Lo speciale sulla Mostra del Cinema di Venezia
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Col Cuore in gola di Tinto Brass, storia del film di preapertura della Mostra di Venezia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Martedì 1 settembre, l'83ª Mostra del Cinema di Venezia si apre nel segno di Tinto Brass: in Sala Darsena, alle 21, la preapertura riporta sul grande schermo Col cuore in gola (1967), il thriller pop girato a Londra con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, restaurato in digitale 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia con il supporto di Netflix. Dalla consulenza grafica di Guido Crepax al finale girato al 14 Hour Technicolor Dream, dove suonarono anche i Pink Floyd di Syd Barrett, dalla pop-art alla battuta più colta del film: storia, trama e curiosità del cult 

Quello che devi sapere

Col cuore in gola, storia e curiosità del cult di Tinto Brass

«...un tale che si innamora di una ragazza anche se la trova di fronte a un cadavere»  (Tinto Brass)

C'è un cadavere, prima ancora che ci sia una storia d'amore. E c'è, soprattutto, il battito che dà il titolo: quel cuore in gola con cui, stasera, martedì 1 settembre 2026, la Mostra di Venezia riaccende le luci del Lido. Col cuore in gola (1967) di Tinto Brass, thriller pop girato a Londra con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin e la consulenza grafica di Guido Crepax, è l'opera di preapertura dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica: appuntamento alle 21 in Sala Darsena, in prima mondiale nella versione restaurata in digitale 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia con il decisivo supporto di Netflix.

Prima de La chiave: il Tinto Brass iconoclasta e sperimentale

Prima de La chiave: il Tinto Brass iconoclasta e sperimentale

Milano, 1933, famiglia veneziana: Giovanni Brass, per tutti Tinto, si laurea in legge salvo poi tradire i codici per la pellicola. Nel 1957 approda a Parigi, respira l'aria della Cinémathèque française di Henri Langlois e si fa le ossa come assistente di Joris Ivens e Roberto Rossellini. Sicché, quando esordisce nel 1963 con In capo al mondo (poi ribattezzato Chi lavora è perduto), lo fa già da iconoclasta: accolto con entusiasmo a Venezia e subito bersagliato dalla censura, giacché la libertà, per Brass, non è mai stata un optional. Il montaggio, che curerà sempre di persona, è la sua vera firma d'autore. E prima della svolta erotica, già avviata negli anni Settanta e consacrata nel 1983 dal successo de La chiave, è lui l'autore più sperimentale e sbarazzino del nuovo cinema italiano.

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La trama di Col cuore in gola: Trintignant, Ewa Aulin e un morto

Un uomo disilluso, una ragazza che di illusioni non ne ha più: si incontrano, e l'incontro non dura che un giorno e una notte. A farli conoscere non è un colpo di fulmine, ma un cadavere. Bernard (Trintignant) vede una splendida ragazza danzare in una discoteca e la insegue fin nella stanza dove giace, senza vita, l'uomo che secondo Jane (una giovanissima Ewa Aulin, diciassette anni nel 1967, Venere còlta con dovizia di primi piani) ricattava suo padre con certe fotografie compromettenti. Lei giura di essere innocente; lui le crede, e si getta nell'avventura compromettendosi senza riserve, spalla e complice nella caccia al vero colpevole. In mezzo, il fratello Jerome e l'immancabile coppia di gangster. La trama, del resto, fa acqua da tutte le parti: ma è per l'appunto il pretesto ideale per un film che vuole innanzitutto stupire. All'estero il film circolerà anche con titoli pulp come Deadly Sweet e I Am What I Am.

Guido Crepax, la pop-art e il fumetto

Per tradurre in immagini la propria idea di pop, Brass chiama a bordo Guido Crepax, all'epoca cartoonist popolarissimo. «Mi sono addirittura fatto disegnare da Guido Crepax tutta una serie di tavole per i momenti d'azione», raccontava: rarissime tavole a colori, che gli servirono da story-board. Il resto è un immaginario che attinge a piene mani dalla pop-art. I personaggi dell'immaginario, spiegava il regista, agiscono come oggetti, «creature di un mondo che potrei definire espresso nei quadri collage di un Rauschenberg o di un Lichtenstein». Split-screen, fermi immagine, improvvisi viraggi al bianco e nero, sovrimpressioni, titoli ciclopici che invadono lo schermo: tutto ciò che può stordire lo spettatore, Brass ce lo infila. Tant'è che l'intreccio, a conti fatti, conta assai meno della sua orchestrazione visiva.

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Da Blow-Up ai Pink Floyd

Non è un caso che tra le strade e i locali ricorrano i manifesti di Blow-Up: Col cuore in gola è figlio della stessa Londra allucinata di Michelangelo Antonioni (citato pure per nome in un dialogo), sospesa tra pop-art, Nouvelle Vague e cultura underground.

Né è l'unico documento del 1967 che Brass incastona nella finzione. A un certo punto Bernard e Jane si rifugiano in una di quelle sale che un tempo alternavano al film il cinegiornale, e sullo schermo scorre un mondo in fiamme: la guerra dei Sei Giorni appena combattuta da Israele, il Vietnam degli americani contro i vietcong, una manifestazione per la pace a Trafalgar Square. Per un istante il thriller pop si fa sismografo del proprio tempo, e la Londra dei due amanti smette di essere una cartolina swinging.

La prova regina, però, arriva negli ultimi dieci minuti, quando Brass abbandona quasi del tutto l'intreccio per lasciar scorrere, dal vero, un evento leggendario: il 14 Hour Technicolor Dream, andato in scena all'Alexandra Palace nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1967. Fu l'apoteosi della cultura psichedelica londinese, una maratona con oltre trenta band; e verso le tre del mattino, reduci da una trasferta ad Amsterdam, vi suonarono anche i Pink Floyd di Syd Barrett. Se poi, nei dieci minuti montati da Brass, i Floyd si vedano davvero all'opera è un'altra faccenda (il materiale superstite dell'evento non lo garantisce); ma tanto basta a fare di quel documento dal vivo, incastonato in un giallo pop, un pezzo di storia del costume, prima ancora che di cinema. (Chi ama le note a margine gioisca: tra gli scagnozzi si aggira un giovane David Prowse, che dieci anni dopo sarebbe diventato il corpo di Darth Vader.)

Le Musiche di Armando Trovajoli

A cucire ogni cosa provvede la partitura di Armando Trovajoli, con il tema portante Love Girl (nota anche come Col cuore in gola), firmato dallo stesso Trovajoli con Audrey Nohra. Un lounge sofisticato e obliquo, in perfetta sintonia con lo spirito swinging del film: la prova che, sotto la ferocia del montaggio, batte pur sempre un cuore melodico.

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Il restauro 4K e la sezione Venezia Classici

Il restauro in digitale 4K porta la firma del CSC-Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, realizzato con il decisivo supporto di Netflix e a partire dai materiali degli aventi diritto Compass Film. Col cuore in gola rientra nel programma di Venezia Classici, la sezione dell'83ª Mostra dedicata ai restauri (2-12 settembre). Presentato fuori concorso proprio al Lido nel 1967, vi ritorna cinquantanove anni dopo, la sera prima che Ink di Danny Boyle inauguri ufficialmente il concorso. Un modo tutto veneziano di cominciare: ricordare che, prima del tappeto rosso, la Mostra è anzitutto un archivio vivo.

«Per un'oliva pallida si può delirare»

C'è, nel film, una battuta che varrebbe da sola un piccolo trattato. Quando Bernard si introduce con l'inganno nell'appartamento di Veronica e lei gli domanda cosa voglia, lui risponde serafico: «Per un'oliva pallida si può delirare». L'oliva pallida, qui, è Jerome, fratello di Jane e fidanzato di Veronica. Ma quel verso ha una genealogia tutta sua.

Al contrario di quanto spesso si ripete, non è farina del sacco di Giovanni Mosca. I versi «Per un'oliva pallida / si può / delirare» sono del poeta Renzo Laurano, pseudonimo di Luigi Asquasciati: lo documenta l'Associazione Italiana Biblioteche, che li segnala «a volte attribuiti a poeti più celebrati» (e sulla frase tornò persino Indro Montanelli, in una delle sue Stanze sul Corriere del 2000). Fu Mosca, principe dell'umorismo italiano tra il Bertoldo e il Corriere della Sera, a renderli immortali piegandoli alla sua satira dell'ermetismo: quella religione dell'oscurità in cui una manciata di parole magnifiche e insensate poteva significare tutto e niente. Da allora la frase è il sigillo dell'intellettualismo che gira a vuoto, e ha continuato a rispuntare (di recente, incisa su una lapide, in Sono solo fantasmi di Christian De Sica). Che Brass la affidi al suo protagonista dice tutto della vena colta e beffarda che scorre sotto la superficie pop del film.

Un ultimo dettaglio, per i filologi col cavatappi: quell'oliva, in origine, non era il complemento del Martini ma una ragazza che si chiamava Oliva. Consentitemi comunque l'equivoco, giacché di congedo si tratta, perché per chi pratica il Dry Martini quella parola ne evoca irresistibilmente un'altra, infilzata nel calice. Il che ci porta, per l'appunto, al bicchiere

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Se fosse un cocktail

Inventiamolo, dunque, questo cocktail. Lo battezzo Serenissima Swing: un Martini che, come il film, parla tre lingue. C'è la Londra swinging nel London Dry gin, spina dorsale di ogni notte inglese che si rispetti. C'è la Francia di Jean-Louis Trintignant nel Lillet Blanc, l'aperitivo di Bordeaux che ammorbidisce il ginepro con una carezza agrumata e floreale (e ammicca al Vesper). E c'è la Venezia di Tinto Brass in un cucchiaino di Select, il bitter nato in laguna nel 1920, che tinge il calice di quel rosso da tramonto sul Canal Grande. Si mescola, non si agita, e si serve gelato in coppetta. Guarnizione d'obbligo: un'oliva pallida (e ora sappiamo perché) e una scorza di limone ritorta come un fotogramma di Brass. Da sorseggiare col cuore in gola, la sera della Preapertura, immaginando il Lido illuminato a giorno. Prosit

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