Ondata di caldo, perché vedere il film "... e la Terra prese fuoco"

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

©Getty

Introduzione

Una Londra deserta e virata in arancio, il rullo della macchina da scrivere deformato dal caldo, una voce che conta i minuti mancanti all’ora X. Comincia così …e la Terra prese fuoco, e mentre da mercoledì 29 luglio arriva la quarta ondata di calore dell’estate, il film del 1961 di Val Guest riemerge come uno dei più attuali che si possano rivedere. Test nucleari, un pianeta spinto verso il Sole, e soprattutto giornali, reticenze del potere, paura collettiva e fame di certezze. Non aveva previsto il cambiamento climatico: aveva capito come reagiamo quando tutto sembra bruciare. Dsiponibil e s u Prime Video Prime Video (e isibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick) 

Quello che devi sapere

Il film del 1961 sul caldo che sembra girato oggi

Le sequenze di apertura e chiusura sono virate in un arancio giallastro, per accentuare il senso di calore opprimente. Londra è deserta e assolata, e una voce fuori campo scandisce l’ora esatta, poi avverte che mancano diciannove minuti all’ora X. Diciannove minuti.

L’uomo che cammina in quel silenzio è Peter Stenning, giornalista del Daily Express. Raggiunge la sede del quotidiano, deserta e coperta di polvere, trova l’ascensore fermo e sale a piedi. Si siede alla scrivania. Il rullo di gomma della macchina da scrivere si è deformato per il caldo, sicché non può scrivere. Solleva allora un telefono impolverato e chiama Jeannie, per farsi passare qualcuno in grado di battere il pezzo. Lei lo mette in comunicazione con il desk di redazione, dove una collega raccoglie l’articolo sotto dettatura.

Il giornalista si accende una sigaretta e comincia a dettare. Sono passate poche decine di minuti dall’esplosione delle bombe correttive, dice, e nelle prossime ore il mondo saprà se questa è la fine oppure un altro principio. Parla del fratello che ha alzato le armi contro il fratello, dell’ultimo grande incendio, di un pianeta che doveva vivere in eterno e che è stato invece trascinato verso l’oblio. Poi arriva la formula che apre la memoria, l’immagine perde l’arancio, torna il bianco e nero e comincia un flashback lunghissimo.

È uno degli incipit più belli della fantascienza britannica e non ostenta un solo effetto speciale. Gli basta una macchina da scrivere fuori uso.

Quando il termometro comincia a scrivere i titoli

Da mercoledì 29 luglio il caldo dovrebbe tornare a bussare alle finestre italiane. E, come un ospite sgradito che conosce il codice del portone, salirà rapidamente sino al piano dei titoli. Le mappe si tingono di rosso porpora, gli anticicloni assumono nomi da villain di un cinecomic, i modelli annunciano punte di 38 gradi e poi di 40 nel fine settimana, sicché la quarta ondata di calore della stagione si trasfigura nel trailer della fine del mondo.

Sia chiaro: il cambiamento climatico esiste, il caldo estremo uccide e la prudenza non è mai fuori stagione. Ma tra l’informazione e il Grand Guignol meteorologico dovrebbe sopravvivere almeno un ventilatore di buon senso.

Sicché è d’uopo recuperare …e la Terra prese fuoco, titolo originale The Day the Earth Caught Fire, fantascienza apocalittica britannica diretta nel 1961 da Val Guest e oggi disponibile su Prime Video. Un film che non aveva previsto la crisi climatica e non possedeva la sfera di cristallo. Aveva però osservato con smagata lucidità il nostro modo di reagire quando la realtà si surriscalda: minimizzare, esagerare, sospettare, cercare un colpevole e soprattutto preparare il titolo prima che il mondo abbia deciso come finire.

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Val Guest sposta la Terra e trova il presente

La premessa possiede l’amena sobrietà di un incubo della Guerra fredda. Stati Uniti e Unione Sovietica fanno esplodere quasi contemporaneamente due ordigni atomici, ciascuno all’insaputa dell’altro. L’asse terrestre si sposta di alcuni gradi, poi si scopre che è cambiata pure l’orbita e che il pianeta si sta avvicinando al Sole. Seguono temperature sempre più alte, nebbie anomale, tempeste elettriche, blackout, acqua razionata e i primi saccheggi. Londra si trasforma in una serra, ma i pub restano aperti: anche davanti all’estinzione occorre rispettare le istituzioni.

Guest, d’altronde, covava l’idea da anni. Aveva preparato un trattamento di una ventina di pagine già nel 1954, due anni dopo il primo test atomico britannico, e se lo vide rifiutare per quasi otto anni da British Lion, Rank, Columbia e altri studios. Il progetto trovò infine casa nella Pax, la società fondata da Steven Pallos, Michael Balcon e Max Setton appositamente per finanziare la fine del mondo. Quando un regista insiste per otto anni, di solito non sta raccontando gli asteroidi. Sta raccontando i vicini di casa.

La scienza del film è naturalmente fantascienza. Val Guest non era Nostradamus e non aveva anticipato i modelli climatici contemporanei. I suoi bersagli erano la corsa agli armamenti, la superbia tecnologica e l’illusione che l’uomo possa giocare a dadi con il pianeta senza pagare la consumazione.

Eppure basta guardare il Tamigi che evapora, la popolazione in fila per l’acqua e la vita quotidiana deformata dalle temperature per provare una fastidiosa sensazione di familiarità. Il passato non conosce il nostro presente. Talvolta, però, sa come farci sentire scoperti.

La fine del mondo bussa alla redazione

Peter Stenning ha il volto di Edward Judd: divorziato da poco, privato della custodia del figlio, con il lavoro trascurato e il bicchiere sempre più vicino. Un cronista con l’anima spiegazzata, come il foglio di un articolo respinto dal caporedattore. Non possiede un’astronave, non sa riparare l’orbita terrestre e non indossa una tutina di lamé. Sa però riconoscere una notizia.

Al suo fianco ci sono Bill Maguire, il navigato corrispondente scientifico interpretato da un magnifico Leo McKern, che copre le assenze dell’amico e ne firma i pezzi al posto suo, e Jeannie Craig, la centralinista del centro meteorologico a cui Janet Munro regala intelligenza, ironia e una bellezza mai ornamentale. Tra Peter e Jeannie nasce una storia d’amore che è anche una riabilitazione. D’altronde, quando la Terra perde il proprio centro, due esseri umani possono almeno tentare di trovarne uno tra le lenzuola.

A Maguire, del resto, spetta la battuta epocale, e non la pronuncia contemplando un cielo che brucia. La pronuncia dopo aver scoperto che il suo articolo sulla trombosi non è finito nemmeno in un angolo del giornale, perché le prime pagine sono ormai occupate da ciò che sta accadendo al mondo. Sicché sbotta: «Se dovessi rinascere mi ammazzo prima di fare il giornalista». Detta da McKern, con quella faccia da bulldog filosofo che negli anni diventerà l’avvocato Rumpole, suona come una dichiarazione d’amore travestita da bestemmia. Ogni cronista dovrebbe tenerla incorniciata sopra la scrivania, accanto al tesserino e alle bollette. Perché naturalmente lui in redazione ci resta, mentre gli altri si rifugiano nel locale delle rotative dove è custodito l’alcol.

Ed è tutto lì il film: l’apocalisse, prima di essere una catastrofe, è un problema di spazio in pagina.

La scelta geniale di Guest è raccontare l’apocalisse da una redazione. La fine del mondo non scende da un’astronave, non divora la Casa Bianca e non si manifesta attraverso un presidente americano in maniche di camicia. Arriva al telefono. Viene battuta a macchina. Passa dalla scrivania del cronista a quella del caporedattore. Deve trovare una conferma, un’apertura e possibilmente un verbo che entri nel titolo.

La Terra può anche uscire dalla propria orbita. Il giornale, invece, deve chiudere in orario.

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Una fantascienza che odora d’inchiostro

Val Guest desiderava che il film avesse l’aspetto di un documentario. Le location sono quasi tutte londinesi, con alcune scene girate a Brighton. Il vero Daily Express aprì le porte della propria sede, mentre la redazione venne ricostruita con meticolosa precisione negli studi di Shepperton. Il regista inserì inoltre immagini autentiche di una manifestazione della Campaign for Nuclear Disarmament, mescolandole alle scene interpretate da Edward Judd. Harry Waxman firma la fotografia caricando l’obiettivo di filtri e gira in anamorfico con il Dyaliscope, cugino francese del CinemaScope.

Il risultato è una fantascienza sporca d’inchiostro. I telefoni squillano, le battute si sovrappongono, i giornalisti fumano, bevono, litigano e scrivono. Niente astronavi cromate, tutine argentate o scienziati con la capigliatura di Albert Einstein reduce da una permanente. Val Guest non agita la catastrofe nello shaker degli effetti speciali. La serve liscia.

Il merito, parimenti, va diviso. La sceneggiatura è firmata con Wolf Mankowitz, romanziere e drammaturgo con l’orecchio assoluto per il parlato, e i due nel 1962 vinsero il BAFTA per la migliore sceneggiatura britannica. Non capita spesso che l’Academy inglese premi un film in cui il mondo brucia. Capita quando i dialoghi corrono più veloci della catastrofe.

A rendere il tutto ancora più credibile contribuisce Arthur Christiansen, per ventiquattro anni direttore del vero Daily Express, qui nei panni del direttore Jeff Jefferson. E per la gioia dei cinefili affetti da compulsione per i camei, a un posto di blocco si intravede nientepopodimeno che un giovanissimo Michael Caine: del volto si scorge poco, la voce è inconfondibile, e nella sua autobiografia ammetterà con understatement britannico di non essersela cavata granché. Prima di diventare Alfie, Harry Palmer e l’Alfred di Christopher Nolan, gli toccò presidiare una transenna durante l’apocalisse.

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La stampa non appicca l’incendio

Sarebbe facile sostenere che …e la Terra prese fuoco racconti la manipolazione della stampa. Facile, ma non esatto. Nel film i giornalisti non inventano la catastrofe: cercano di scoprirla mentre al centro meteorologico li cacciano in malo modo e il governo ritarda le spiegazioni.

Il Daily Express non è né un convento di anime immacolate né la Spectre dell’informazione. È una redazione. Quindi un luogo dove convivono l’ansia di verificare, la necessità di vendere copie, il rispetto delle fonti, la vanità della firma e il terrore di bucare la notizia. Insomma, il genere umano in maniche di camicia.

Peter e Bill raccolgono anomalie meteorologiche, indiscrezioni, mezze conferme e silenzi molto eloquenti. Il potere cerca di governare la paura dosando la verità. Il giornale tenta di ricomporre il disegno senza sapere ancora se sta informando il pubblico oppure preparando la sceneggiatura del panico.

La questione rimane attualissima: una crisi non esiste soltanto per ciò che accade, ma anche per il modo in cui viene raccontata. Le parole possono illuminare, ustionare oppure produrre quella particolare nebbia che chiamiamo confusione.

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La psicosi collettiva prima dei social network

Nel 1961 non esistevano notifiche push, gruppi WhatsApp, video verticali e profili anonimi pronti a spiegare che lo spostamento dell’asse terrestre era stato organizzato dalle multinazionali dei condizionatori. In compenso il colonnello Bernacca aveva già portato le isobare nei salotti italiani. Eppure la psicosi funzionava già benissimo.

Le informazioni arrivano a frammenti. Le autorità esitano. Qualcuno prega, qualcuno protesta, qualcuno saccheggia, qualcuno cerca acqua. Altri continuano semplicemente a lavorare, bere e innamorarsi. Perché l’apocalisse è un’esperienza totalizzante, ma mica esonera dal pagare l’affitto.

Val Guest comprende che ogni emergenza genera una fame di certezze superiore persino alla sete. Il pubblico vuole sapere se sarà salvo oppure condannato, possibilmente prima della pausa pranzo. La realtà, purtroppo, non sempre possiede la buona educazione di rispettare le scadenze editoriali.

Da questo punto di vista, il film non è invecchiato. Siamo noi che lo abbiamo raggiunto.

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Non è una profezia sul cambiamento climatico

Definire …e la Terra prese fuoco un film profetico può funzionare in un titolo, purché poi si abbia la decenza di spiegare la profezia. Val Guest non anticipò le cause scientifiche del riscaldamento globale. Nel film la Terra brucia perché gli esperimenti nucleari ne hanno alterato asse e orbita.

La pellicola parla innanzitutto dell’incubo atomico e della Guerra fredda. Tuttavia racconta anche una catastrofe prodotta dall’uomo, le reticenze delle istituzioni e la fragilità di una società convinta di dominare la natura. È qui che il 1961 si salda al presente. Non nella previsione meteorologica, ma nell’arroganza.

La fantascienza migliore non indovina il futuro come una cartomante in un programma televisivo notturno. Osserva il presente con tale precisione da continuare a riconoscerci quando quel presente è ormai diventato passato.

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Il finale con le due prime pagine: la Terra è salva oppure condannata

Per riportare il pianeta nella sua orbita, le potenze mondiali dispongono una serie di testate nel deserto siberiano e al Polo Nord, da far esplodere simultaneamente. La cura coincide dunque con la causa della malattia: una sorta di omeopatia nucleare che avrebbe fatto sorridere il Dottor Stranamore, sempre che Slim Pickens non fosse stato impegnato a cavalcare la bomba agitando il cappello da cowboy.

Il conto alla rovescia viene trasmesso via radio, poi si torna alla sequenza iniziale, all’arancio, alla scrivania, al pezzo dettato al telefono. Nessuno sa se il piano abbia funzionato. Nella tipografia del giornale attendono due bozze di prima pagina. Una annuncia che la Terra è salva. L’altra che la Terra è condannata. La rotativa aspetta che sia la realtà a scegliere il titolo.

È un finale magnifico perché trasforma l’incertezza cosmica in un problema editoriale. Due titoli opposti, entrambi pronti. Due futuri separati da una manciata di caratteri tipografici.

E mentre le due prime pagine attendono il verdetto, la voce di Stenning porta a termine il pezzo cominciato nella sequenza iniziale, con una cadenza che ruba il passo alle Scritture: il vento seminato e la tempesta raccolta di Osea, la dolcezza della luce di Qoelet. Se un futuro per l’uomo esiste ancora, dice, per quanto insensibile egli sia, orgoglioso e avido di potere, «Che possa egli viverlo nell’amore, perché questa è l’unica forza che può salvarlo». Il cerchio si chiude lì: l’articolo che non poteva essere scritto perché la macchina si era bloccata diventa l’ultima preghiera laica del giornalismo. Tant’è che negli Stati Uniti l’ambiguità parve eccessiva, sicché la Universal impose di aggiungere sull’ultima sequenza il suono delle campane di una chiesa. Un lieto fine a mezzo campanile, per non turbare il pubblico.

Oggi, probabilmente, pubblicheremmo entrambe le prime pagine, affidando all’algoritmo il compito di stabilire quale genera più clic.

Dove vedere …e la Terra prese fuoco

Il film è disponibile in streaming su Prime Video. Novantotto minuti, bianco e nero con le sequenze di apertura e chiusura virate in arancio, nessun effetto speciale che invecchi male: il tipo di visione che regge benissimo una serata da trentotto gradi, purché il condizionatore collabori.

La scheda essenziale, per chi ama gli archivi: …e la Terra prese fuoco (The Day the Earth Caught Fire), Gran Bretagna 1961, regia di Val Guest, sceneggiatura di Wolf Mankowitz e Val Guest, fotografia di Harry Waxman, musiche di Stanley Black, con Edward Judd, Janet Munro, Leo McKern, Michael Goodliffe e Arthur Christiansen. BAFTA 1962 per la migliore sceneggiatura britannica.

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Se fosse un cocktail: un Martini apocalittico, molto secco

…e la Terra prese fuoco non è un disaster movie tiki, carico di ombrellini, frutta tropicale e città digitali che crollano nel bicchiere. È un Martini apocalittico. Secco, trasparente, gelido nonostante il caldo, con un’oliva radioattiva posata sul fondo.

Val Guest non ci dice se la Terra sopravvivrà. Ci mostra come ci comportiamo quando ancora non sappiamo se sopravvivrà. È questa la sua autentica profezia.

Ci sono la paura e il desiderio, il potere che tace e il giornalismo che domanda, la sete d’acqua e quella di certezze. Ci sono esseri umani che continuano ad amare, bere, lavorare e litigare mentre il pianeta corre verso il Sole.

Forse il cinema non prevede il futuro. Si limita a conservare i nostri difetti sotto vetro, come insetti nell’ambra.

E così, mentre il termometro e i titoli tornano a salire, restano quella Londra arancione, quella macchina da scrivere fuori uso, quei diciannove minuti che separano il mondo dalla propria risposta. La Terra può persino cambiare orbita. Noi, invece, restiamo ostinatamente noi stessi. Con una prima pagina pronta per la salvezza e l’altra, per prudenza, già apparecchiata per la fine del mondo.

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