Election Day, Giulia Gualano: "Il cinema deve osare, la realtà ha superato la finzione"
CinemaDal 9 luglio al cinema Election Day di Giorgio Amato, commedia grottesca su una notte elettorale che si trasforma in un incubo mediatico per una deputata progressista interpretata da Angela Finocchiaro. Nel film Giulia Gualano è Anita, spin doctor cinica e preparatissima. L'attrice racconta il set lampo con Finocchiaro, Tirabassi e Gerardi, il sodalizio con il regista, l'horror politico Go Home diretto dalla sorella Luna e spiega perché il cinema italiano deve ritrovare il coraggio della commedia all'italiana
C'era una volta la commedia all'italiana, quella che da Dino Risi a Mario Monicelli sapeva ridere di tutto, persino dell'indicibile, salvo poi lasciarti in bocca un retrogusto amaro, parimenti a un negroni con un paio di gocce di angotura. Sicché, in tempi di commedie rassicuranti e già viste, un film come Election Day di Giorgio Amato, dal 9 luglio nelle sale con Medusa Film, suona quasi come una graditissima 'anomalia: una casa, una notte, uno spoglio elettorale, una deputata progressista (Angela Finocchiaro) in corsa per un ministero e un compagno giornalista sportivo (Antonio Gerardi) che in diretta tv si lascia scappare un insulto razzista. Il finimondo, insomma. In mezzo al caos si muove Anita, assistente personale e spin doctor dell'onorevole, cinica, arrivista e preparatissima, pronta a tamponare la crisi a colpi di comunicati e smentite. A darle corpo, nervi e cervello è Giulia Gualano, versatile attrice foggiana di stanza a Roma, ballerina di formazione, volto ricorrente del cinema di Amato e di quello di sua sorella, la regista Luna Gualano. L'abbiamo raggiunta al telefono per parlare di potere, coraggio, zombie e commedia all'italiana. Perché, come dice lei, tra talk show e social network la realtà ha ormai superato qualsiasi finzione.
Intervista a Giulia Gualano
Anita è un’assistente e spin doctor che prova a tamponare la crisi tra comunicati e smentite, una figura che il cinema e la serialità hanno raccontato spesso, da Il portaborse a Veep. Ti sei ispirata più a modelli cinematografici o alla cronaca contemporanea?
Più alla cronaca contemporanea. Anita è una donna molto competente, preparata, tosta, ma anche cinica e arrivista: è pronta a tutto pur di salire un gradino in più nella carriera, tanto da invidiare la donna per cui lavora. Mi sono ispirata a figure che abbiamo visto nella politica italiana, nel gossip, nei talk show, sui giornali. Non mi sono rifatta a un nome preciso, però ho notato che il pubblico riconosce subito almeno un paio di riferimenti italiani, anche se esistono modelli internazionali: pensiamo, per esempio, al caso Monica Lewinsky, una donna sicuramente preparata e capace, diventata però famosa per altro.
Volevo che Anita fosse riconoscibile, ma non volevo ridurla a una macchietta. Non è semplicemente l’assistente arrivista. Mi interessava rappresentare un certo modo di stare dentro al potere oggi, soprattutto per una donna. Anita è lucida, efficiente, cerca sempre di aggiustare tutto e non ha paura di rispondere a tono al proprio capo. Allo stesso tempo, però, è disposta a sacrificare anche la vita privata pur di raggiungere un obiettivo.
Non la giudico, anche perché un attore non deve giudicare il proprio personaggio: altrimenti non potremmo più interpretare criminali, assassini o figure moralmente discutibili. Non mi interessava dire se Anita fosse buona o cattiva, ma mostrare un modello umano che vediamo nella realtà, con tutte le sue contraddizioni, le sue scelte e le conseguenze di quelle scelte.
Com’è stato il rapporto con il resto del cast?
Mi sono trovata benissimo. In generale sto bene sul set, a meno che non ci siano persone che si pongono in modo negativo o alzano muri. In questo caso, poi, ho lavorato con attori straordinari, non solo dal punto di vista professionale.
Era la mia prima volta con Angela Finocchiaro ed è stato semplicissimo lavorare con lei. Oltre a essere una grande professionista, a livello umano ti mette subito in una condizione di serenità. Sul set potevo continuare a studiare il personaggio insieme a lei, perché durante le prove veniva naturale far emergere altre sfumature, sempre coerenti con quello che avevo preparato. Angela riusciva ad arricchire non solo il suo personaggio, ma anche il tuo.
Per me lavorare con attrici e attori come Finocchiaro, Tirabassi e Gerardi è sempre una masterclass: hanno tre modi diversi di stare sul set, tutti efficacissimi, e da ciascuno puoi imparare qualcosa.
Angela, poi, è molto semplice anche fuori dal set. Un giorno abbiamo finito prima: eravamo a Montegrotto, in provincia di Padova, dove abbiamo girato una parte del film, e io, Angela e le truccatrici abbiamo deciso di metterci in ciabatte e andare a fare un bagno rilassante alle terme. Ho avuto modo di conoscerla anche lontano dal set ed è esattamente come appare: non è l’attrice che si chiude in camerino e tiene fuori il mondo. Prende il suo pasto e si mette in mezzo alla troupe. Questa cosa mi è piaciuta molto.
Approfondimento
Election Day, il film di Giorgio Amato in sala dal 9 luglio
Il film si svolge in una notte e in una casa, durante lo spoglio elettorale. Un'unità di tempo e di luogo quasi teatrale ti ha costretto a cambiare modalità di recitazione?
In realtà sarebbe stato tutto più semplice se avessimo avuto più tempo per girare. Quando lavori in un’unica location e l’arco temporale del racconto è così breve, il personaggio non attraversa grandi rivoluzioni: cambia nel corso della serata, reagendo a quello che accade. In teoria, in casi del genere, sarebbe ideale girare in modo consequenziale, una scena dopo l’altra. Noi invece non abbiamo potuto farlo, perché abbiamo dovuto correre moltissimo.
Quello che sulla carta sembrava più semplice è diventato più complicato. Magari un giorno giravamo tre scene, ma solo tutto ciò che avveniva sul lato destro della stanza; poi, dopo alcuni giorni, tornavamo sulle stesse scene per riprendere il lato sinistro. Bisognava ricordarsi esattamente le intenzioni, le battute, il punto emotivo in cui eravamo rimasti, anche grazie all’aiuto della segretaria di edizione, della fotografia, del regista e di tutta la troupe.
Per me era un meccanismo un po’ macchinoso, anche perché affrontavo per la prima volta un set con questi ritmi. Però l’esperienza enorme degli altri attori ci aiutava a rientrare subito nella scena. Cambiare campo richiedeva molto tempo, e quel tempo materialmente non lo avevamo. Rivedendo il film, però, mi sono accorta che questa difficoltà non si percepisce: dietro un semplice cambio di inquadratura, spesso, c’erano giorni diversi di lavorazione. Considerando le condizioni in cui abbiamo girato, sono soddisfatta. E ho visto che anche il pubblico ha apprezzato..
Nelle note di regia Amato parla di una commedia che vuole far riflettere sull'odio e sul sovranismo. La commedia all'italiana, da Risi a Monicelli, lo faceva spesso. Perché oggi questo coraggio è diventato un'eccezione?
Perché, secondo me, hanno tutti paura. È una mia opinione personale, ma credo che il cinema abbia anche il compito di stimolare una riflessione, senza per questo trasformarsi in una lezione o in una predica. Non deve spiegarti le cose in modo didascalico, però può affrontare temi difficili con leggerezza, come Dino Risi sapeva fare benissimo. Il cinema deve riuscire a sdrammatizzare anche questioni molto pesanti, aprendo una discussione a partire dalla vita privata di una persona, o di più persone, come accade in questo film. La leggerezza non toglie profondità: anzi, spesso aiuta a far arrivare meglio il pensiero. Qualcuno ci ha provato. Penso a Virzì con Tutta la vita davanti, anche se non era una commedia nel senso più leggero del termine, perché affrontava il precariato e lo sfruttamento del lavoro. E poi mi viene in mente Albanese con Qualunquemente: si parla di politica, si ride tantissimo, ma quanta verità c’è dietro quella macchietta? Tentativi ci sono stati, però secondo me oggi manca un po’ di coraggio, anche perché il problema resta sempre chi ti produce e chi ti distribuisce quando tocchi certe tematiche. Per questo siamo contenti, e anche un po’ stupiti, che dietro Election Day ci sia Medusa. Spero possa aprire la strada a film più coraggiosi. Ogni tanto recupero le commedie italiane sulle piattaforme, proprio per capire quali storie si raccontano e in che modo, ma spesso mi sembrano rassicuranti, prevedibili, già viste: intuisco il colpo di scena, immagino dove si andrà a parare. È un cinema che tranquillizza, certo. Ma siamo davvero sicuri che il pubblico voglia solo questo?
In effetti Election Day ha un approccio più europeo, quasi francese, che italiano.
Sì, molto francese. In Italia, ultimamente, non mi sembra di aver visto molti film capaci di affrontare tematiche politiche scottanti con questo tipo di coraggio, sia in chiave ironica sia, nel caso dei drammi, in modo più serio. Anche perché il periodo è quello che è.
L’altro giorno, per esempio, a Piazzapulita ho seguito un servizio su Martin Sellner, l’austriaco teorico della remigrazione, diventato un riferimento ideologico per molte nuove destre anche grazie ai social. Mi sono chiesta: chi le racconta queste cose al cinema? Chi prova a farci riflettere attraverso la finzione?
I servizi giornalistici e televisivi sono fondamentali, certo, ma spesso vengono visti sempre dalle stesse persone, che poi rischiano di parlarne restando chiuse nelle proprie convinzioni. Ho amici e conoscenti che appartengono a correnti politiche molto diverse, e vedo tanti paraocchi da una parte e dall’altra. Forse il cinema può servire proprio a questo: discutere certe tematiche in modo diverso, scardinare qualche certezza, provare a guardare la realtà anche attraverso un racconto grottesco, assurdo, capace di far ridere.
Il punto è che ormai la realtà ha superato l’immaginazione, e non solo con Trump. Tante cose che vediamo oggi in televisione, fino a qualche anno fa, sarebbero sembrate fantascienza, materia da cinema o da racconto distopico. In un certo senso, Election Day arriva persino tardi. Io pensavo che il personaggio del giornalista sportivo interpretato da Antonio Gerardi fosse molto spinto, e invece è quasi leggero rispetto a quello che vediamo ogni giorno. Mi stupisco ancora, mi cascano le braccia, ma è così.
Con Giorgio Amato il tuo è ormai un sodalizio lungo più di dieci anni. Che cosa vi tiene insieme? Che tipo di regista è?
Giorgio è un regista coraggioso. Già con Il ministro aveva affrontato il tema della corruzione, riuscendo a far riflettere e sorridere su questioni che, in sé, non hanno nulla di divertente. Di lui mi piace soprattutto il modo in cui scrive, costruisce i personaggi e affronta i temi da punti di vista meno prevedibili.
La qualità della sceneggiatura, per me, viene prima di tutto: prima degli attori, prima della produzione. Se non c’è sostanza, se non c’è la ciccia, come diciamo noi, non si va lontano. In Italia questa cosa non la vedo spesso. In molti autori e registi che si scrivono i film da soli non trovo sempre originalità, né il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, anche rischiando di non essere prodotti o distribuiti. Ecco, questo è ciò che apprezzo di più in Giorgio: il coraggio.
Hai lavorato spesso anche in famiglia, con tua sorella Luna, dai videoclip a Go Home, sino a La guerra del Tiburtino III. Che cosa significa costruire un pezzo di filmografia in famiglia?
Mia sorella, nei suoi film, mi ha sempre affidato personaggi secondari, spesso divertenti, in cui potevo esprimermi. E poi, avendola così vicina, ho visto quanto sia complicato farsi strada per una regista donna. Quando si dice che le donne devono sgomitare di più non è solo un modo di dire: certe dinamiche, se le hai in famiglia, le vedi da vicino.
Sul set, però, Luna ha una preparazione enorme. Riesce a tenere testa a tutti, dal direttore della fotografia al macchinista, perché sa esattamente quello che vuole e si fa rispettare con autorevolezza. Mi auguro di fare ancora molti ruoli con lei, perché vorrebbe dire che anche lei sarà riuscita a portare avanti i suoi progetti. Adesso, per esempio, sta scrivendo insieme al compagno per la Rai: vedremo se riuscirà poi a firmare anche la regia. Io incrocio le dita, sono la sua prima supporter.
In Go Home - A casa loro c’erano i morti viventi per parlare di razzismo e accoglienza; in Election Day c’è un insulto razzista raccontato attraverso la commedia. Coincidenza o tema che senti tuo?
Non è una coincidenza, è un tema che sento molto. In famiglia parliamo anche di questo, e non sempre le questioni che affrontiamo sono leggere. Portarle al cinema, però, è una cosa bellissima.
Go Home è stata un’esperienza molto particolare: abbiamo girato ad agosto, in un centro sociale, con quaranta gradi e il trucco da zombie che si scioglieva sotto il sole. Era un film completamente autoprodotto, ed è stata dura. Mi dispiace che sia rimasto confinato in un circuito di nicchia, pur essendo stato molto apprezzato dalla critica. Essendo un horror politico, come lo definisco io, non ha avuto una grande diffusione, ma secondo me meriterebbe una circolazione più ampia.
Magari chi non va a vedere una commedia vede un horror, e attraverso quel genere può comunque fare un pensiero su certi temi. Credo che la difficoltà di distribuzione dipenda non solo dal genere, sicuramente di nicchia, ma anche dagli argomenti trattati: troppo delicati, troppo compromettenti.
Però, come dico sempre, un film non scade. Ci sarà il momento in cui potrà tornare fuori con maggiore visibilità, come è già successo ad altri film che ho fatto. Ogni film ha il suo tempo, che non coincide per forza con la prima uscita. Io sono fiduciosa.
In Go Home - A casa loro c'erano i morti viventi per parlare di razzismo e accoglienza, in Election Day c'è un insulto razzista raccontato attraverso la commedia. Coincidenza o tema che senti tuo?
Non è una coincidenza, è un tema che sento molto: in famiglia si parla anche di questo, e le tematiche che affrontiamo non sono sempre così leggere. Riportarle al cinema è fantastico. Go Home poi è stata una cosa molto particolare: abbiamo girato ad agosto, in un centro sociale, completamente autoprodotto, con quaranta gradi e il trucco da zombie che si squagliava sotto il sole. È stata veramente dura, e mi dispiace che quel film sia rimasto molto apprezzato dalla critica ma confinato in settori di nicchia: essendo un horror politico, come lo definisco io, purtroppo non ha avuto una grande diffusione. Secondo me meriterebbe una circolazione più ampia, anche perché magari chi non vede la commedia vede l'horror, e un pensierino su queste tematiche ce lo fa. Credo che la difficoltà di distribuzione sia dovuta non solo al genere, indubbiamente di nicchia, ma proprio alle tematiche trattate, troppo compromettenti, troppo delicate. Però, come dico sempre io, un film non scade: ci sarà il momento in cui potrà uscire fuori con maggiore visibilità, così come è successo ad altri film che ho fatto. Ogni film ha il suo momento, che non coincide per forza con la prima uscita. Io sono fiduciosa.
Alle spalle hai anni di danza e una laurea in Scienze della comunicazione alla Sapienza. Quanto ti sono serviti per costruire Anita?
Tutto serve, parto da questo presupposto. Per un attore il lavoro sul corpo è fondamentale: se hai maggiore consapevolezza fisica, come accade a chi viene dalla danza, diventa più semplice anche arrivare a determinati stati d’animo. Per capire un personaggio si parte anche dal corpo, ci sono esercizi specifici che possono aiutare molto.
Quanto alla laurea, per tanto tempo ho pensato di aver perso anni all’università. Sapevo già di voler fare altro, però mi sono iscritta comunque e ho portato avanti il percorso lentamente: ci ho messo nove anni a laurearmi, perché nel frattempo lavoravo e studiavo. Non sono mai stata ferma. Per molto tempo mi sono detta: avrei potuto concentrarmi subito su quello che volevo fare davvero.
Poi, però, mi sono resa conto che tutto torna. Quando leggo una sceneggiatura, quando analizzo un testo, quando studio un personaggio o costruisco una back story, quelle competenze riemergono e finiscono dentro il mio lavoro di attrice. Non so se, con il senno di poi, rifarei esattamente lo stesso percorso. Però sì, tutto serve.
Hai sempre voluto fare l’attrice, fin da piccola?
No. Io ho iniziato a studiare danza a Foggia, fin da bambina, e i miei genitori hanno sempre sostenuto questa passione. Quando sono arrivata a Roma mi sono iscritta all’università, ho continuato a studiare danza e ho cominciato a lavorare.
Poi, per puro caso, allo IALS, il centro dove studiavo danza, hanno organizzato un laboratorio di recitazione. Siccome sono sempre stata molto curiosa, mi sono iscritta. Era un periodo in cui avevo terminato gli esami e lì mi si è aperto un mondo nuovo. Ho iniziato a studiare recitazione seriamente, mi sono iscritta a Teatro Azione, la scuola di Cristiano Censi e Isabella Del Bianco, ho seguito quel percorso e poi molti altri laboratori e seminari.
Piano piano la danza è stata messa da parte. Ho scoperto questo altro mondo per caso e mi ha rapita. Sono fatta così: se esce un corso su qualcosa che mi incuriosisce, io vado. Credo molto nella formazione continua.
Ultimamente, per esempio, ho seguito un corso su una tecnica di recitazione che non avevo mai studiato, quella di Michail Čechov, e mi si è aperto un altro mondo, bellissimo. Adesso penso a come avrei potuto affrontare certi personaggi applicando quello che sto imparando ora. Ho anche un gruppo di attori con cui mi alleno e mi diverto.
Perché il giorno in cui smetterò di divertirmi non farò più questo lavoro. Quando non mi divertirò più, quando non avrò più voglia di formarmi e sperimentare, vorrà dire che sarà arrivato il momento di cambiare mestiere.
Ultima domanda: perché bisogna andare a vedere Election Day al cinema?
Perché non è la solita commedia. È un film coraggioso, ironico, che fa ridere ma ti riporta a casa anche una riflessione più profonda. Racconta qualcosa che riguarda il nostro presente, il modo in cui comunichiamo, giudichiamo, reagiamo agli scandali e alle parole degli altri. Secondo me oggi c’è bisogno di film così, capaci di divertire ma anche di aprire una discussione. E sfido il pubblico a trovarmi altre commedie attuali che riescano a farlo così bene. È una sfida, ecco: lancio la sfida.