Festival La Nueva Ola, Las Corrientes e il cinema introspettivo argentino

Cinema
Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

Introduzione

Il film di Milagros Mumenthaler costruisce un ritratto femminile sospeso tra identità fratturate, silenzi e memorie che riaffiorano senza spiegazioni.
Al centro c’è Lina, una donna apparentemente completa ma attraversata da un’inquietudine profonda e indecifrabile. Tra Svizzera e Argentina, il film esplora il corpo, il dolore e la percezione di sé come qualcosa di instabile e mutevole. Ne nasce un cinema dell’interiorità, dove ciò che non viene detto pesa più di ciò che si vede

Quello che devi sapere

Las Corrientes, Milagros Mumenthaler racconta il dolore silenzioso

Cosa accade quando la superficie perfetta della nostra vita comincia a sgretolarsi? Las Corrientes (2025), il film di Milagros Mumenthaler, arriva in Italia per una proiezione evento unica all’interno della sezione La Nueva Ola del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano a Roma. Lina è una stilista di successo, divisa tra Europa e Buenos Aires, interpretata con intensa sensibilità da Isabel Aimé González Sola. Durante un soggiorno in Svizzera qualcosa nella sua vita si spezza improvvisamente: tornata in Argentina, sceglie il silenzio e si lascia attraversare da una sospensione emotiva, tra ricordi rimossi e nodi irrisolti. Da un gesto drastico, un tentato suicidio, prende forma una narrazione intima che riflette sulla paralisi emotiva e sulla memoria.

Milagros Mumenthaler costruisce così un racconto fatto di silenzi dolorosi e tensioni sotterranee, dove molto resta volutamente non detto. Il film non spiega mai apertamente quale sia il trauma che attraversa Lina, ma riesce a trasmettere con forza il senso di smarrimento e sofferenza della protagonista. 

 

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Milagros Mumenthaler

Il corpo ha una memoria

Las Corrientes è un film profondamente legato al corpo, che diventa veicolo di memoria, fragilità e dissociazione. Il corpo di Lina è centrale nella narrazione: magro, esposto, a tratti trascurato, segnato da una fobia dell’acqua che la porta a pulirsi con salviettine per mantenere un’apparenza esterna di controllo fino addirittura a ricorrere all'aiuto di un'amica estetista per lavarsi sotto sedazione. A Ginevra, dove riceve un premio che subito cestina con distacco, il suo corpo sembra quasi separarsi da lei stessa: in quel contesto non è riconosciuta da nessuno e vive una condizione di estrema solitudine interiore. Dopo la cerimonia, elegante, tacchi e guanti neri, davanti a un ponte e al rumore impetuoso del fiume sente una forte attrazione verso l’acqua, fino a lasciarsi andare e gettarsi.

Le correnti prima la avvolgono come in un abbraccio, poi diventano pericolose, e solo il pensiero della figlia la spinge a reagire. In un atto di resistenza, riesce a salvarsi da sola. Da quel momento, però, l’acqua diventa anche trauma: teme di lavarsi, di avvicinarsi a ciò che prima la attirava. Eppure, nel percorso psicologico che intraprende, emerge il bisogno di riconnettersi con elementi naturali come la pioggia. Il corpo, in Las Corrientes, diventa così archivio di esperienze e ferite: una memoria viva che trattiene ciò che la mente cerca di rimuovere.

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Il nome diviso

Tutto il racconto ruota attorno a Lina, dentro e fuori di sé. Anche il suo nome sembra frammentato: per l’alta società che frequenta grazie allo status del marito è “Lina”, ma nella dimensione più intima e autentica torna ad essere “Catalina”, soprattutto nei momenti con la madre. Nella vita pubblica e sui social, invece, si presenta come “Lina Campbell”, adottando il cognome del marito come una sorta di maschera sociale, quasi a voler restituire al mondo solo una versione esteriore di sé, lontana dalla propria essenza. In una scena significativa ambientata al Museo di Belle Arti di Buenos Aires, una scritta in calce a un disegno recita: “Nessuno si conosce”, quasi un monito che sembra rivolgersi direttamente a lei e alla sua instabilità.

Questa frattura interiore esplode lontano dalla sua terra, fuori dalla zona di comfort e dal racconto che ha costruito di sé. È solo in Svizzera che Lina avverte una sensazione di rinascita: si sente nuova, quasi innocente, come racconta la stessa interprete Isabel Aimé González Sola. In questa ricerca di rigenerazione, l’acqua diventa simbolo di ritorno all’origine, quasi un’immagine uterina di protezione e ripartenza. Accanto a lei c’è il marito Pedro, presente ma distante, affettuoso e al tempo stesso disorientato nei suoi confronti. Insieme hanno una figlia di cinque anni, Sofia, spesso affidata ad altri - al padre, a una babysitter, a un collegio - e raramente davvero sola con la madre. Quando questo accade, la relazione non appare mai del tutto sicura: Lina è insieme amore e rischio. Non riesce a incarnare una maternità convenzionale, non cucina per lei, non la accompagna a scuola, non la aiuta nei gesti quotidiani, preferisce distrarla con un tablet piuttosto che giocare davvero con lei.

Il passato

Lina tenta costantemente di fuggire dai propri pensieri, trovando distrazione in dettagli apparentemente marginali: le scarpe, le calze, il rumore dei tacchi sul pavimento, il modo in cui le altre donne camminano. Anche il suono delle macchine da cucire nei negozi di sartoria diventa per lei un richiamo quasi ipnotico, un frammento sonoro che la calma e la riporta a qualcosa di più profondo. Quei rumori, infatti, la riconducono alla madre, una figura che scopriamo solo più avanti nel film e che vive in uno stato mentale alterato: chiusa in casa, al buio, ossessionata dalla paura dei batteri, eppure capace di cucire e ricamare quadri di grande bellezza. È lì che si intravedono le radici del dolore di Lina, in un’infanzia segnata da una presenza materna al tempo stesso creativa e disturbata.

Il ricordo della madre si intreccia a quello di una casa fatta di gesti dolci ma contraddittori: biscotti al limone, dolci ricoperti di cioccolato nei giorni migliori, un’idea di cura che però resta intermittente e instabile. Al contrario, Lina non riesce a incarnare quel ruolo con sua figlia Sofia: non cucina, non si occupa dei gesti quotidiani di accudimento, non costruisce attraverso il cibo un linguaggio d’amore. È la bambina stessa, con una lucidità disarmante, a farglielo notare, dicendole che mangiano solo cibo da rosticceria. Il cibo, nel film, diventa così simbolo di cura e presenza materna, un gesto semplice ma fondamentale che Lina sembra non saper compiere o, forse, non riuscire a sopportare.

Resta una figura bloccata, sospesa, senza una risposta chiara alle proprie incapacità. E in filigrana emerge il timore più profondo: quello di diventare come la madre, intrappolata in una forma di “horror lucido”, dove la vita continua a scorrere ma dentro un’angoscia silenziosa e paralizzante.

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La pioggia

Lina non è una madre tradizionale, questo è evidente. Eppure il suo legame con la figlia è attraversato da un amore autentico, profondo, che emerge anche nei momenti più fragili. Accanto a gesti quotidiani mancati e a una presenza spesso intermittente, si percepisce comunque una tenerezza sincera. Tuttavia, Lina non riesce a nascondere le proprie crepe interiori nemmeno davanti a lei: in alcuni momenti entra quasi in una sorta di trance, come sospesa, distante, persa nei ricordi dell’infanzia che riaffiorano in modo confuso ma insistente, come se volessero dirle qualcosa. In queste fratture emotive, l’istinto prende il sopravvento e la spinge ad agire in modo improvviso, disperato.

Verso il finale del film, una scena particolarmente intensa segna un punto di svolta emotivo: approfittando di un momento di distrazione della babysitter, Lina decide di fuggire di nuovo da sé stessa e dalla vita che ha costruito, preparando una valigia per lasciare la casa. La figlia sembra già riconoscere quel movimento e, alla porta, tenta di fermarla, implorandola di non andarsene o di portarla con sé. La bambina indossa una tuta arcobaleno, quasi da unicorno, simbolo di un’immaginazione ancora viva, di un mondo possibile che resiste nella fantasia. Lina sembra determinata, esce di casa e prende l’ascensore, ma scende solo pochi piani prima di fermarsi: il ripensamento arriva improvviso e la riporta indietro. Chiede perdono alla figlia e prova a ricucire la quotidianità, portandola di notte al parco giochi, in un tempo che non appartiene più a quel gesto appena compiuto. È una normalità forzata, quasi irreale, che stride con ciò che è appena accaduto.

Alla fine Lina si distende e apre l’enorme finestra nella sua stanza da letto. Non c’è più alcun gesto estremo, nessuna scelta di fuga definitiva. Per la prima volta non si lascia cadere nel vuoto, ma resta. Rimane ad ascoltare la pioggia che scende dal cielo, come un richiamo diverso, quasi una possibilità di trasformazione. Da quella finestra aperta non cerca più la fine, ma un modo per restare nel mondo, attraversandolo ancora.

La fobia e il dramma dell'incomunicabilità

Durante la presentazione del film in occasione della proiezione esclusiva italiana al Cinema Barberini di Roma, l’attrice protagonista Isabel Aimé González Sola ha raccontato un processo di recitazione quasi astratto, costruito più sulle sensazioni che su indicazioni concrete. Nella lettura della sceneggiatura ha ricevuto infatti poche istruzioni precise da parte della regista, Milagros Mumenthaler, lasciando spazio a un’interpretazione profondamente intuitiva. Anche il personaggio di Lina non è mai definito da una diagnosi o da una spiegazione chiara: la sua fobia dell’acqua non viene inquadrata clinicamente, non esiste una causa esplicita né un percorso che ne giustifichi l’origine. Las Corrientes diventa così un dramma dell’incomunicabilità, dove il disagio non viene spiegato ma semplicemente attraversato.

Lina appare come una donna esiliata da sé stessa, apparentemente dotata di tutto ciò che definisce una vita riuscita - un lavoro creativo e riconosciuto, un marito, una figlia, una casa agiata - eppure segnata da un’inquietudine inspiegabile. Il suo malessere resta un mistero volutamente irrisolto, non da decifrare ma da accettare nella sua ambiguità. Questa intensità si riflette nell’interpretazione di González Sola, che sembra aver in parte condiviso l’esperienza di spaesamento del suo personaggio, lei stessa emigrata dall’Argentina alla Francia. Allo stesso modo, anche Milagros Mumenthaler porta nel film la propria esperienza di “esilio” tra Argentina e Svizzera, costruendo un cinema dell’invisibile, dove la tensione non nasce dall’azione ma dal movimento interiore dei personaggi. Per lo spettatore, infine, resta un’esperienza sospesa: quella di un dolore non spiegato ma percepito, in cui l’immedesimazione si traduce in uno stupore silenzioso.

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La Nueva Ola

Presentato al Toronto International Film Festival e al San Sebastián International Film Festival, Las Corrientes è stato accolto come un’opera matura e coraggiosa, capace di interrogare il tema dell’identità femminile e della responsabilità individuale senza offrire risposte semplici. Anche quest’anno La Nueva Ola, il festival dedicato al nuovo cinema spagnolo e latinoamericano giunto alla sua 19ª edizione, conferma la volontà di dare spazio a opere capaci di indagare i conflitti interiori e le fragilità psicologiche contemporanee. Diretto da Iris Martin-Peralta e Federico Sartori, il festival è in programma a Roma fino al 10 maggio negli spazi del Cinema Barberini.

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