? Un oggetto, un suono, un odore?

Ricordo prima di tutto un posto caldo: Bari, nel '99. Io sono di Corato, che è a quaranta minuti da Bari, però in qualche modo quell'ambiente lo conosco, l'ho frequentato. Ne conosco la bellezza, ma anche le criticità, come qualsiasi ambiente borghese. Dunque ricordo quel calore, prima di tutto.

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Foto di Katia Zavaglia

Genitori e figli: «Quanti danni possono fare dei filtri rotti»

Il film racconta genitori che cercano di decidere il destino dei figli. Lavorandoci, che cosa hai capito del rapporto tra genitori e figli, anche guardando alla tua esperienza?

Ho capito che i genitori hanno una responsabilità molto importante: filtrare il mondo esterno e far entrare dentro la famiglia solo la parte migliore, soprattutto far arrivare la parte migliore ai propri bambini. Io ho avuto, e ho, dei genitori meravigliosi. Però ho conosciuto tante persone, ho raccolto tante esperienze che in qualche modo somigliano, magari non in maniera così estrema, alla famiglia Colonna. E ho capito quanti danni possono fare dei filtri rotti, che lasciano entrare nella famiglia anche le pressioni sociali, ciò che il mondo si aspetta, magari cercando di cambiare direzione a dei ragazzi che si stanno trovando, che stanno scoprendo la loro identità, e macchiando la loro innocenza con aspettative che possono essere pesanti. Con questo film volevo esplorare lo sguardo di questi genitori.

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Foto Andrea Gabellone

Jasmine Trinca, Adriano Giannini e un'Estranea riscritta per Valeria Bruni Tedeschi

Avevi già in mente questi interpreti o hai fatto tanti provini per sceglierli?

Se parliamo degli interpreti principali, degli adulti, per la prima volta ho avuto la fortuna di lavorare con gli attori con cui volevo lavorare. Ho sempre immaginato il ruolo di Anna per Jasmine Trinca e quello di Walter per Adriano Giannini. Devo dire che l'Estranea l'ho trovata dopo. Valeria Bruni Tedeschi è stata un'idea arrivata nelle ultime stesure della sceneggiatura, quando ho capito che volevo che l'Estranea fosse anche divertente, che facesse queste cose crudeli con una levità, con un'eleganza sprezzante che appartiene proprio a Valeria. Ho immaginato lei e l'ho riscritta pensando a lei. All'inizio doveva essere molto più scura, molto più dark. Poi ho capito che doveva essere anche divertente e sexy.

 

In effetti l'Estranea ha uno humour nero degno dell'Anthologie de l'humour noir di André Breton e dei surrealisti: crudele, ma molto divertente.

Secondo me era anche la chiave per inserire un pizzico di dark humor in una storia che altrimenti sarebbe stata costellata soltanto di eventi drammatici. Invece volevo che facesse anche ridere, che si potesse ridere anche dei momenti orrorifici di cui il film è composto. Volevo che il film fosse divertente, e per questo credevo che Valeria fosse giusta. Sono contento che abbia accettato con tanto entusiasmo.

Romana Maggiora Vergano, da La valle dei sorrisi a L'Estranea

Romana, invece, ho capito che doveva essere lei lavorando sulla Valle dei sorrisi. È un'attrice molto coraggiosa, che non ha paura delle sfide estreme. Quando l'ho vista fare quello che ha fatto nella Valle dei sorrisi mi sono detto: le devo proporre questo film. E infatti l'ho chiamata e le ho mandato la sceneggiatura il giorno dopo che avevamo finito di lavorare insieme sulla Valle dei sorrisi.

Foto di Federica Di Benedetto

Da Britney Spears a Narcotic dei Liquido: la compilation rossa del Festivalbar

Anche questa volta hai usato la musica in modo sorprendente: Narcotic dei Liquido alla festa del 1999, Nessuno dei Baustelle dopo il rigore di Grosso. Le avevi già in testa in sceneggiatura o sono arrivate dopo?

Erano entrambe in sceneggiatura. Inizialmente, però, al posto di Narcotic c'era un'altra canzone: ...Baby One More Time di Britney Spears. Sono entrambe nella compilation rossa del Festivalbar. Da una parte era una canzone troppo popolare e poco connotante di quel periodo storico, nonostante fosse una delle canzoni dell'estate del '99. Dall'altra sapevamo già che sarebbe stato molto difficile averla, perché è un altro tipo di canzone rispetto a Narcotic. Però non l'abbiamo nemmeno chiesta. Quando ho delle canzoni scritte in sceneggiatura amo liberarne i diritti prima di andare a girare, perché ho bisogno di girare con quelle canzoni già in mente, pronte per le riprese e poi per il montaggio. Non abbiamo chiesto Britney Spears perché a un certo punto il mio cosceneggiatore, Salvatore De Chirico, riascoltando la compilation rossa, mi ha fatto riascoltare Narcotic e improvvisamente mi sono tornati in mente tutti i ricordi di quell'estate.

Prima parlavamo del calore di quelle feste in bianco, che raccontiamo nei loro aspetti più belli, luccicanti, nella loro luce, ma anche in quelli più negativi, nella frivolezza di quel tipo di ambiente e nel giudizio sociale che spesso pullula sottopelle. Se penso a Narcotic, a quell'estate, alle feste, ai giochi con gli amici, era una canzone che mi riportava a tutto quel sentimento d'infanzia. Ed era bellissimo poterla utilizzare nell'ultimo momento di felicità e spensieratezza di questa famiglia, prima che la vita accada in maniera imprevedibile, anche abbastanza spaventosa, e li trascini in un incubo.

L'Estranea agli Oscar: «Un grande segnale di fiducia»

Un anno fa a Venezia dicevi che in Italia il cinema di genere era ancora guardato con sospetto. Credi che questa candidatura per la corsa agli Oscar possa cambiare qualcosa o siamo ancora davanti a un'eccezione?

Lo spero. Di certo è un grande segnale di fiducia, un segnale che indica una voglia di cambiamento. Che poi porti effetti a lungo termine è da vedere, però è un ottimo segnale: è l'unica cosa che posso dire. Sicuramente, se il pubblico risponderà bene, non sarà un segnale isolato. Per quanto riguarda gli Oscar, faremo di tutto per arrivare il più lontano possibile. Il primo milestone è la shortlist, che verrà annunciata il 15 dicembre, e faremo la Il primo milestone è la shortlist, che verrà annunciata il 15 dicembre, e faremo la migliore campagna possibile, per quelle che sono le nostre possibilità, per arrivarci.

Non il dolore, ma la fuga dal dolore

Da Piove alla Valle dei sorrisi tornano sempre il lutto, la perdita, il senso di colpa, la paura di perdere qualcuno, come se l'orrore fosse sempre legato al dolore. Che cos'è per te la cognizione del dolore? E il cinema di genere può aiutare a rappresentarlo?

Io penso che il cinema di genere possa raccontare qualsiasi cosa. E penso che nessun mio film parli davvero del dolore, ma di quello che siamo disposti a fare per fuggire dal dolore. In questo senso anche L'Estranea parla un po' di questo. È una famiglia bellissima, una famiglia perfetta che vuole rimanere perfetta. Quando c'è il rischio che non lo sia più, e quindi che soffra per la perdita di questa immagine luccicante che ha sempre dato, ricorre a mezzi che nei miei film sono spesso magici. In questo film c'è un'ambiguità: ci potrebbe essere il magico, oppure no. È la vera domanda del film. Esiste quest'Estranea? Se esiste, chi è? Che cos'è?

Ovviamente nel cinema di genere raramente si parla di qualcosa in maniera dritta, realistica, attaccata alla terra. Molto spesso il genere ci porta a interpretare attraverso il fantastico cose che noi facciamo nella vita vera. Il ragazzino della Valle dei sorrisi, che liberava le persone dal dolore quando veniva abbracciato, era un dispositivo di compensazione, come possono esserlo l'alcol, i medicinali, la droga: una bulimia di cose che cerchiamo di utilizzare per dimenticarci un po' della nostra sofferenza, per cacciarla via in maniera immediata. Quel ragazzino è chiaramente un'allegoria.

Foto di Andrea Miconi

Il patto col diavolo: e tu, al posto di Anna, che cosa avresti fatto?

Qui il dispositivo diventa forse ancora più chiaro. È un dispositivo horror, perché il film è una variazione del patto col diavolo, ma non ci mette più davanti a qualcosa di magico: ci mette davanti a una scelta concreta. C'è un'Estranea che dice: io evito che succeda questa cosa che tu non vuoi che succeda, però tu mi devi dare qualcosa in cambio. È un dilemma morale che tutti conosciamo. Quando ci succede qualcosa di brutto, tutti tendiamo a pensare: darei quest'altra cosa pur di non far succedere quella.

Il dispositivo non è più magico, ma profondamente vicino a qualsiasi spettatore, perché qualsiasi spettatore sarà chiamato a rispondere all'interrogativo morale dell'Estranea. È un po' la sfida del film, il suo gioco: lo guardi e ti chiedi se avresti fatto la stessa cosa. L'obiettivo, già in sceneggiatura, era fare in modo che tutti dicessero: io so che le scelte di Anna Colonna sono sbagliate, ma forse nella sua situazione avrei fatto le stesse identiche scelte.

Fermati, attimo: il talento di Strippoli e la spirale dell'Estranea

Torniamo allora a Goethe, giacché ogni spirale che si rispetti ripassa sempre dallo stesso punto, soltanto un poco più in là. La scommessa tra Faust e Mefistofele contiene una sola clausola: se mai il dottore dirà all'attimo «Fermati, sei così bello!», la sua anima sarà perduta.

Anna Colonna, a ben vedere, firma per la stessa ragione. Non chiede la ricchezza, che possiede già, né una famiglia, che crede di avere. Chiede che la festa in bianco del 1999, quella che danza sulle note di Narcotic, non finisca mai. È «l'ultimo momento di felicità e spensieratezza» dei Colonna, come lo definisce Strippoli, l'istante prima che la vita accada.

Ma l'attimo non si ferma. Gira, semmai, come il barbone nero intorno a Faust: in tondo, sempre più vicino.

Quando finalmente getta la maschera, Mefistofele si presenta come «una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene». Difficile trovare una definizione più calzante per l'horror di Paolo Strippoli. Un cinema che sembra volerci soltanto spaventare e intanto ci costringe a guardare ciò che preferiremmo rimuovere: il lutto, l'invidia, le ambizioni scaricate sui figli, i sorrisi obbligatori, il conto che prima o poi arriva. Lo fa con un talento visionario che pochi, alla sua età, possono vantare (il balletto degli adolescenti sulle note dei Liquido resta negli occhi molto dopo i titoli di coda) e con un'originalità che non chiede il permesso a nessuno: né ai maestri d'oltreoceano, né ai custodi delle etichette.

Le due anime che il regista si porta nel petto, quella che vorrebbe controllare tutto e quella che vorrebbe lasciar andare, non hanno ancora deciso chi debba vincere. Per fortuna, verrebbe da dire. Finché litigano, il cinema italiano ha qualcuno capace di girare film come L'Estranea.

E all'Estranea, si sa, non conviene chiedere nulla. Non dà il resto.

Foto di Federica Di Benedetto

Fermati, attimo: il talento di Strippoli e la spirale dell'Estranea

Torniamo allora a Goethe, giacché ogni spirale che si rispetti ripassa sempre dallo stesso punto, soltanto un poco più in là. La scommessa tra Faust e Mefistofele contiene una sola clausola: se mai il dottore dirà all'attimo «Fermati, sei così bello!», la sua anima sarà perduta.

Anna Colonna, a ben vedere, firma per la stessa ragione. Non chiede la ricchezza, che possiede già, né una famiglia, che crede di avere. Chiede che la festa in bianco del 1999, quella che danza sulle note di Narcotic, non finisca mai. È «l'ultimo momento di felicità e spensieratezza» dei Colonna, come lo definisce Strippoli, l'istante prima che la vita accada.

Ma l'attimo non si ferma. Gira, semmai, come il barbone nero intorno a Faust: in tondo, sempre più vicino.

Quando finalmente getta la maschera, Mefistofele si presenta come «una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene». Difficile trovare una definizione più calzante per l'horror di Paolo Strippoli. Un cinema che sembra volerci soltanto spaventare e intanto ci costringe a guardare ciò che preferiremmo rimuovere: il lutto, l'invidia, le ambizioni scaricate sui figli, i sorrisi obbligatori, il conto che prima o poi arriva. Lo fa con un talento visionario che pochi, alla sua età, possono vantare (il balletto degli adolescenti sulle note dei Liquido resta negli occhi molto dopo i titoli di coda) e con un'originalità che non chiede il permesso a nessuno: né ai maestri d'oltreoceano, né ai custodi delle etichette.

Le due anime che il regista si porta nel petto, quella che vorrebbe controllare tutto e quella che vorrebbe lasciar andare, non hanno ancora deciso chi debba vincere. Per fortuna, verrebbe da dire. Finché litigano, il cinema italiano ha qualcuno capace di girare film come L'Estranea.

E all'Estranea, si sa, non conviene chiedere nulla. Non dà il resto.

Se Paolo Strippoli fosse un cocktail

Sarebbe un Coratina, come la cultivar di olive che prende il nome dalla sua città: un olio verde, amaro e piccante, che pizzica in gola proprio quando sembrava soltanto morbido. Tenerezza e ferocia nello stesso sorso.

Si parte da un gin secco lavato con l'extravergine di Coratina: l'olio si lascia riposare nel distillato, si mette in freezer e poi si filtra, finché del frutto resta soltanto l'anima. Si unisce un vermouth bianco e si mescola a lungo nel mixing glass, con il ghiaccio, senza fretta. Mai lo shaker: per chi ha paura di perdere il controllo, agitare è già un'apocalisse.

Si versa in una coppetta ghiacciata e, all'ultimo, si nebulizzano sopra il bicchiere tre spruzzi di amaro alla genziana. Tre gocce di pioggia, una per ogni film girato da solo: Piove, La valle dei sorrisi, L'Estranea.

Ci si illude di averlo preparato a regola d'arte, misurato al millilitro.

Poi piove lo stesso.

Spettacolo: Per te