Election Day, recensione: una notte elettorale al vetriolo con Angela Finocchiaro
CinemaIntroduzione
Dal 9 luglio al cinema Election Day, sesto lungometraggio di Giorgio Amato prodotto da Sunshine Production con Medusa Film e Prime Video. Angela Finocchiaro è Renata Innocenti, deputata progressista in corsa per un ministero, la cui notte dello spoglio si trasforma in un incubo quando il compagno giornalista sportivo, Antonio Gerardi, si lascia scappare un insulto razzista in diretta tv. Una commedia grottesca, chiusa in una casa e in una notte, che riporta in sala il coraggio della satira politica di Risi e Monicelli. Nel cast anche Giorgio Tirabassi, Crisula Stafida, Giulia Gualano, Camilla Icardi, Livio Kone e Maria Amelia Monti. La recensione
Quello che devi sapere
Election Day, la notte dello spoglio diventa una pochade al vetriolo
«La situazione politica in Italia è grave ma non è seria», sentenziava Ennio Flaiano con quel suo sorriso da entomologo dell'italico costume. Un aforisma che Giorgio Amato deve aver tenuto ben appuntato sulla scrivania mentre scriveva Election Day, dal 9 luglio nelle sale con Medusa Film. Perché il suo sesto lungometraggio prende la più solenne delle liturgie repubblicane, la notte dello spoglio elettorale, e la trasforma in una pochade al vetriolo, un crescendo di equivoci, telefonate e smentite dove la politica si sgretola al ritmo di un breaking news. Sicché, in tempi di commedie rassicuranti e telecomandate, questa scheggia impazzita prodotta dalla Sunshine Production di Bruno Frustaci e Alessandro Carpigo, in collaborazione con Prime Video, ha il sapore di un bicchiere della staffa tracannato quando ormai le urne sono chiuse e il destino è nelle mani dell'ultima scheda.
Angela Finocchiaro, Giulia Gualano e l’arte della crisi
Il film si apre con gli applausi di un comizio: «Sono qui davanti a voi per impegnarmi a costruire un'Italia più giusta, più umana, più libera», proclama dal palco l'onorevole Renata Innocenti (Angela Finocchiaro), deputata progressista in corsa per la poltrona di Ministro della Pubblica Istruzione, nel caso in cui la sua coalizione dovesse vincere le elezioni. La sera dello spoglio, la parlamentare riunisce a casa famiglia e staff in attesa dei risultati: i primi exit poll danno i due schieramenti alla pari, l'esito si deciderà sul filo di lana. Quello che la deputata non può immaginare è che, nelle stesse ore, il suo compagno, il cronista sportivo Carlo De Santis (Antonio Gerardi), durante un collegamento a bordo campo litiga con un calciatore di origine africana e gli rivolge un insulto razzista. Apriti cielo: quando la notizia deflagra, per l'onorevole si scatena il finimondo, in un crescendo di situazioni grottesche che le stravolgeranno la vita privata e la carriera politica. Tutto in una casa, tutto in una notte, parimenti a una Carnage all'italian: l'unità di tempo e di luogo è quella del teatro, la ferocia è quella dei social network. Intorno alla candidata si muove un piccolo ecosistema del potere fatto di spin doctor, social manager, familiari e inevitabili portatori di guai, ciascuno con la propria agenda, la propria strategia e qualche scheletro ben nascosto nell’armadio.
La risata come grimaldello politico
C'è una tradizione nobile alle spalle di questo film, ed è quella che da Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli a Todo modo di Elio Petri, passando per In nome del popolo italiano di Dino Risi e Il portaborse di Daniele Luchetti, ha sempre usato la risata come un grimaldello per scassinare il Palazzo. Il precedente più profetico, però, è un film maledetto: Colpo di Stato di Luciano Salce, fantapolitica del 1969 su una notte di spoglio in cui il calcolatore elettronico assegna a sorpresa la vittoria al Partito Comunista, scatenando il panico generale. Una pellicola talmente scomoda da venire boicottata e sparire dalla circolazione. Quasi sessant'anni dopo, Election Day riparte proprio da lì, da un'Italia incollata al televisore in attesa dell'ultima scheda. Una lezione che il nostro cinema sembra aver smarrito, mentre altrove la satira politica gode di ottima salute: basti pensare al Regno Unito di In the Loop e Veep di Armando Iannucci, o alla Francia de Il ministro - L'esercizio dello Stato di Pierre Schoeller, curiosamente quasi omonimo di un precedente film proprio di Amato. Nelle note di regia, il cineasta romano rivendica il diritto a «una commedia leggera, capace di portare lo spettatore a riflettere» sull'aumento dell'odio e sulle derive sovraniste Detto, fatto: Election Day ride della macchina del fango, del politicamente corretto e del suo contrario, dei comunicati stampa scritti alle tre di notte, senza salire mai in cattedra. E racconta, con le armi della commedia, la politica e le relazioni al tempo dei social: un mondo in cui una diretta su TikTok può pesare più di un programma elettorale, il privato diventa pubblico in un istante e la reputazione si consuma alla velocità di un post. Si salvi chi posta, tra elettori trasformati in follower e follower corteggiati come elettori. Flaiano, ancora una volta, sorride da lontano: «Coraggio, il meglio è passato». E se il personaggio di Gerardi può sembrare sopra le righe, è la realtà ad aver superato l’immaginazione, come ci ha confessato Giulia Gualano nella nostra intervista: tante cose che oggi scorrono in tv, fino a qualche anno fa, sarebbero parse fantascienza.
Angela Finocchiaro, la poltrona e i panni sporchi del potere
A guidare la truppa c'è Angela Finocchiaro, due David di Donatello in bacheca per La bestia nel cuore e Mio fratello è figlio unico, qui in perfetto equilibrio tra tempi comici da fuoriclasse e improvvise incrinature drammatiche. E il cinefilo sorriderà per il cortocircuito: trentacinque anni fa, nel Portaborse di Luchetti, l'attrice milanese militava nello staff del ministro Cesare Botero; oggi il cerchio si chiude e tocca a lei difendere la poltrona. Intorno, un cast affiatatissimo: Giorgio Tirabassi, che con la Sunshine Production aveva firmato il suo esordio alla regia, Il grande salto, qui ex marito della candidata, dirigente del partito pure lui e padre di sua figlia: perché in politica, si sa, anche i panni sporchi si lavano in famiglia, e la sera dello spoglio il pubblico e il privato finiscono nella stessa urna. Con loro Antonio Gerardi, perfetto nei panni scomodi del cronista sportivo dalla lingua troppo lunga, con particolare acrimonia nei confronti delle sculture d'arte moderna, e Crisula Stafida, che recita con una spassosa cadenza romanesca. L'attrice è l'improbabile consulente d'immagine dell'onorevole, assunta da Anita: un'improvvisata in una professione che non è la sua, scombinata quanto funzionale alla vicenda, che alleggerisce l'atmosfera mentre intorno tutto crolla. Giulia Gualano, dal canto suo, regala ad Anita, spin doctor cinica e preparatissima, il volto di un certo modo di stare dentro al potere oggi. Completano il quadro Camilla Icardi nei panni di Chiara, la figlia dell’onorevole, e Livio Kone in quelli del fidanzato, soprannominato “Furia”: lei prova invano a parlare con una madre troppo assorbita dalla campagna elettorale per ascoltarla davvero, e proprio per questo Icardi riesce a restituire con misura una ragazza più fragile solo in apparenza. Alla fine, Chiara e il fidanzato si rivelano forse i due personaggi più lucidi del film. Un dettaglio, quello legato a “Furia”, che Election Day tratta senza moralismi, trasformandolo non in una condanna dell’intrattenimento per adulti, ma in una piccola radiografia dell’ipocrisia contemporanea. Perché, ai tempi di internet, certi scheletri non stanno più negli armadi: stanno nella cronologia. Chiude il cerchio la partecipazione di Maria Amelia Monti, che si palese nella beffarda e sorprendente scena finale
Giorgio Amato e la commedia che torna a mordere
Giunto al sesto lungometraggio dopo Circuito chiuso (2011), The Stalker (2013), Il Ministro (2016), Oh, mio Dio! (2018) e Lo sposo indeciso (2023), Amato è uno dei pochi autori italiani che si ostinano a fare cinema politico con le armi della commedia, budget ridotti all'osso e riprese in tempi da record. La sua forza sta tutta nella scrittura: dialoghi affilati, personaggi mai monodimensionali, il gusto di guardare le tematiche da punti di vista meno prevedibili. Che stavolta dietro ci siano Medusa e Prime Video è una notizia nella notizia: se una major torna a scommettere sulla satira politica, magari la strada si apre anche per altri film coraggiosi. Ce lo auguriamo, incrociando le dita come si fa la sera dello spoglio, quando ogni exit poll somiglia a un oracolo ubriaco e ogni sorriso televisivo nasconde già il retrogusto dell'amaro. Election Day trova nel finale una torsione beffarda, capace di far risuonare in modo ancora più acido la promessa iniziale di un'Italia «più giusta, più umana, più libera». E mentre sui titoli di coda scorre 26 Caliber (feat. Emiliano Rubbi), a chiudere la notevole colonna sonora curata da Eugenio Vicedomini, resta addosso quella risata che non consola, ma graffia. Qui il potere non crolla nei palazzi, ma in un salotto, tra un tramezzino, un comunicato stampa e l'ultima scheda. Sicché, mentre la notte elettorale finisce e i bicchieri restano mezzi pieni o mezzi avvelenati, viene da pensare che la commedia italiana, quando vuole, sa ancora mordere. E senza chiedere permesso.
Se Election Day fosse un cocktail
Se Election Day fosse un cocktail sarebbe un El Presidente, il drink nato all'Avana tra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso, quando i baristi americani in fuga dal Proibizionismo mescevano ai tavoli del Jockey Club. Rum cubano, vermouth blanc, curaçao e un tocco di granatina, dedicato, a seconda delle fonti, al presidente Mario García Menocal o al suo successore Gerardo Machado: perché anche nella mixologia, come in politica, la paternità del successo ha sempre troppi candidati. Elegante e diplomatico all'apparenza, con un retrogusto dolceamaro da notte elettorale: da sorseggiare mentre l'ultima scheda decide chi brinda e chi, invece, annega il dispiacere.