Venezia 83, Il primo della classe. Nell’era dei deepfake la verità vacilla, recensione
CinemaIntroduzione
Un video può ancora essere considerato una prova quando l’intelligenza artificiale è capace di riscrivere la realtà? È il dubbio al centro del cortometraggio Il primo della classe, scritto e diretto da Andrea Ricciotti che mette adolescenti e adulti davanti alla fragilità delle proprie certezze. Nel cast, tra i protagonisti, ci sono Samuele Carrino, già apprezzato per Il ragazzo dai pantaloni rosa, e Gianmarco Tognazzi, che interpreta il padre del giovane protagonista. Presentato come Evento Speciale nell’ambito della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film affronta il tema dei deepfake e della manipolazione digitale con il linguaggio del thriller psicologico, interrogandosi sul confine sempre più sottile tra verità, percezione e responsabilità.
Quello che devi sapere
Il primo della classe, quando il dubbio è la vera condanna
Due adolescenti, un video virale e un’accusa che sembra già aver emesso la sua sentenza. È da questo triangolo esplosivo che prende forma Il primo della classe di Andrea Ricciotti, cortometraggio presentato l’8 settembre come Evento Speciale alla Mostra del Cinema di Venezia (SEGUI LA DIRETTA - LO SPECIALE) . Al centro c’è una vicenda apparentemente semplice, destinata però a diventare sempre più ambigua, man mano che le immagini entrano in conflitto con le parole.
Un’accusa di violenza, un filmato che sembra fornire una prova e una comunità pronta a schierarsi diventano così il punto di partenza per una riflessione più ampia sull’epoca dell’intelligenza artificiale. Perché se un’immagine può essere costruita, alterata o completamente inventata, anche ciò che vediamo smette di essere una certezza.
Ricciotti porta questa inquietudine dentro una storia adolescenziale, ma il problema riguarda tutti: ragazzi, genitori, insegnanti e un’opinione pubblica abituata a formulare giudizi alla velocità di uno scroll.
Il risultato è un thriller morale che non cerca risposte facili e lascia lo spettatore dentro una zona di incertezza. La domanda non è soltanto chi stia dicendo la verità, ma quanto siamo ancora capaci di riconoscerla quando ogni prova può essere messa in discussione.
Il mito della caverna nell’era dei social
Il regista costruisce il suo racconto partendo da un’intuizione filosofica antica quanto attuale: il mito della caverna di Platone. Come i prigionieri incatenati che scambiano le ombre per la realtà, i personaggi vivono in un mondo in cui uno schermo sostituisce l’esperienza diretta e dieci secondi di immagini bastano a definire un colpevole.
Vincenzo (Samuele Carrino) è il ragazzo perfetto: brillante, popolare, amato dai professori e figlio di Roberto (Gian Marco Tognazzi), candidato al consiglio comunale di Roma con manifesti dominati dalla parola “Famiglia”. Quando l’ex fidanzata Aurora (Cecilia Cantarano) si presenta con un occhio pesto e un video che sembrerebbe provare la violenza subita, la vicenda travolge non solo i due adolescenti ma anche gli adulti, incapaci di distinguere tra tutela, reputazione e giustizia.
Il film non cerca di dimostrare subito se il video sia autentico o manipolato: mette invece lo spettatore nella stessa posizione dei protagonisti, costretto a oscillare continuamente tra colpevolismo e innocentismo. È in questa sospensione che emerge la frase più potente del cortometraggio, pronunciata dalla sorella di Vincenzo: “La gente vede dieci secondi di video e decide chi sei”. Un dialogo che sintetizza con lucidità la velocità con cui i social trasformano le immagini in identità e le percezioni in condanne.
Samuele Carrino, già protagonista de Il ragazzo dai pantaloni rosa, porta nel ruolo di Vincenzo una presenza particolarmente efficace proprio perché distante dal personaggio interpretato nel film di Margherita Ferri. Dopo aver dato volto ad Andrea Spezzacatena, vittima di bullismo e cyberbullismo, qui si misura con un personaggio ambiguo, apparentemente impeccabile ma progressivamente più difficile da decifrare. Un cambio di registro che conferma la versatilità di un giovane attore già protagonista anche della serie Netflix Riv4li.
Il prezzo della verità quando tutto può essere falso
Nelle sue note di regia, Andrea Ricciotti ha spiegato di aver immaginato il film osservando la quotidianità della sorella diciassettenne, cresciuta in una scuola dove l’intelligenza artificiale è ormai parte del linguaggio quotidiano. Da qui è nata una riflessione che attraversa tutto il cortometraggio: se ogni immagine può essere generata, ogni voce clonata e ogni prova manipolata, la realtà perde il suo monopolio e sopravvivono soltanto narrazioni in competizione.
Vincenzo non è descritto come un mostro, ma come qualcuno che sa raccontarsi meglio degli altri e utilizza il proprio capitale sociale per difendersi. Aurora, al contrario, scopre quanto sia faticoso continuare a ripetere la verità quando nessuno sembra disposto ad ascoltarla.
Anche sul piano visivo la scelta è coerente con questo disorientamento. La macchina a spalla rimane costantemente addosso ai personaggi, respira con loro e rifiuta qualsiasi distanza rassicurante. I primi piani insistono sugli occhi smarriti di Vincenzo, sui silenzi di Aurora, sulle esitazioni degli adulti che vorrebbero credere alle immagini ma temono di esserne vittime.
Il finale, con il gesto improvviso della mano che si alza verso Aurora prima di essere interrotto dall’ingresso del padre e della sorella, è esemplare proprio perché non offre una soluzione consolatoria: suggerisce che la violenza può nascondersi dietro il volto del “bravo ragazzo”, mentre nell’era digitale la verità non coincide più con ciò che vediamo, ma con il coraggio – e il prezzo – necessario per continuare a cercarla.
Tredici Pietro firma il brano "La Fretta"
A chiudere il racconto è La Fretta, il brano firmato da Tredici Pietro, che accompagna il cortometraggio amplificandone la dimensione emotiva. La scelta del rapper bolognese non è casuale: la sua scrittura, da sempre attenta alle inquietudini della Generazione Z, dialoga perfettamente con i temi del film, tra identità, pressione sociale e difficoltà nel distinguere ciò che è autentico da ciò che viene costruito online.
La Fretta affronta proprio quella sensazione di dover correre continuamente, di avere l’urgenza di arrivare da qualche parte, di essere all’altezza delle aspettative e di non potersi fermare, anche quando dentro restano dubbi, paure e fragilità. Nel brano emerge così una dimensione molto personale, legata al confronto con se stessi e con ciò che si prova, ma anche alla difficoltà di mostrarsi davvero agli altri senza nascondere le proprie debolezze. La fretta diventa quindi non soltanto una condizione esterna, ma uno stato d’animo: una pressione che spinge a guardare sempre avanti e che rischia di far perdere il contatto con il presente e con la propria autenticità.
È proprio questo elemento a rendere la canzone particolarmente efficace nel dialogo con le immagini del cortometraggio. Il brano trasforma in musica il senso di urgenza e smarrimento che attraversa i protagonisti.
La corsa verso un’identità, il bisogno di essere riconosciuti e la difficoltà di capire chi si è davvero assumono attraverso la musica una dimensione ancora più intima e generazionale. In questo senso, la scrittura di Tredici Pietro intercetta una condizione comune a molti giovani: quella di sentirsi costantemente in ritardo rispetto agli altri, alle aspettative e persino rispetto all’immagine che si vorrebbe avere di sé.