Far East Film Festival 2026, i momenti indimenticabili della 28ma edizione
CinemaSabato 2 Maggio si è chiuso il Far East Film Festival di Udine, la più grande vetrina occidentale dedicata al cinema popolare asiatico in Europa. Un’edizione che ha avuto come lite motive – e poster ufficiale – la pluralità (di temi, film, spettatori, emozioni) da sempre punto di forza di un evento programmato per stupire in modi sempre differenti ogni fine Aprile, dentro e fuori la storica sala del Teatro Giovanni Nuovo da Udine. Ecco gli highlights
Pluralità o meglio ancora moltitudine – la parola chiave di questo FEFF – che si è espressa attraverso la miriade di eventi, ospiti d’onore, premi, talk, spettatori (70mila tutti diversi tra loro) e soprattutto 75 film (8 anteprime mondiali, 18 internazionali, 21 europee e 20 italiane da 12 paesi), oltre alla presenza di stelle assolute del cinema mondiale come Yakusho Koji, Yuen Woo-ping e Fan Bingbing. Un’edizione entusiasmante, dal vivo e pure nella realtà virtuale tra social e streaming su MyMovies ONE: l’eredità più preziosa del Far East Film Festival rimane la capacità di rinnovarsi anno dopo anno, garantendo originalità, divertimento e connessioni sempre diverse verso un mondo, quello asiatico, che è moltitudine per definizione.
LA RICERCA DELLA PERFEZIONE DI YAKUSHO KOJI
Palco del Teatro Nuovo, 25 aprile 2026. Lei, Sabrina Baracetti, cuore pulsante del festival. Lui, Thomas Bertacche, mente del FEFF. E poi Yakusho Koji: non “un attore giapponese”, ma l’attore giapponese contemporaneo, nato nei sobborghi di Nagasaki tra la memoria ancora nitida della Bomba e l’orizzonte dei Giochi Olimpici del 1964. Premio Oscar per “Perfect Days” — diretto dal tedesco Wim Wenders, giapponese d’elezione — Yakusho incarna un’idea di cinema fatta di sottrazione e profondità. “Der Meister”, in uno dei momenti più iconici della storia del FEFF, ha raccontato con emozione, proprio sul palco mentre gli consegnava il Gelso d’Oro alla Carriera, l’origine inattesa del film. I primi tre giorni di riprese avevano seguito la sceneggiatura, senza però convincere. Così Wenders decide di rimescolare le carte: in un cinema dove il non detto conta più del detto, si affida al suo attore. La risposta di Yakusho è semplice e radicale: «Sarebbe possibile girare senza script?». Da lì, come in un documentario più che in un’opera di finzione, prende forma il loro capolavoro. Un film che richiama uno dei principi più profondi della cultura giapponese: l’abitudine come sorella silenziosa della disciplina, anticamera di quella ricerca della perfezione che, pur non dichiarata, abita molti cuori del Sol Levante — e che, per dieci giorni, ha trovato casa anche in un teatro friulano.
Approfondimento
Yakusho Koji, Gelso d'Oro alla Carriera al FEFF 28 di Udine
LA SAIGON NOSTALGICA DI “KY NAM INN”
Potremmo definire Leon Lê una sorta di “Lav Diaz vietnamita”: amatissimo dai direttori dei festival internazionali ma quasi ignorato in patria, dove il suo ultimo film non ha raggiunto nemmeno i 200mila euro di incasso. Eppure proprio la sua ultima opera presentata al FEFF rivela con chiarezza il suo spessore culturale. “Ky Nam Inn” è un gioiellino girato in pellicola 35 millimetri che chiede allo spettatore di essere prima “ascoltato” e solo dopo “guardato”. Le scelte musicali d’epoca, il respiro della città e le citazioni del solitario traduttore protagonista — fino al finale con Albert Camus recitato in francese — costruiscono un’atmosfera densa e stratificata. Ne emerge un quadro vivido e nostalgico, in cui i corpi si sfiorano evocando “In the Mood for Love” di Wong Kar-wai, mentre sullo sfondo prende vita una Saigon anni ’80, malinconica e in trasformazione, intenta a riscoprire se stessa nei primi anni successivi all’indipendenza. Il film più raffinato tra quelli in concorso
Approfondimento
Far East Film Festival 2026, il cinema asiatico a Udine
COREA 1/LA FERITA ANCORA APERTA DELLA STORIA SUDCOREANA
Nei cinque anni che separano la ritirata giapponese dalla Corea (1945) dall’inizio della guerra civile (1950), si colloca il massacro dell’isola di Jeju del 1948: una pagina scomoda della Storia, a lungo rimossa, e per la quale il governo sudcoreano ha chiesto ufficialmente scusa solo sessant’anni dopo. “My Name”, il potente film di Chung Ji-young, restituisce voce e dignità a una vicenda che ancora nel 1997 suscitava scandalo. I fatti del 3 aprile — raccontati anche nello splendido romanzo “Non dico addio” della premio Nobel Han Kang — emergono nel film come un trauma irrisolto, tramandato di generazione in generazione e inseguendo un adolescente che, ignaro del passato doloroso della madre sopravvissuta, si ritrova coinvolto a scuola in una spirale di violenza priva di spiegazioni razionali. Ne nasce un racconto intenso e necessario: un monito, ma anche un viaggio alle radici del malessere più oscuro e persistente della società sudcoreana.
COREA 2/I GUARDIANI DELLA DEMOCRAZIA
E a proposito di traumi ancora aperti nella società sudcoreana, non c’era opera migliore per raccontare tutti i problemi e la resilienza della Corea del Sud contemporanea di “The Seoul Guardians”, l’incredibile documentario di Kim Jong-woo e Kim Shin-wan titolare di una delle standing ovation più sentite di tutto il festival. Premiato sia dal pubblico (secondo posto assoluto e premio Black Dragon) che dalla giuria per le opere prime, il film narra dall’interno del parlamento sudcoreano la famigerata notte tra il 3 e il 4 Dicembre 2024 e il voto alla revoca della legge marziale dichiarata dall’allora presidente Yoon Suk-yeol. L’Assemblea Nazionale, presa d’assalto dall’esercito e difesa letteralmente da cittadini e giornalisti barricati per consentire lo svolgimento del voto, diventa il simbolo e il baluardo di quella Corea del Sud che, dopo aver già versato sangue e lacrime per la sopravvivenza della propria democrazia, è disposta a tutto per preservarla, mentre sullo schermo scorrono con un montaggio alternato le immagini del massacro di Gwangju del 1980. Un altro trauma, un’altra ragione per resistere.
RESTAURI IMPERDIBILI: “LOVE MASSACRE”
Sarebbe pressoché impossibile oggi, per un cinefilo, vedere in sala il restauro di un film hongkonghese degli anni ’80, per quanto iconico. A meno di non trovarsi al Far East Film Festival. “Love Massacre” (1981) di Patrick Tam è uno di quei titoli che non smettono mai di sorprendere: ciò che inizialmente sembra una love story sospesa tra Stati Uniti e Hong Kong si trasforma presto in un’efferata carneficina. Tam gioca le sue carte dichiarando apertamente alla “dogana” della Settima Arte le influenze di Hitchcock e Antonioni, senza mai sbagliare un colpo: ogni scena spiazza, ogni inquadratura sorprende. Il film consegna inoltre Brigitte Lin — acclamata ospite al FEFF 2018 — al grande pubblico orientale mentre, tra le pieghe della sua scrittura visiva, sembra già intravedersi l’eco di un futuro Maestro: un giovane Wong Kar-wai, allora sceneggiatore televisivo, che con ogni probabilità stava già prendendo appunti.
L’OMAGGIO AL PIU’ GRANDE COREOGRAFO DI ARTI MARZIALI
Lo vedi e non ci credi. Regista, attore, coreografo di arti marziali… tutto insieme. I calci volanti in “Drunken Master”? Dietro c’è Lui. Quelli in “Tai Chi Master” con Michelle Yeoh? Sempre Lui. “The Grandmaster”? “The Matrix”? “Kill Bill” di Tarantino? Ancora e soltanto Lui. La leggenda Yuen Woo-ping era a Udine, presente sia per ricevere il meritatissimo Gelso d’Oro alla Carriera sia per presentare il suo ultimo capolavoro, “The Blades of the Guardians”. “Ma ha 80 anni!”, direte voi. E allora? Anche a quell’età si può ancora ambire a riscrivere lo stato dell’arte di un genere che si maneggia con la naturalezza di un nunchaku. E il regista hongkonghese lo fa raccontando una favola epica che, nel finale imperdibile, cita — e forse supera — l’inseguimento tra le tempeste di sabbia nel deserto di “Mad Max: Fury Road”. Chapeau, Maestro.
IL FEMMINISMO ASIATICO CONQUISTA ANCORA
“Her Story” di Shao Yihui, film cinese vincitore dello scorso FEFF, e “Fujiko” di Kimura Taichi, produzione giapponese premiata dal pubblico come miglior film di questa edizione, sono uniti da un sottile filo invisibile che conferma l’attenzione e la curiosità, sia dei selezionatori sia del pubblico, verso i movimenti femministi dell’Estremo Oriente, così vicini e al tempo stesso così lontani da quelli europei. Fujiko, protagonista e figura eponima del titolo vincitore di questo FEFF28, è l’ultimo potente esempio di una donna forte, carismatica e rivoluzionaria nella propria quotidianità che, attraverso il filtro della commedia, cade e si rialza ogni volta con rinnovata determinazione. Il rifiuto dello status quo, crudele nel Giappone patriarcale degli anni Ottanta, e l’orgoglio di essere una madre single — sottraendosi alla rassicurante ma limitante protezione maschile per affermare la propria identità — sono battaglie che trascendono i confini del tempo parlando ancora con forza al presente, sia esso a Udine o a Tokyo.
LE SORPRESE MEMORABILI DEL FEFF28
L’alta qualità della selezione del FEFF spesso penalizza alcuni titoli, relegati nei giorni infrasettimanali per ragioni logistiche o di durata; solo pochi riescono a riemergere grazie ai premi finali. È il caso del vietnamita “Tunnels: Sun in the Dark” di Bui Thac Chuyen, premiato meritatamente per la miglior sceneggiatura, che racconta in un dirompente war movie la guerra del Vietnam dal punto di vista della resistenza vietcong. Meno fortunato “Someone Like Me” (Hong Kong, di Tam Wai-ching), assente dal podio ma tra i favoriti del pubblico e probabilmente forte della miglior interpretazione femminile: Fish Liew, nei panni di un’adolescente con disabilità, affronta con coraggio la propria sessualità in un dramma delicato, capace di evitare ogni trappola retorica. Sempre da Hong Kong, pur fuori dall’albo d’oro, ha colpito “We Are Nothing At All”, ulteriore prova della vitalità di una cinematografia che intreccia tematiche LGBTQ a un thriller cupo ma non privo di speranza, in cui il veterano Herman Yau alterna con maestria scene strazianti a momenti di rara intimità (e “Happy Together” di Wong Kar-wai sullo sfondo). Infine segnaliamo “Kokuho – Il Maestro di Kabuki” (di Lee Sang-il), in questi giorni in tutta Italia grazie alla Tucker, casa di distribuzione del FEFF: vale la pena recuperarlo per le performance magnetiche degli attori, i dettagli dell’affascinante messa in scena e per il gran finale, degno delle migliori tragedie teatrali.