Robin Hood - Il prezzo del sangue, recensione: Hugh Jackman e il mito che muore

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Un vecchio avvolto in un cappotto di pelli attraversa una terra che non promette niente. Capelli lunghi e sudici, occhi di uno che ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa, un arco che serve a procurarsi la cena oppure a togliere di mezzo qualcuno, il che in quel secolo è più o meno la stessa faccenda. Signore e signori, questo è Robin Hood. Anzi, questo è sempre stato Robin Hood, solo che per otto secoli abbiamo preferito raccontarcela diversamente.

Robin Hood - Il prezzo del sangue, al cinema dal 12 agosto con I Wonder Pictures, è il film che finalmente ce lo dice in faccia. Sono tutte bugie. Lo firma Michael Sarnoski, terzo lungometraggio dopo Pig - Il piano di Rob e A Quiet Place - Giorno 1, presentato al Sydney Film Festival e targato A24, con Hugh Jackman, Jodie Comer e Bill Skarsgård a reggere il peso. Nessun blockbuster estivo, nessuna calzamaglia. Un requiem.

Quello che devi sapere

Robin Hood - Il prezzo del sangue, requiem per un antieroe

Un vecchio avvolto in un cappotto di pelli attraversa una terra che non promette niente. Capelli lunghi e sudici, occhi di uno che ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa, un arco che serve a procurarsi la cena oppure a togliere di mezzo qualcuno, il che in quel secolo è più o meno la stessa faccenda. Signore e signori, questo è Robin Hood. Anzi, questo è sempre stato Robin Hood, solo che per otto secoli abbiamo preferito raccontarcela diversamente.

Robin Hood - Il prezzo del sangue, al cinema dal 12 agosto con I Wonder Pictures, è il film che finalmente ce lo dice in faccia. Sono tutte bugie. Lo firma Michael Sarnoski, terzo lungometraggio dopo Pig - Il piano di Rob e A Quiet Place - Giorno 1, presentato al Sydney Film Festival e targato A24, con Hugh Jackman, Jodie Comer e Bill Skarsgård a reggere il peso. Nessun blockbuster estivo, nessuna calzamaglia. Un requiem.

Nelle ballate più antiche Robin Hood non è ancora il ladro gentiluomo

Il mito è la più efficace forma di riciclaggio mai inventata dall'uomo. Entra il sangue, esce la ballata. Ed è esattamente da una ballata che Sarnoski parte, quella catalogata da Francis James Child con il numero 120 e sopravvissuta nel manoscritto noto come Percy Folio, dove il fuorilegge malato si affida a una priora perché lo salassi e lei gli apre la vena lasciandolo colare via. La versione che ci è arrivata attraverso il Percy Folio è seicentesca, ma la morte di Robin al priorato appartiene a una tradizione molto più antica. Nel torno di secoli in cui a Parigi François Villon si domandava dove fossero finite le nevi dell'anno passato, in Inghilterra qualcuno cantava di un bandito che moriva dissanguato in un priorato. Poi sono arrivati i cantastorie, e la vena aperta è diventata una bandiera.

Il ladro gentiluomo che ruba ai ricchi per dare ai poveri, del resto, non nasce già formato. È il prodotto di secoli di stratificazioni, riscritture e adattamenti, e nelle testimonianze più antiche quella formula non compare affatto. L'altra fonte del film è lo Scotichronicon, cronaca medievale in cui, riassume il regista, si legge in sostanza che c'è questo bandito su cui la gente comune ama raccontare storie ma che in realtà è soltanto un terribile assassino. Ecco: il film sta tutto in quella subordinata. Siamo attorno al 1247, ai margini celtici del mondo conosciuto, e «abbiamo questa idea di Robin Hood che danza nei boschi con la sua allegra brigata, ma la vita a quel tempo non era così: i contadini si uccidevano a colpi di badile», ha detto Sarnoski. Sicché niente calzamaglie, niente tornei, niente sceriffo di Nottingham. Solo uomini che si ammazzano per un sacco di grano e poi trovano qualcuno disposto a mettere la faccenda in rima.

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Hugh Jackman come non l'avete mai visto

Il progetto non è arrivato a Jackman: è Jackman che se l'è andato a cercare, ha chiesto di leggere la sceneggiatura e ha inseguito Sarnoski fino a un bar di Manhattan. Ne è uscito un Robin che somiglia a un animale investito sul ciglio della strada, appesantito da un cappotto da eremita che, giura la costumista Lorna Marie Mugan, pesava novanta chili. Il resto lo dice l'attore con una frase che vale più di qualsiasi press kit: «Avevo fango ovunque addosso e in ogni orifizio».

Verrà spontaneo pensare a Logan - The Wolverine, e non a torto. Ma il parente più prossimo di questo Robin non è il mutante artigliato, è il William Munny di Gli spietati: il vecchio killer che ha smesso di bere, che non sa più salire a cavallo e che a un certo punto deve ammettere di avere ucciso tutto ciò che gli si è mosso davanti. Logan moriva difendendo qualcuno. Qui il protagonista deve prima riconoscere di essere stato lui, per quarant'anni, la cosa da cui gli altri andavano difesi. Jackman lavora per sottrazione, tiene la voce bassa, non chiede mai pietà al pubblico, e nei rari momenti in cui concede al personaggio un lampo di dolcezza sembra che stia rubando qualcosa a qualcuno. Perché in fondo è quello che ha sempre fatto.

The Death Of Robin Hood

Jodie Comer, la priora tra vita e morte, tra odio e amore

Il colpo di teatro di Sarnoski è tutto qui, e ha l'eleganza di una mossa di scacchi: la donna che nelle antiche canzoni dissangua l'eroe entra in scena per curarlo. Suor Brigid è modellata in parte su Ildegarda di Bingen, monaca del XII secolo, guaritrice, compositrice, scrittrice e filosofa, quella che fece della viriditas, la potenza verde che tiene in vita il creato, uno dei concetti centrali del proprio pensiero. Tenetelo a mente, perché quel verde tornerà a fine articolo.

Jodie Comer le presta una qualità che il regista definisce senza età e fuori dal tempo, giovanissima e antichissima nello stesso fotogramma, e ci aggiunge di suo un dubbio che le cammina dietro come un'ombra: fino a che punto una figura di riferimento sta davvero mettendo in pratica ciò che predica al proprio gregge? Nel frattempo, il salasso, immagine centrale del racconto e cuore della ballata originale, arriva sullo schermo senza un pixel di aiuto: sacche e tubicini nascosti sotto il braccio di Jackman, una protesi innestata sull'arto vero. In un'epoca in cui si simula tutto, il sangue è l'unica cosa artigianale. Che è già una dichiarazione di poetica.

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"Non ci si può fidare di chi racconta le storie"

C'è una scena notturna, due voci al capezzale e nient'altro, in cui il film tocca il punto più alto e più commovente. Robin chiede se su quell'isola ci sia della magia, la priora risponde che c'è un potere mistico, e da lì la conversazione scivola dritta dove il film voleva arrivare fin dalla prima inquadratura.

Robin: «Io ho visto il potere dei racconti. Possono essere usati per indurre gli uomini a compiere azioni orribili, e in seguito quegli orrori diverranno racconti, e così ancora. No, non ci si può fidare dei racconti. Non ci si può fidare di chi li racconta».

Suor Brigid: «I coltelli tagliano il pane, così come tagliano la carne. È una questione di equilibrio».

Poi la priora ribatte con l'argomento più bello del film. Se l'equilibrio remasse contro, dice, questo mondo non esisterebbe e loro due non sarebbero lì a scambiarsi quelle parole. Serve una precisione inaudita, distesa su un arco di tempo lunghissimo, perché una parola qualsiasi possa nascere, passare tra le labbra ed essere compresa da due menti. Infine lo ringrazia chiamandolo con un nome che non è quello della leggenda, e in quelle due sillabe c'è tutto: un uomo che per la prima volta viene guardato al netto delle storie che ha lasciato scritte sul proprio conto. 

The Death Of Robin Hood

Bill Skarsgård, un neonato assassino e il Robin Horror dell'incipit

Skarsgård ha raccontato che Sarnoski gli presentò il progetto come un film che comincia come Revenant - Redivivo e finisce come Il filo nascosto, e la definizione andrebbe stampata sui manifesti a beneficio degli spettatori distratti. La prima mezz'ora, a volerla battezzare, è un Robin Horror: ferite, morti, omicidi compongono un compendio di efferatezza che però non è mai compiaciuto, ed è la partitura corretta per un requiem dedicato a un eroe mai stato tale. Frecce negli occhi, una mascella strappata via, gole aperte, tutto costruito fisicamente dal reparto effetti prostetici di Clare Ramsey e Josh Weston, quest'ultimo premio Oscar nel 2024, con Nadia Stacey e Mark Coulier, per il trucco di Povere creature!

Il suo Little John è quello che il regista chiama «un neonato assassino», dolce e amorale come sanno esserlo certi bambini, con sotto una ferocia animale. L'attore che di solito sparisce sotto chili di lattice qui sfoggia poco più di una barba ed è comunque irriconoscibile. E attenzione ai titoli di coda, dove il suo personaggio non compare affatto con il nome che conoscete. Anche i nomi, in questa storia, sono un travestimento.

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Murray Bartlett e il personaggio che ha fatto piangere Hugh Jackman

Nel Medioevo il lebbroso doveva annunciarsi da lontano, era il memento mori che camminava. Qui è una figura fasciata di bende che al priorato provoca Robin e finisce per fargli da specchio, e a interpretarla c'è Murray Bartlett, che il regista ha scelto perché serviva qualcuno capace di trasmettere una presenza profonda avendo a disposizione soltanto gli occhi. Sarnoski racconta che durante una prova Jackman gli si avvicinò in lacrime chiedendo di girare prima le parti del collega, perché era l'interpretazione più bella che avesse mai visto. Aneddotica da set, d'accordo. Ma quando arriva il momento, quegli occhi dentro le bende bastano davvero, e per un quarto d'ora il film smette di parlare di Robin Hood e comincia a parlare di noi.

The Death Of Robin Hood

La pellicola, l'Irlanda del Nord e la voce che arriva da Loxley

Pat Scola, alla terza collaborazione con Sarnoski, ha girato in pellicola perché il Medioevo avesse la grana di un libro di fiabe, e ha costruito il film come un pendolo: si parte in un grigio ostile, il colore rientra nel mondo quando Robin arriva al priorato e comincia a guarire, poi il grigio si riprende tutto quando arriva il conto. Cambia perfino il formato dell'immagine dopo la battaglia, perché la leggenda si guarda in widescreen mentre un uomo che muore va guardato più da vicino. Le location sono quelle nordirlandesi della prima stagione de Il Trono di Spade, e l'arco di Robin lo ha costruito Tommy Dunne, lo stesso armaiolo che per quella serie forgiò le spade.

Il dettaglio più bello, però, riguarda la musica. La colonna sonora, prima in assoluto per lui, porta la firma di Jim Ghedi, musicista folk di Sheffield che vive a un tiro di freccia dal villaggio di Loxley, indicato dalla tradizione come luogo di nascita di Robin Hood. Affiancato da Tony Lewis, storico collaboratore di Ridley Scott, Ghedi canta anche tutte le parti vocali del film. Non è folk da rievocazione storica con i buffet di ceci, è una tradizione che continua a camminare. Che è poi, esattamente, ciò che il film pensa delle leggende.

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Quello che il film chiede allo spettatore

Robin Hood - Il prezzo del sangue è un film da camera travestito da film d'avventura, e chi entra in sala aspettandosi cavalcate e archi tesi farà bene a saperlo prima di comprare il biglietto. Sarnoski sta addosso al suo protagonista come si sta al capezzale di qualcuno, e attorno dispone figure che funzionano da specchi più che da traiettorie autonome. È una scelta, non una distrazione. La piccola Margaret di Faith Delaney, undicenne di sorprendente esattezza, e lo stesso Little John esistono soprattutto per la luce che riflettono su Robin, mentre chi ha spazio per stare in piedi da solo, il lebbroso e l'Arthur di Noah Jupe, arrivato al priorato per riscuotere un debito di sangue e costretto a scoprire che le vendette hanno una scadenza come i miti, ripaga con gli interessi.

Resta il paradosso di ogni revisionismo: per smontare una leggenda tocca continuare a evocarla. Sarnoski lo sa, nella seconda parte rallenta il passo e chiede allo spettatore la pazienza che si concede alle convalescenze. I 123 minuti se la prendono comoda, ma arrivano dove volevano arrivare, in un film fatto di inverni perpetui e di incendi che bruciano l'anima e il corpo senza purificarli. Ruvido, crudele, eppure attraversato da una poesia macabra e crepuscolare che se ne sta acquattata sotto il fango, come una radice.

«Who Dares Wins», chi osa vince, è il motto ufficiale dello Special Air Service britannico, e questo film lo sposa alla perfezione, perché osa parecchio e alla fine incassa. In un'estate di sequel numerati, un'opera che sceglie il capezzale invece dell'inseguimento merita rispetto. E merita di essere vista per quello che è: una delle rare grandi versioni cinematografiche che accetta di accompagnare Robin Hood fino alla cassa. Il precedente illustre resta Robin e Marian di Richard Lester nel 1976, con Sean Connery avvelenato da Audrey Hepburn e l'ultima freccia scoccata dalla finestra del priorato. Douglas Fairbanks, Errol Flynn, la volpe disneyana, Kevin Costner, Russell Crowe e Taron Egerton lo avevano filmato mentre costruiva la leggenda o mentre ci sguazzava dentro. Il prezzo del sangue, qui, è altissimo. Ma chi osa vince. O al limite pareggia in maniera spettacolare ed emozionate

Se fosse un cocktail

Sarebbe un Last Word. Per il nome, prima di tutto: l'ultima parola, quella che a Robin Hood nessuno ha mai concesso di pronunciare, perché le leggende parlano sempre al posto tuo. Per la ricetta, quattro ingredienti in parti uguali, dove il maraschino mette le ciliegie, che sono il sangue quando si traveste da frutto, e il lime mette l'acido, che è il modo più educato per dire il rimorso. E soprattutto per la Chartreuse verde, il liquore che i certosini distillano da una ricetta di erbe custodita dal Seicento. Ve l'avevo detto che quel verde sarebbe tornato: è la viriditas di Ildegarda finita dentro una bottiglia, la stessa farmacopea conventuale con cui suor Brigid tiene in vita il suo paziente.

C'è poi la coincidenza che rende il brindisi perfetto. Il Last Word compare nel menu del Detroit Athletic Club attorno al 1916, dove è il drink più caro della lista, poi finisce nel dimenticatoio per mezzo secolo, fino a quando il barman Murray Stenson lo ripesca nei primi anni Duemila allo Zig Zag Café di Seattle e lo rimette in circolo. Un cocktail dato per morto e tornato dalla morte, come il titolo The Death of Robin Hood, che la Columbia nel 1976 giudicò un necrologio esposto in cartellone e che cinquant'anni dopo si è ripreso la locandina. Si beve gelato, in coppetta, senza guarnizione. Si beve in silenzio, e senza raccontare storie a nessuno.

The Death Of Robin Hood
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