Il Colloquio, tra iPhone, paura e prezzo del lavoro. La recensione del corto di Foletto

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Girato interamente in piano sequenza con un iPhone, Il Colloquio di Francesco Foletto è un corto asciutto e feroce sul lavoro contemporaneo e sulla mercificazione del corpo. Anna Haholkina entra in un ufficio  per sostenere un colloquio e ne esce con un iPhone nuovo e l’anima in pezzi, mentre Elisa Carrera Fumagalli incarna una recruiter algida e disturbante. Otto minuti tesissimi in cui il capitalismo smette di nascondersi dietro gli slogan motivazionali e trasforma l’essere umano in una pratica amministrativa

"Ciao. Grazie per questo incontro."

Comincia con la parola italiana più conosciuta al mondo e finisce con una lacrima e un sorriso. Otto minuti in piano sequenza, girati con un iPhone, che Francesco Foletto usa come bisturi per aprire una piaga larga quanto il presente. Il Colloquio non ha fronzoli, non ha colonne sonore a segnalare il dramma, non ha tagli di montaggio a permetterci di respirare. C'è solo quella macchina da presa che segue Anna — le sue sneaker immacolate, le unghie smaltate di rosso ma non abbastanza lunghe per essere glamour, la borsa marrone che stona con quel look in bianco e nero costruito per sembrare più adulto, più professionale, più sicuro di quanto Anna si senta davvero

Una Kapò del terzo millennio

Elisa Carrera Fumagalli fa davvero paura. Non la paura urlata dei film horror, ma quella silenziosa, burocratica, asettica di chi ha smesso da tempo di considerare l'interlocutore come una persona. È una Kapò del terzo millennio con orecchini enormi come i cerchi dell'inferno. Un'occhiuta funzionaria della disumanizzazione contemporanea che ciancica la cicca, senza filtro né empatia, e ti chiede senza alzare gli occhi dalla scrivania perché hai deciso di fare la z****a. Altro che sex worker, nessuno qui indora la pillola. La recruiter di Foletto appartiene alla stessa famiglia dei quattro Signori di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, quelli che esaminano i ragazzi rapiti guardandogli i denti come si fa alla fiera del bestiame. La differenza è che siamo nel 2026, l'ufficio è open space, c'è pure la sala break con il biliardo e il neon che campeggia con la parola Enjoy. Ma nessuno si diverte.

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"Live a life you will remember"

Sui muri dell'ufficio campeggia la scritta Live a life you will remember, slogan motivazionale da start-up anni Dieci, residuo fossile di un ottimismo che il film si incarica di smentire con metodo. Anna Haholkina è un agnello sacrificale che non toglierà mai i peccati del mondo. Entra con la sua finta sicumera, spinta dal bisogno di denaro e dalla volontà di sfuggire alla monotonia del lavoro in negozio, e Foletto la accompagna passo dopo passo attraverso una serie di richieste sempre più degradanti — ispezioni fisiche, shooting fotografici, condizioni contrattuali consegnate senza emozione — con la stessa meticolosità di un impiegato che compila un modulo. È questa la violenza vera del film: non la brutalità esplicita, ma la sua perfetta normalizzazione.

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Due corpi, un campo di battaglia

Anna Haholkina e Elisa Carrera Fumagalli non si incontrano mai davvero. Si studiano, si misurano, occupano lo stesso spazio senza abitarlo insieme. È questo il miracolo del piano sequenza di Foletto: non puoi tagliare, non puoi salvare nessuno con il montaggio, le attrici devono reggere tutto in tempo reale. E reggono. Haholkina costruisce Anna per sottrazione — ogni richiesta le toglie qualcosa, e tu lo vedi sparire dal corpo prima ancora che dal viso, dalla postura, dal modo in cui stringe la borsa. Carrera Fumagalli fa l'opposto: non aggiunge mai niente, non alza mai la voce, non tradisce mai un'emozione. È la sua totale assenza di incrinature a fare paura. Due attrici che giocano partite opposte sullo stesso tavolo. Vince chi non si muove.

La porta chiusa

C'è una porta chiusa in questo film che è una delle immagini più spaventose viste in un corto negli ultimi anni. Eppure non accade nulla sotto i nostri occhi. Il film culmina con Anna spinta da sola in una stanza buia con qualcuno che non vedremo mai, il vero colloquio, dalla quale riemerge poco dopo sull'orlo del pianto. Foletto applica la lezione di Bresson: ciò che si immagina è sempre più devastante di ciò che si mostra. Il fuori campo qui pesa più di qualsiasi scena esplicita. Con Dollhouse — il suo corto precedente, ambientato nella Neo-Berlino distopica del 2048, tra conduttrici-Barbie potenziate dall'algoritmo e breaking news tossiche — Foletto aveva fatto esplodere tutto: glitch, neon, Bach centrifugato con Rossini, una bomba estetica a orologeria. Il Colloquio ne è il rovescio esatto: la stanza vuota dopo la festa, i calcinacci dopo l'esplosione. Niente effetti speciali, niente IA, niente casquè. Soltanto il potere e il prezzo da pagare, in un sabato mattina qualunque. E mentre aspettiamo che Anna esca da quella porta, in sottofondo Radio 4 trasmette la Saturday Parade e ascoltiamo Happy di Oliver Michael («Sono certa di poter essere ciò che desideri») con un tempismo crudele che trasforma la leggerezza della musica in qualcosa di profondamente sinistro.

Il feticcio e il prezzo

Nell'immagine finale Anna esce dall'ufficio stringendo il suo nuovo iPhone — un regalo che non è mai stato gratuito. Lo stesso dispositivo usato per girare il film diventa così oggetto magico e feticcio del racconto: il prezzo pagato da Anna, il simbolo di una società in cui il capitalismo ha eroso ogni ideale. Produci, consuma, crepa. I personaggi non hanno nome, perché forse non è più nemmeno il tempo di restare umani, come suggeriva già il titolo di un precedente corto di Foletto. Le cose ormai non ci appartengono più: siamo noi ad appartenere a loro. Foletto chiude il cerchio con un'eleganza formale che fa male quanto il contenuto: lo strumento della creazione artistica è anche lo strumento dello sfruttamento. L'iPhone gira il film. L'iPhone compra il silenzio. Sono la stessa cosa.

Se Il Colloquio fosse un cocktail

Sarebbe un Last Word. Non il classico da bar con gin, Chartreuse verde, maraschino e lime in parti uguali — quello è un cocktail onesto, democratico, quasi socialista. No, Il Colloquio sarebbe un Last Word adulterato: la Chartreuse sostituita con un liquore d'ufficio da distributore automatico, il maraschino con uno sciroppo di ciliegia industriale color rosso lacca, come le unghie di Anna ma senza il glamour. E poi lì in fondo, invisibile ma presente, una goccia di qualcosa che non sai nominare — forse Fernet, forse vergogna, forse entrambe le cose. Il risultato è un drink che sembra equilibrato al primo sorso, quasi elegante nella sua geometria. È al secondo che capisci. Il terzo non lo ordinerai mai, però lo hai già pagato.

 

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