L'infernale Quinlan di Orson Welles torna al cinema restaurato in 4K

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 5 ottobre 2026 torna al cinema L'infernale Quinlan (Touch of Evil), il capolavoro noir diretto e interpretato da Orson Welles nel 1958, restaurato in 4K e distribuito dalla Cineteca di Bologna nella reconstructed director's cut di 111 minuti, ricostruita nel 1998 sulla base delle 58 pagine di indicazioni lasciate dal regista. Charlton Heston è il procuratore speciale messicano Miguel Vargas, Janet Leigh una sposa in pericolo, Marlene Dietrich una chiromante disillusa, Welles un poliziotto corrotto e geniale. Dal leggendario piano sequenza iniziale ai segreti del set, la storia di un film massacrato dalla Universal e diventato un classico immortale

Quello che devi sapere

Da Shakespeare a Quinlan: Orson Welles e il male che sopravvive

«Vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa». Così il Marco Antonio di William Shakespeare trasforma un'orazione funebre nel più sottile dei processi. Orson Welles quei versi li conosceva a menadito: nel 1937, a ventidue anni, aveva portato il Giulio Cesare a Broadway con il suo Mercury Theatre, vestendo i congiurati con uniformi che evocavano l'Italia di Mussolini.

Vent'anni più tardi, in una lurida cittadina di frontiera tra Messico e Stati Uniti, avrebbe affidato a Marlene Dietrich un epitaffio parimenti ambiguo, per un altro uomo enorme e marcio: «A modo suo era anche un grand'uomo. Ma che importanza ha quello che si dice di un morto?». Quell'uomo si chiama Hank Quinlan, e da quasi settant'anni il cinema non smette di parlarne.

L'infernale Quinlan (Touch of Evil), il capolavoro noir diretto e interpretato da Orson Welles nel 1958, torna infatti al cinema dal 5 ottobre 2026, restaurato in 4K e distribuito dalla Cineteca di Bologna.

Non si tratta di una versione qualsiasi. In sala arriva la reconstructed director's cut di 111 minuti, realizzata nel 1998 sulla base delle 58 pagine di indicazioni con cui Welles, estromesso dal montaggio per volere della Universal, aveva tentato di salvare il proprio film. Accanto a lui recitano Charlton Heston, Janet Leigh, Marlene Dietrich, Joseph Calleia e Akim Tamiroff.

E nell'anno in cui Christopher Nolan ha riempito le sale con la sua Odissea girata interamente in IMAX, fa un certo effetto ricordare che una delle odissee più celebri della macchina da presa dura poco più di tre minuti. Senza un solo stacco.

Hank Quinlan, il poliziotto corrotto di Orson Welles: trama del film

La trama, tratta dal romanzo Badge of Evil di Whit Masterson, parte proprio da quell'esplosione. Il capitano Hank Quinlan, leggenda della polizia locale, fiuta subito il colpevole in un giovane messicano, Sanchez. Vargas, che ha sacrificato la luna di miele per seguire le indagini, si accorge però che la dinamite trovata nel bagno dell'indiziato è comparsa in una scatola da scarpe che pochi minuti prima era vuota.

Comincia così un duello tra la legge e l'istinto, tra le garanzie e la prova fabbricata. «Nei Paesi liberi un poliziotto deve far rispettare la legge, innanzitutto, e la legge protegge sia il colpevole che l'innocente», ammonisce Vargas. «Il nostro mestiere è difficile», ribatte Quinlan. E il procuratore affonda il colpo: è facile soltanto dove comandano i dittatori.

Certo. Ma «chi lotta con i mostri deve guardarsi dal diventare egli stesso un mostro», ammoniva Friedrich Nietzsche, e Vargas, che a metà film mette a soqquadro un bar a mani nude, rischia di impararlo sulla propria pelle.

Welles si è costruito addosso un mostro, un po' orco delle fiabe e un po' re Lear da bettola. Imbottiture, trucco pesante, la barba sfatta, una gamba offesa e un bastone, lo sguardo di chi ha smesso di bere ma non di desiderarlo.

Giancarlo De Cataldo ha descritto con esattezza la vertigine che il personaggio provoca: da un lato un bandito in divisa, sporco, avido, corrotto; dall'altro un genio investigativo capace di fiutare il colpevole «a cadavere ancora caldo». Come non ammirarlo?

Roger Ebert, inserendo il film tra i suoi Great Movies, vi ha letto un autoritratto: un uomo che rimugina vecchi rancori e vive dell'ossessione del controllo, proprio come il regista che Hollywood non riusciva a domare. E c'è già, in quella carcassa che si trascina tra bettole e commissariati, il Falstaff che Welles avrebbe interpretato nel 1965 in Falstaff (Chimes at Midnight). Shakespeare, ancora una volta.

Il cuore segreto del film, però, è Pete Menzies, il sergente fedele come un cane da riporto, interpretato da Joseph Calleia, attore maltese che Welles ammirava da quando, ragazzino di dieci anni, lo aveva visto a teatro a New York. Anni prima Quinlan si è preso al suo posto una pallottola, e da allora zoppica.

Sarà proprio il rapporto tra i due uomini, fatto di gratitudine, fedeltà e disillusione, a trasformarsi in uno dei nodi più tragici del film. Perché in L'infernale Quinlan nessuna lealtà è eterna e ogni voce, prima o poi, rischia di diventare una prova.

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Charlton Heston, Janet Leigh e Marlene Dietrich: il cast del film

Paradossi di Hollywood: senza Charlton Heston il film non sarebbe mai stato di Welles. Reduce da I dieci comandamenti, l'attore domandò alla Universal chi avrebbe diretto; gli risposero che non lo sapevano ancora, ma che Welles era già stato scritturato per il ruolo di Quinlan.

«Perché non fargli dirigere anche il film? È piuttosto bravo», suggerì il Mosè di Cecil B. DeMille, che l'anno successivo sarebbe diventato Ben-Hur e un decennio più tardi avrebbe maledetto le scimmie sulla spiaggia della Statua della Libertà.

Welles riscrisse il copione in pochi giorni, spostò l'azione da San Diego alla frontiera e trasformò il protagonista, l'americano Mitch Holt, nel messicano Miguel Vargas. Heston si ritrovò così con i baffetti e il volto scurito dal cerone: una scelta che oggi farebbe discutere, ma che allora serviva a Welles per raccontare il pregiudizio americano dal punto di vista di chi lo subisce.

Janet Leigh, sì, la mamma della futura scream queen Jamie Lee Curtis, fu ingaggiata con un telegramma di Welles prima ancora che il suo agente ne sapesse qualcosa e costretta a girare con un braccio rotto nascosto alla cinepresa. È una Susie spavalda che finisce prigioniera in un motel isolato nel deserto, affidato a un portiere di notte nevrotico e sussultante, Dennis Weaver, il Chester della serie western Gunsmoke, invitato dal regista a improvvisare.

Due anni dopo Alfred Hitchcock l'avrebbe spedita in un altro motel, e sappiamo com'è andata a finire.

Nel frattempo i teppisti di zio Joe Grandi, un Akim Tamiroff sospeso tra il grottesco e il patetico, la drogano, capitanati da una Mercedes McCambridge irriconoscibile, con i capelli tagliati corti e tinti con il lucido da scarpe dallo stesso Welles.

Le comparsate sono un gioco di maschere: Joseph Cotten, sodale dai tempi di Quarto potere, fa il medico legale senza comparire nei titoli; Zsa Zsa Gabor, amica del produttore Albert Zugsmith, la padrona di un night.

Poi c'è Tanya. L'ex Angelo azzurro di Josef von Sternberg, qui chiromante in disarmo, accettò di partecipare per la paga minima sindacale. Parrucca corvina, sguardo di chi ha già visto tutto, una casa dove una pianola suona il motivo che Henry Mancini, il futuro papà di Moon River e della Pantera Rosa, le ha tagliato su misura.

Quinlan, sfatto, le chiede di predirgli l'avvenire: «Come on, read my future for me». La risposta è una lapide: «You haven't got any». E di fronte al suo sguardo interrogativo, la chiromante assesta il colpo di grazia: «Your future's all used up».

Non ne hai più, il tuo futuro è tutto consumato. Esaurito come un biglietto già strappato, prosciugato come l'ultima bottiglia di bourbon, bruciato come la candela di Edna St. Vincent Millay, arsa da entrambi i capi.

Il doppiaggio italiano della director's cut ha scelto una formula più morale che contabile, «Quello che avevi l'hai gettato via», ma l'originale è più crudele, giacché non accusa: constata.

Pochi minuti in scena e le battute più memorabili del film. Welles aveva capito che una leggenda non ha bisogno di spazio. Le basta la luce giusta.

Touch of Evil, la director's cut: le 58 pagine di Welles

La storia produttiva de L'infernale Quinlan è un noir dentro il noir. Le riprese si svolsero a Venice, in California, fu Aldous Huxley a suggerire a Welles quel sobborgo decaduto, con i suoi finti canali veneziani e i pozzi di petrolio, tra febbraio e aprile 1957.

Persino il titolo fu imposto: il produttore Albert Zugsmith trasformò Badge of Evil in Touch of Evil, e Welles lo giudicò sciocco. Nomen omen, verrebbe da dire, visto che per guastare tutto bastò un tocco.

Poi il regista montò il film finché la Universal non lo chiuse fuori dalla moviola. Mentre lui partiva per il Messico a inseguire il suo Don Chisciotte, lo studio rimontò il film in chiave più convenzionale e affidò a Harry Keller alcune nuove scene esplicative.

Il 5 dicembre 1957 Welles, visionata la nuova versione, consegnò al capo della produzione Edward Muhl un memorandum di 58 pagine: una supplica e insieme una lezione di cinema, dettagliata fino al singolo effetto sonoro. Rimase lettera morta.

Nel 1958 il film uscì in una versione drasticamente accorciata, di circa 95 minuti, abbinato in doppio programma a The Female Animal con Hedy Lamarr, come un qualsiasi titolo di serie B.

L'Europa capì prima. Al festival cinematografico dell'Esposizione universale di Bruxelles del 1958 il film ricevette importanti riconoscimenti internazionali, contribuendo a consolidare una reputazione critica che negli Stati Uniti sarebbe arrivata più lentamente.

Negli anni Settanta Robert Epstein, docente di cinema all'UCLA, ritrovò negli archivi Universal una copia di 108 minuti, la cosiddetta versione preview.

Infine, nel 1998, il produttore Rick Schmidlin e Walter Murch, montatore e sound designer di Apocalypse Now e de Il paziente inglese, presero in mano il memorandum e cercarono di tradurre sullo schermo, per quanto possibile, le indicazioni lasciate da Welles utilizzando il materiale sopravvissuto.

Il montaggio originale del regista, infatti, non esiste più: una vera director's cut resta impossibile. Quella del 1998 è la versione che più le si avvicina.

La proiezione prevista al Festival di Cannes saltò all'ultimo momento per le minacce legali della figlia Beatrice Welles, che non era stata consultata. Quando vide il film, però, cambiò idea: quella ricostruzione, raccontò in seguito, corrispondeva molto più da vicino alle intenzioni di suo padre rispetto alle versioni circolate per decenni.

Il restauro in 4K che la Cineteca di Bologna porta ora nelle sale restituisce il bianco e nero di Metty con una profondità che nessun televisore potrà mai eguagliare. Perché questo è un film di pelle sudata, di insegne al neon, di neri che inghiottono i volti. Roba da grande schermo, da buio condiviso.

 

 

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Perché vedere L'infernale Quinlan al cinema: il giudizio

«Non è un film poliziesco; è un'allucinazione morale», scrive la Cineteca di Bologna presentando la riedizione. Ed è esattamente così.

L'infernale Quinlan è un western crepuscolare travestito da thriller, un trattato sul potere che si divora da sé, una tragedia shakespeariana ambientata in una bettola di frontiera.

Rivisto oggi, colpisce per la sua modernità inquieta: il confine come luogo in cui la legge si piega, il pregiudizio che si fa metodo investigativo, l'eroe positivo che rischia di sembrare ingenuo accanto al carisma del mostro.

«La più bella astuzia del diavolo è di persuaderci che non esiste», scriveva Charles Baudelaire. Quella di Quinlan è convincerci che ha ragione.

Insomma, Welles non assolve nessuno, nemmeno lo spettatore che si sorprende ad ammirare il mostro. E l'ultima, beffarda rivelazione, che non sveliamo per rispetto di chi ancora non l'ha visto, rimette ogni certezza in discussione.

Sessantotto anni dopo, il male che Welles ha messo in scena non ha perso un grammo del suo peso.

L'infernale Quinlan, la scheda tecnica del film

Titolo: L'infernale Quinlan (Touch of Evil)
Regia e sceneggiatura: Orson Welles, dal romanzo Badge of Evil di Whit Masterson
Cast: Charlton Heston, Janet Leigh, Orson Welles, Joseph Calleia, Akim Tamiroff, Marlene Dietrich, Joanna Moore, Ray Collins, Dennis Weaver, Mort Mills, Zsa Zsa Gabor, Mercedes McCambridge, Joseph Cotten (non accreditato)
Fotografia: Russell Metty
Musiche: Henry Mancini
Montaggio: Virgil Vogel, Aaron Stell; ricostruzione del 1998 di Walter Murch
Produzione: Albert Zugsmith per Universal-International
Paese e anno: Stati Uniti, 1958
Versione: reconstructed director's cut (1998), restauro in 4K
Durata: 111 minuti, 1 ora e 51 minuti
Distribuzione Italia: Cineteca di Bologna
Al cinema: dal 5 ottobre 2026

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Se L'infernale Quinlan fosse un cocktail: l'Adiós

Quinlan ha chiuso con l'alcol da anni quando zio Joe Grandi gli mette davanti un bicchiere di bourbon. È la ricaduta, il primo passo verso il canale.

Sicché il nostro drink parte da lì: bourbon, per la caduta; mezcal, cugino affumicato della tequila, fumoso come le macerie dell'esplosione e figlio di quella frontiera; vermouth rosso, per la dolcezza sfiorita di Tanya; qualche goccia di bitter al cacao e una sola di tintura di peperoncino, perché da quelle parti anche ciò che è dolce finisce per bruciare.

Si serve in un tumbler basso, su un unico blocco di ghiaccio, con una scorza d'arancia fiammata sopra il bicchiere: un piccolo scoppio, come quello che apre il film.

Va bevuto lentamente, senza stacchi, come un piano sequenza.

Si chiama Adiós, come l'ultima parola di Tanya.

E mentre il ghiaccio si scioglie, torniamo a Marco Antonio. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro, diceva.

Quinlan è finito nell'acqua sporca di un canale, tra le pompe di petrolio, eppure il suo male ci inquieta ancora. Il bene, invece, non è stato sepolto con le ossa di Welles: stava tutto in quelle 58 pagine, e dal 5 ottobre torna a brillare sul grande schermo.

Che importanza ha quello che si dice di un morto? Nessuna, forse. Conta quello che ci ha lasciato.

Il futuro di Hank Quinlan era tutto consumato; quello del suo film, a quanto pare, no.

Adiós.

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