La Mosca di David Cronenberg, 40 anni dopo: perché The Fly è ancora un capolavoro

Cinema

Paolo Nizza

©Getty

Introduzione

Il 15 agosto 1986 usciva negli Stati Uniti The Fly, La Mosca di David Cronenberg. Quarant’anni dopo, il body horror con Jeff Goldblum e Geena Davis resta un capolavoro assoluto: non solo per il trucco di Chris Walas e Stephan Dupuis premiato con l’Oscar, ma perché sotto la metamorfosi di Seth Brundle in Brundlemosca pulsa una delle più strazianti storie d’amore mai filmate, a metà strada tra La metamorfosi di Kafka e Love Story. Riflessione sulla malattia, sulla vecchiaia e sulla caducità della carne, il film profetizzava il sapore sintetico di tanto cinema di oggi. Ecco perché continua a ronzarci nella testa.

Quello che devi sapere

Il cinema Excelsior, Milano, una ragazza e una mosca

C'è un cinema che non esiste più, l'Excelsior di Milano, in galleria del Corso, che ha chiuso i battenti nel 2007. E c'è una ragazza, la mia fidanzata di allora, che mi lasciò un paio di settimane dopo. In mezzo, su quello schermo, una mosca. Vidi La Mosca in quella sala, ancora ragazzo, tenendo per mano quella ragazza, nei primi mesi del 1987, quando il film arrivò nelle sale italiane, e da allora non ho più smesso di sentirla ronzare.

Perché la pellicola che David Cronenberg aveva fatto uscire negli Stati Uniti il 15 agosto del 1986, e che proprio in questi giorni compie quarant'anni, non è mai stata per me soltanto un horror. È stato, ed è tuttora, la più terrificante e romantica storia d'amore del cinema moderno: un incrocio impossibile tra La metamorfosi di Kafka e Love Story. Lo dice tutto quel primo teletrasporto, quando Veronica si sfila con studiata lentezza l'autoreggente e la porge a Seth Brundle, perché sia qualcosa che è stato sulla sua carne, ancora caldo del suo corpo, a compiere per primo il viaggio. I sentimenti, come le mutazioni, possono essere tremendi.

Jeff Goldblum e Geena Davis in La Mosca di David Cronenberg

Da Vincent Price a Cronenberg: le radici di The Fly

Prima di Cronenberg c'era stato un altro incubo. The Fly nasce da un racconto di George Langelaan pubblicato su Playboy nel 1957 e da L'esperimento del dottor K, il film di Kurt Neumann del 1958 con Vincent Price, il cui finale è entrato nella leggenda: nella ragnatela resta impigliata la minuscola mosca che porta la testa e un braccio di André Delambre — il corpo dello scienziato, con testa e zampa d'insetto, era già stato distrutto — e quella creaturina implora aiuto con un flebile «Help me!» prima di essere schiacciata da un sasso.

Una scena che in inglese è puro spavento e che nel doppiaggio italiano, complice quella supplica in falsetto, sfiorava suo malgrado il comico. In Cronenberg, invece, non c'è nulla da ridere. Il regista canadese, che di quel film aveva contestato da ragazzino l'inverosimiglianza scientifica — dove diavolo trovava, quella testa gigante, tutte le molecole in più? — riparte da zero.

Chiamato da Mel Brooks e dal produttore Stuart Cornfeld, dopo il forfait di Robert Bierman, riscrive quasi per intero la sceneggiatura di Charles Edward Pogue, di cui, a suo dire, sopravvive una sola riga di dialogo. Conserva però l'intuizione decisiva già presente in quel copione: non più il mostro istantaneo del 1958, ma una metamorfosi lenta, cellulare, inesorabile, infinitamente più crudele.

David Cronenberg sul set di La mosca - The Fly
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Seth Brundle e il Brundlemosca: la trama di un incubo d'amore

Seth Brundle (Jeff Goldblum) è uno scienziato geniale e solitario che ha inventato le telepod, capsule capaci di teletrasportare la materia. Veronica «Ronnie» Quaife (Geena Davis) è la giornalista che decide di raccontarne l'impresa. Tra i due scoppia la passione, ed è proprio l'amore a spingere Seth a insegnare al computer la poesia della bistecca, quel quid di vivente che alla materia inanimata sfugge.

Sicché una notte, ubriaco e geloso, Brundle si teletrasporta da solo, senza accorgersi che con lui, nella capsula, è entrata una mosca. Ne esce apparentemente perfetto, anzi euforico, convinto che il viaggio lo abbia purificato. Poi il corpo comincia a tradirlo. All'inizio sembra perfino un regalo: forza, energia, desiderio. È il vecchio trucco del diavolo, concederti per qualche giorno il corpo che hai sempre sognato prima di presentarti il conto.

Perché il computer, confuso da due forme di vita, lo ha fuso con la mosca a livello genetico-molecolare, e giorno dopo giorno Brundle si scopre meno uomo e più insetto: nasce il Brundlemosca.

La celebre battuta, diventata anche la tagline del film, è quella con cui Veronica mette in guardia Tawny, la donna che Brundle ha rimorchiato al bar e trascinato in laboratorio: «Abbi paura. Abbi molta paura». Una formulazione che, stando a quanto raccontato dallo stesso Cronenberg, sarebbe stata suggerita da Mel Brooks in persona.

Ma il vero orrore, qui, è un altro: è vedere due persone che si amano assistere impotenti allo sfacelo di uno dei due. Fino a un epilogo insostenibile, con la creatura che, ormai incapace di parlare, guida la mano di Veronica verso il grilletto. Poco prima, quando ancora riusciva a parlare, aveva formulato il suo mostruoso testamento di padre: «Tu, io e il bambino, insieme. La più alta espressione di famiglia. Tre in un solo corpo. Più umano di me da solo».

Geena Davis  e Jeff Goldblum in La mosca

Jeff Goldblum e Geena Davis: una mutazione d'amore

Prima di Goldblum, per Brundle erano stati considerati diversi attori: John Malkovich era in cima alla lista, mentre John Lithgow giudicò il ruolo troppo grottesco. Fu Cronenberg a volere Goldblum, disposto a recitare sepolto sotto le protesi, fino a cinque ore al giorno sulla poltrona del trucco.

Ma la magia vera, qui, è fuori dallo schermo. Goldblum e Geena Davis erano innamorati nella vita, e intanto interpretavano due persone costrette a guardare il proprio amore trasformarsi materialmente in qualcosa di insostenibile. È una coincidenza biografica che sembra scritta da Cronenberg in persona, e forse spiega perché quella storia bruci ancora così tanto: tra un ciak e l'altro Davis gli leggeva ad alta voce Wodehouse e, naturalmente, Kafka.

Il resto è la cronaca di un'ingiustizia. Goldblum vinse il Saturn Award come miglior attore ma, secondo Gene Siskel, mancò la candidatura all'Oscar probabilmente perché gli elettori più anziani dell'Academy tendevano a ignorare l'horror. A portarsi a casa la statuetta, quell'anno, furono Chris Walas e Stephan Dupuis, premiati per un trucco prostetico ancora oggi insuperato.

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Body horror e melodramma: quando la carne diventa tragedia

La grandezza di La Mosca sta tutta in questo cortocircuito tra il ributtante e il commovente. Cronenberg, maestro riconosciuto del body horror da Scanners a Videodrome, ha sempre respinto l'accusa di provare disgusto per il corpo. È fascinazione, ha spiegato, è la volontà di guardare senza distogliere lo sguardo ciò di cui siamo fatti, per quanto disgustoso possa sembrare.

A dare respiro tragico a questa carne che si disfa provvede la partitura sinfonica e struggente di Howard Shore, che veste il disfacimento di Brundle degli abiti di un'opera lirica. Il risultato, come scrisse Time, non è soltanto un film dell'orrore, ma anche il più toccante film d'amore della sua stagione.

Non a caso la trasformazione fu concepita, dagli effettisti, come una metafora dell'invecchiamento. Perché in fondo Brundle non sta diventando una mosca: sta invecchiando alla velocità sbagliata. Gli cadono denti e capelli, la pelle cambia, il corpo smette di obbedire. Solo che a lui accade in poche settimane ciò che a noi è concesso di fingere di non vedere per decenni.

La Mosca di David Cronenberg

AIDS, cancro, vecchiaia: la malattia secondo Cronenberg

Uscito nel pieno dell'emergenza AIDS, The Fly fu letto quasi subito come un'allegoria dell'epidemia. Cronenberg, che pure non si offese mai per quella interpretazione, ha sempre precisato di aver pensato a qualcosa di più universale: la malattia in sé, le patologie terminali come il cancro — che gli aveva portato via il padre — e soprattutto la vecchiaia, il destino che accomuna ogni essere umano.

Se hai vissuto quel dolore, diceva, in quel film ci vedrai l'AIDS, ma non occorre averlo vissuto per esserne straziati. È qui la sua forza. Come annota Thomas Mann, e la citazione pare scritta apposta per Brundle, ogni interesse per la malattia e la morte non è che un altro modo di esprimere l'interesse per la vita.

Del resto lo dice lo stesso Brundlemosca, con lucidità agghiacciante, mentre confessa di stare smarrendo la ragione e la compassione: «Avete mai sentito parlare di politica degli insetti? Neanch'io. Gli insetti non hanno una politica».

La vera tragedia non è che Brundle perda pezzi del proprio corpo. È che, a un certo punto, comincia a perdere le ragioni per cui dovrebbe importargli.

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Perché The Fly è ancora un film importante, quarant'anni dopo

E arriviamo a oggi, al perché La Mosca continui a ronzarci in testa. C'è una scena, all'inizio, in cui Brundle spiega perché la prima bistecca teletrasportata abbia un sapore sbagliato: il computer, dice, ci fornisce la sua interpretazione della bistecca, la traduce anziché riprodurla, e nella traduzione qualcosa va perduto.

Rivista nel 2026, in piena era di immagini generate e contenuti sintetici, quella battuta suona come una profezia. Tanto cinema di questi anni, non solo l'horror, ha ormai il gusto artificiale della carne passata per la telecapsula: tecnicamente perfetto, eppure privo di quel quid di vivente. A volte, ammettiamolo, hanno quel sapore anche le nostre vite.

Ecco perché, quando lo incrocio in tv o lo ritrovo su Disney+, mi fermo sempre a guardarlo, e almeno una volta l'anno decido di rivederlo. Perché Cronenberg, quarant'anni dopo, ci ricorda una cosa scomoda e necessaria: che la carne, con tutto il suo orrore, è ancora l'unica cosa vera che abbiamo.

Se fosse un cocktail: Bolla di Plasma

Se La Mosca fosse un cocktail, non potrebbe che nascere da una fusione, da due nature che entrano insieme nella stessa capsula e ne escono trasformate in qualcosa di terzo.

Lo chiamo Bolla di Plasma, dal tuffo nella bolla del plasma con cui Brundle invita Veronica alla mutazione. Nel bicchiere, ghiacciato come una telepod prima del viaggio, verso un rye whisky canadese, omaggio alla Toronto di Cronenberg e alla sua spina dorsale ruvida.

Aggiungo un espresso ristretto e freddo, perché il teletrasporto, parola di Seth, è un processo di purificazione, come un caffè che passa per il filtro, e perché la Faema personale con cui lo scienziato prepara il cappuccino a Veronica è la prima, dolcissima esca del film.

Poi un cucchiaino di miele scuro, la ghiottoneria zuccherina dell'insetto, e qualche goccia di Fernet, l'enzima corrosivo, l'amaro della metamorfosi. Infine nebulizzo il bicchiere con un velo d'assenzio: il verde della mutazione, il velo della carne da attraversare.

Guarnizione: una scorza d'arancia bruciata sulla fiamma, perché ogni cosa, qui, finisce per consumarsi. Da sorseggiare lentamente, in due, sapendo che qualcosa andrà comunque perduto nella traduzione.

Il cinema Excelsior, dicevo, ha chiuso nel 2007, e quella ragazza se n'era andata già molto prima. Ma La Mosca è rimasta. È rimasta nell'ultima inquadratura, con Veronica in ginocchio che piange dopo aver premuto il grilletto, mentre l'immagine si chiude in una dissolvenza al nero.

In fondo aveva ragione H.L. Mencken, e Cronenberg lo sapeva benissimo: «L'universo è un gigantesco volano che gira a diecimila giri al minuto, e l'uomo è una mosca malata che ci fa sopra un giro vertiginoso».

Quel giro, quarant'anni dopo, non ha ancora smesso di darci le vertigini.

Geena Davis in La mosca
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