Alberto Sordi, 106 anni dalla nascita: alla Casa Museo il cinema che racconta l'Italia
Cinema Dal film "Venezia, la luna e tu" - @WebphotoIntroduzione
Dodici film, un luogo simbolo e un viaggio nella storia della commedia italiana per riscoprire uno dei protagonisti assoluti del nostro cinema. Dal 15 al 27 giugno il giardino di una storica villa romana ospita una rassegna che attraversa amori, illusioni, satire di costume e grandi trasformazioni sociali, riportando sul grande schermo opere che continuano a raccontare il Paese con straordinaria attualità
Quello che devi sapere
Dodici film per raccontare un maestro della commedia italiana
Dal 15 al 27 giugno il giardino della Casa Museo Alberto Sordi si trasforma in un'arena cinematografica dedicata a uno dei protagonisti assoluti del cinema italiano. La rassegna "Il grande cinema di ALBERTO. Amori, passioni, disillusioni…", curata da Luca Verdone e promossa dalla Fondazione Museo Alberto Sordi insieme alla Fondazione Alberto Sordi per i giovani, propone dodici film che ripercorrono oltre trent'anni di carriera dell'attore romano, alternando i titoli che lo hanno visto interprete a quelli in cui si è cimentato dietro la macchina da presa.
L'iniziativa assume un valore particolare perché si svolge proprio nella villa sull'Appia Antica dove Sordi visse dal 1958 al 2003 e che oggi custodisce il suo archivio storico. Un luogo che diventa esso stesso parte del racconto, restituendo al pubblico il contesto umano e artistico di uno degli interpreti che più profondamente hanno saputo descrivere l'Italia del dopoguerra.
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Alberto Sordi, il più grande specchio degli italiani
Ridurre Alberto Sordi alla sola maschera comica sarebbe un errore storico e critico. Il suo cinema ha raccontato, con straordinaria lucidità, l'evoluzione sociale del Paese, anticipando spesso cambiamenti culturali e morali attraverso personaggi apparentemente leggeri ma in realtà profondamente contraddittori. Il vigliacco, il seduttore, il burocrate, il piccolo borghese arrivista, il marito egoista o l'italiano medio incapace di assumersi responsabilità diventano, nei suoi film, strumenti di una satira feroce e insieme malinconica.
Sordi non cercava mai l'eroismo: costruiva invece figure fragili, opportuniste e spesso ridicole, nelle quali il pubblico finiva inevitabilmente per riconoscersi. È proprio questa capacità di osservare senza moralismi la società italiana ad aver fatto della sua filmografia uno straordinario documento antropologico oltre che cinematografico.
Non è un caso che nella rassegna trovino spazio collaborazioni con registi come Dino Risi, Antonio Pietrangeli, Steno e Gian Luigi Polidoro, autori che insieme a Sordi hanno contribuito a definire la stagione irripetibile della commedia all'italiana, capace di fondere comicità, critica sociale e riflessione politica.
"Mio figlio Nerone", satira sorprendentemente moderna
Ad aprire la rassegna sarà Mio figlio Nerone (1956), diretto da Steno, una delle commedie storiche più originali del cinema italiano degli anni Cinquanta. Il film immagina un imperatore Nerone lontanissimo dall'iconografia tradizionale: capriccioso, infantile, egocentrico e incapace di governare, è un uomo dominato dalle proprie insicurezze e manipolato da chi gli sta intorno.
Alberto Sordi costruisce un personaggio irresistibile, utilizzando il linguaggio della commedia per trasformare la figura del tiranno romano in una caricatura del potere contemporaneo. Dietro la leggerezza narrativa si nasconde infatti una satira politica sottile, nella quale l'autorità appare svuotata di autorevolezza e il potere si riduce a spettacolo e vanità personale.
Accanto a lui spicca una giovanissima Brigitte Bardot, nel ruolo di Poppea, presenza magnetica che conferisce al film un fascino internazionale e che oggi assume un significato ancora più simbolico come omaggio alla grande attrice francese recentemente scomparsa. Il cast è completato da Gloria Swanson nei panni di Agrippina e Vittorio De Sica in quelli di Seneca, in un incontro irripetibile tra grandi personalità del cinema europeo e americano.
Pur non essendo tra i titoli più celebrati della filmografia di Sordi, "Mio figlio Nerone" resta una delle sue interpretazioni più originali, capace di mescolare comicità surreale, satira politica e spettacolo popolare con una libertà espressiva che anticipa molti aspetti della commedia italiana successiva.
Un percorso tra amori, illusioni e disincanto
Il programma attraversa molte delle ossessioni del cinema di Sordi: il rapporto uomo-donna, il narcisismo maschile, il provincialismo italiano, la solitudine e il fallimento delle ambizioni personali. Film come Il Seduttore, Venezia, la luna e tu, Il Diavolo, Fumo di Londra, Amore mio aiutami, Io e Caterina e Polvere di stelle raccontano un artista che ha saputo reinventarsi continuamente, passando dalla comicità più popolare alla riflessione sociale, fino alla fantascienza e al cinema metacinematografico.
Rivedere questi film oggi significa osservare l'Italia attraverso uno specchio che continua a restituire immagini sorprendentemente attuali. È forse questa la grande eredità di Alberto Sordi: aver raccontato difetti e virtù degli italiani con una sincerità che, a distanza di decenni, continua a fare sorridere ma anche riflettere.
Da Il Seduttore a Il Diavolo: ritratto impietoso del maschio italiano
Tra i titoli più significativi della rassegna spiccano Il Seduttore (1954) di Franco Rossi e Il Diavolo (1963) di Gian Luigi Polidoro, due opere che mostrano la straordinaria capacità di Alberto Sordi di trasformare personaggi apparentemente farseschi in autentici casi di studio sulla società italiana.
Nel primo interpreta Alberto Nardi, uomo vanitoso e inconcludente che vive di menzogne e illusioni sentimentali, anticipando quel modello di maschio insicuro e narcisista che diventerà una delle figure ricorrenti della commedia all'italiana.
In Il Diavolo, invece, Sordi è un industriale italiano in viaggio in Svezia convinto di trovare il paradiso della libertà sessuale, salvo scontrarsi con le proprie ingenuità e con gli stereotipi costruiti dalla cultura maschilista. Un film intelligente e amaro, che dietro la comicità racconta il provincialismo italiano e il difficile confronto con una modernità che il protagonista non riesce davvero a comprendere.
Regista oltre che attore: da Fumo di Londra a Io e Caterina
La rassegna dedica spazio anche all'attività di Sordi come regista, spesso meno celebrata ma fondamentale per comprenderne la maturità artistica. In Fumo di Londra (1966) dirige e interpreta un antiquario romano affascinato dall'eleganza britannica, dando vita a una raffinata satira del complesso d'inferiorità culturale degli italiani verso il mondo anglosassone.
Con Amore mio aiutami (1969), accanto a Monica Vitti, affronta invece il tema della crisi coniugale alternando comicità e dramma psicologico in una delle sue regie più moderne.
Ancora più sorprendente è Io e Caterina (1980), commedia fantascientifica nella quale una domestica-robot interpretata da Catherine Spaak diventa il pretesto per riflettere sul rapporto tra uomo e tecnologia, anticipando temi che oggi, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, risultano di straordinaria attualità. Film diversi tra loro ma accomunati dalla capacità di Sordi di usare la commedia per osservare i cambiamenti del costume italiano con ironia, lucidità e uno sguardo sempre profondamente umano.