Nessun dolore, la recensione del film di Gianni Amelio con Borghi e Golino a Venezia 83
CinemaIntroduzione
Fuori concorso all’ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia, Gianni Amelio torna sul nodo che aveva lasciato in sospeso trent’anni fa con Lamerica. In Nessun dolore, Alessandro Borghi è Davide, un libraio romano a cui viene “consegnato” per strada un bambino nordafricano: da lì la sua casa, e la sua vita, si riempiono di sconosciuti in cerca di un tetto. Con Valeria Golino e Valerio Mastandrea, un film quieto e implacabile sull’ospitalità, sul senso di colpa e sul dolore degli altri, quasi sempre invisibile. La nostra recensione.
Quello che devi sapere
Nessun dolore, l’odissea dell’ospitalità secondo Gianni Amelio
Xénos, lo straniero che è anche l’ospite
Presso gli antichi greci una sola parola, xénos, nominava a un tempo lo straniero e l’ospite: spalancare la porta a chi bussa era insieme un dovere sacro e un azzardo (non si sa mai quale dio, o quale sciagura, si celi sotto le vesti polverose del viandante). È in questa vertiginosa ambivalenza che Gianni Amelio pianta la propria tenda con Nessun dolore, presentato fuori concorso all’ottantatreesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un ritorno che sa di resa dei conti, a poco più di trent’anni da quando il maestro calabrese lasciò Lamerica in sospeso su una nave gremita in mezzo all’Adriatico. Allora la domanda era netta: chi è l’immigrato, un amico da accogliere o un estraneo da temere? Oggi, confessa Amelio nelle sue note di regia, il nodo non si è sciolto, anzi si è inasprito, tant’è che la sola soluzione (posto che ne esista una) va cercata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi. Non che basti la buona volontà: il regista lo dice chiaro, l’accoglienza è questione di tutta l’Europa e non della sola Italia o della sola Spagna, e fa sua l’idea, folgorante, di Michele Serra, per cui ad accogliere può bastare il cuore, ma a integrare serve la politica.
Davide, il libraio che vende ma non legge
Il fuori concorso, per un cineasta otto volte in gara al Lido, sa di liberazione (lo ha ammesso lui stesso, con il sollievo di chi sente di aver già dato). Amelio, che nel Sessantotto fu voce solitaria contro chi allora voleva abolire la competizione dei festival, convinto che il pubblico voglia pur sempre la sua arena, ci restituisce nondimeno un film quieto e implacabile. Davide (un Alessandro Borghi votato all’ascesi del candore) è un trentenne che campa vendendo in una piazza romana libri di seconda mano che quasi non legge. La sua cliente più fedele, Elsa (una Valeria Golino di dolente tenerezza), gli procura i volumi e lo colma d’affetto. Poi, in un giorno uguale a mille altri, qualcosa s’incrina: un bambino venuto dal Nordafrica gli viene “consegnato” per strada come un pacco, e da quel momento non lo molla più, lo segue in silenzio. Un incidente, la corsa in ospedale, il piccolo sconosciuto sospeso tra la vita e la morte, e Davide che sprofonda in un inferno privato fatto di reticenze e rimorsi.
La casa che non è più una casa
È nel rifugio proibito del pronto soccorso che Davide incontra Aminah (l’esordiente Beïdja Yahiaoui, volto da tenere d’occhio), adolescente appena sbarcata dall’Algeria su un barcone, fradicia di pioggia e visibilmente incinta. Non può che ospitarla. Ma è solo l’inizio della sua personale Odissea: ogni sera, tornando dal lavoro, l’uomo trova in casa sempre più gente sconosciuta, i senza tetto che dormono sotto i ponti. Si ribella invano, poi cede, per generosità o per debolezza, finché la denuncia dei condomini non lo spedisce in galera per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Valerio Mastandrea, nei panni di Michele, gli fa da padre putativo lungo questa via crucis laica, mentre la fotografia di Luan Amelio Ujkaj e le musiche di Fabio Massimo Capogrosso tengono ogni cosa in un chiaroscuro sospeso.
Il dolore degli altri, spesso invisibile
Perché Nessun dolore, sceneggiato da Gianni Amelio e Davide Serino, con Andrea Quetti, muove dall’immigrazione per farsi altro: un film sull’empatia, sul dolore altrui che quasi sempre resta invisibile, intravisto da uno spioncino, da una soglia, da una scena laterale. Ogni personaggio si porta addosso la propria pena segreta, e Davide (il più simile a noi, con la sua apatia serena, la casa, il lavoro) diventa suo malgrado il catalizzatore di un male cosmico. Borghi lo ha definito un uomo di assoluto candore, e per questo lontanissimo da sé: un puro, per il quale l’incipit del film diventa quasi una condanna, “una storia che deve ancora accadere”, ossia che potrebbe capitare a chiunque. Non a caso l’attore confessa d’essersi chiesto come si sarebbe comportato al posto di Davide: se un amico gli annunciasse di voler ospitare quaranta sconosciuti in casa, ammette, lo giudicherebbe un pazzo, ed è proprio in quello scarto tra la bontà e la ragione che si annida la domanda che il film non scioglie.
Attorno a lui, Amelio scommette su tre volti nuovi: oltre alla Yahiaoui, il piccolo Gabriel Bovino e Ramzi Lafrindi, tutti al debutto. L’interprete di Aminah racconta d’aver toccato con mano quanto sia scomodo mostrarsi vulnerabili e quanto sia arduo accettare l’aiuto che ci viene offerto, giacché (è la lezione del film) non esistiamo soltanto per noi stessi, ma per gli altri, per le relazioni che ci reclamano.
Valeria Golino, la complice che si affida al maestro
Merita un capitolo a sé Valeria Golino, che di Davide è la complice più tenera. La sua Elsa non è soltanto la cliente affezionata che gli procura i volumi di seconda mano: è un’insegnante universitaria, ed è lei a stringere tra le mani quel Su fondamenti invisibili di Mario Luzi da cui il film trae il proprio respiro e, forse, il titolo. Un ruolo defilato e tuttavia nevralgico, che l’attrice abita con dolente misura.
L’incontro con Amelio ha il sapore di un desiderio antico: Golino sognava di lavorare con lui da quando aveva diciott’anni, e confessa d’aver deposto ogni istinto per lasciarsi plasmare secondo la sua visione. Il regista, del resto, la dirige per sottrazione: le disse, provocatorio, che gli importava poco che fosse brava, la voleva bella, e lei si abbandonò fin dentro la tristezza, sino a coincidere con l’immagine che lui ne cercava. Perché qui, avverte l’attrice, non c’è mai naturalismo: come nel Decalogo di Kieślowski, la realtà viene di continuo sospesa, e ciò che credevi già passato resta lì, a bruciare. Un sodalizio covato a lungo: in quella stessa stagione Amelio le propose un personaggio che dai quindici anni arrivava ai settanta, e lei, spaurita, evocò La ciociara. Quel film non si fece mai, ma entrambi giurano che prima o poi accadrà.
Antigone, Vico e i fondamenti invisibili
Resta il titolo, quel Nessun dolore che pare una promessa e invece è un varco. In una scena Elsa stringe tra le mani Su fondamenti invisibili di Mario Luzi, e sono proprio quei versi a illuminare l’enigma: esiste un punto estremo in cui la sofferenza è tanto insostenibile da diventare o la morte o il seme di una vita nuova. Amelio evoca allora Antigone (Davide è colui che soccorre contro la legge degli uomini) e persino Giambattista Vico, per ricordarci che il limite ultimo del dolore, se non ci annienta, ci rimette al mondo. Cinema di architetture morali più che di cronaca, Nessun dolore rifiuta la scorciatoia della retorica e ci lascia soli con la più difficile e rischiosa delle occasioni: riconoscerci esseri umani. Nelle sale, distribuito da 01 Distribution, dal 24 settembre.
Se il film Nessun dolore fosse un cocktail
Lo battezzerei Xénia. In una coppa gelata, tre parti di gin mediterraneo, una di bitter all’arancia amara, un cucchiaino d’acqua di fiori d’arancio (il Nordafrica che affiora) e una fogliolina di menta del tè maghrebino, il tutto allungato da un dito di prosecco a rammentare la laguna. Amaro all’ingresso, dolce nel congedo: come una porta che, dopo tanto tremare, si decide finalmente ad aprirsi.