Il visionario regista, Premio Oscar per “Se mi lasci ti cancello”, porta alla Scuola Holden di Torino l’Usine de Films Amateurs, un laboratorio pratico ispirato al suo film “Be Kind Rewind”. Gondry ha anche tenuto ieri una Mastercass al Cinema Massimo durante la quale gli è stata consegnata la Stella della Mole
Visionario, eccentrico, profondamente anticonvenzionale. Michel Gondry è in questi giorni ospite del Museo Nazionale del Cinema di Torino, che gli dedica una retrospettiva completa al Cinema Massimo celebrando una delle personalità più originali del cinema contemporaneo.
Nella giornata di ieri il regista francese ha ricevuto il Premio Stella della Mole, riconoscimento assegnato agli autori che hanno lasciato un’impronta significativa nella cultura cinematografica internazionale, consegnatagli da Enzo Ghigo e Carlo Chatrian, rispettivamente Presidente e Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino.
A seguire si è tenuta una Masterclass durante la quale Gondry, rispondendo alle domande del Direttore Chatrian, ha ripercorso la sua variegata carriera e ha svelato approcci e influenze della sua cinematografia.
Ma la presenza del regista a Torino non si limita a questo. Dal 22 al 31 maggio la Scuola Holden ospita infatti l’Usine de Films Amateurs, il laboratorio creativo ideato dallo stesso Gondry e ispirato al film Be Kind Rewind. Nato nel 2007, il progetto è già approdato in 22 città di 14 Paesi, coinvolgendo oltre 65 mila partecipanti e dando vita a circa 5mila cortometraggi.
L’iniziativa permette anche al pubblico torinese di sperimentare direttamente il processo cinematografico: oltre 600 partecipanti, suddivisi in troupe da 15-20 persone, hanno soltanto 3 ore di tempo per scrivere, girare, montare e proiettare un cortometraggio.
Un’esperienza che riflette perfettamente la visione di Gondry. Nel corso della sua carriera il regista ha costruito uno stile unico, capace di fondere effetti speciali artigianali, narrazioni oniriche e sperimentazione, privilegiando tecniche analogiche e soluzioni creative a basso costo. Il suo cinema si fonda sull’idea di un’esperienza collettiva, democratica, accessibile e partecipativa, dove l’immaginazione conta più dei mezzi tecnici e l’imperfezione diventa un valore estetico.
Più che una semplice lezione di cinema, l’Usine de Films Amateurs si pone come scopo quello di far emergere la creatività che c’è in ognuno di noi. Come ribadito dal regista: “Questi laboratori servono a dimostrare che tutti hanno un potenziale creativo. Da bambini, in genere, lo possediamo tutti, ma crescendo tendiamo a dimenticarlo oppure a convincerci che non esista più, per dedicarci a lavori che non sono creativi.”
L’Usine de Films Amateurs
La Masterclass si è aperta proprio presentando uno dei lavori creati presso la Scuola Holden, che Gondry ha visitato ieri mattina.
L’incontro è continuato spiegando le regole e le tecniche adottate durante gli atelier. Si parte dal determinare un genere, si sceglie un titolo, si sviluppa una storia. Ognuno propone idee, poi si vota per decidere la direzione che prenderà la storia.
“Il passo successivo è sostituire ogni frase della storia con una scena del film. In linea di principio, se si riesce a rappresentare ogni frase con una scena, si sta raccontando la storia attraverso il cinema”, ha spiegato Gondry.
“Ovviamente non si cerca la perfezione. Quando vedo le persone partecipare, corrono dappertutto, si ride tantissimo. E alla fine guardano il loro film e si ride tanto degli errori quanto delle cose riuscite. Ma c’è comunque un grande senso di orgoglio, perché è qualcosa che hanno fatto loro”, ha proseguito.
Ci sono comunque dei piccoli accorgimenti che vengono messi atto per permettere la partecipazione di tutti all’esperienza. “Per esempio, per concludere la storia, di solito si incontrano delle difficoltà, allora si individua la persona che non ha parlato affatto ed è proprio quella persona a dare il finale della storia.”
L’autore ha chiarito che è necessario stabilire delle regole se si vuole “preservare la democrazia”, perché altrimenti c’è sempre qualcuno più espansivo o carismatico che prende il sopravvento e finisce per prevalere sugli altri.
La musica e i videoclip
Prima ancora del successo nel cinema, Gondry si è affermato negli anni Novanta come innovatore del videoclip musicale collaborando con artisti come Björk, Daft Punk, The White Stripes e Radiohead, contribuendo a ridefinire il linguaggio del video musicale.
Proprio “Around the World” dei Daft Punk ha dato inizio al racconto sul processo creativo dietro a un videoclip musicale. Tutto nacque da un incontro in una camera d’albergo a Londra, dove il regista, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo iniziarono a scambiarsi idee. Fu Guy-Manuel a proporre l’idea di una coreografia.
Gondry ha spiegato che non aveva mai lavorato prima con la danza e voleva prendere le distanze dalle coreografie pop dell’epoca, come quelle di Janet Jackson, basate su un montaggio rapido e frammentato per aumentare l’energia. L’ispirazione arrivò invece dalla danza contemporanea e dal lavoro di Pina Bausch, dove i corpi in movimento costruiscono vere e proprie architetture visive.
“C’è la linea di basso che ricorda quella del gruppo Chic, che ha influenzato anche le origini del rap. E io mi sono sempre immaginato un piccolo personaggio che sale e scende le scale, e la linea di basso assomiglia un po’ a questo movimento, quindi sono partito da lì”, ha raccontato. “Nella canzone ci sono cinque elementi sonori. Ho provato ad attribuire a ciascuno una personalità, creando dei gruppi di quattro. Per esempio, il sintetizzatore suonava un po’ come una chitarra, quindi ho messo degli scheletri, perché danno l’idea di qualcosa che “gratta” con le ossa. I piccoli suoni di synth erano ragazze disco, con costumi da nuotatrici. La drum machine erano quattro ballerine vestite da mummie, perché pensavo a Michael Jackson e alla chirurgia estetica. E il basso erano uomini molto atletici, con piccole teste: non molto intelligenti, ma molto forti.”
Se mi lasci ti cancello
Gondry è da anni al centro del dibattito cinefilo per la traduzione italiana di quello che forse è il suo film più noto, Eternal Sunshine of the Spotless Mind — letteralmente “L’eterno splendore della mente immacolata” — distribuito in Italia con il titolo Se mi lasci ti cancello, scelta che si discosta dal tono poetico dell’originale.
Il film, che gli fece vincere un Oscar per la Migliore sceneggiatura originale nel 2005, mescola dramma e commedia. Per ottenere questo effetto ibrido il regista ha raccontato di aver usato strategie diverse per dirigere i protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet: a Carrey spiegava che il film era serio e drammatico, mentre alla Winslet diceva che era una commedia completamente folle e che doveva lasciarsi andare.
In questo modo, i due attori arrivavano sul set con approcci opposti ma complementari, creando un equilibrio nella pellicola. Durante le riprese, poi, il lavoro continuava attraverso un confronto costante sulle sfumature emotive delle scene.
Gli altri film e il consiglio ai giovani registi
La Masterclass di Gondry ha toccato vari punti, dal passaggio dalla vhs al dvd di Be Kind Rewind all’introspezione degli ultimi lavori in cui ha raccontato la storia vera della zia (Suzette Gondry, in L'Épine dans le cœur - La spina nel cuore) e un regista in crisi che porta la sua troupe nel paesino della zia per ritrovare l’ispirazione (Il libro delle soluzioni).
Il cineasta ha confessato che tra le sue influenze c’è sicuramente anche l’animazione.
“Si imparano molte cose facendo animazione: si capisce che anche 5 secondi di film hanno un peso, un valore. C’è una forma di umiltà in questo aspetto artigianale e allo stesso tempo una poesia, perché si mescola il mondo dei bambini con quello degli adulti”, ha dichiarato.
Infine, a una domanda del pubblico su come si comporterebbe se oggi fosse un regista di 20 anni, all’inizio della sua carriera, Gondry ha consigliato di sperimentare e iniziare a creare qualcosa anche di amatoriale, per poi poterlo mostrare a potenziali produttori.
“Mio padre aveva una camera Super 8 e ci travestivamo da Superman e correvamo davanti alla camera per creare un effetto di velocità”, ha ricordato. “Direi che è iniziato da lì. Non avevo un amore specifico per il cinema: per me il cinema era andare in sala e divertirsi. Non avevo un senso estetico preciso. E poi bisogna fare il più possibile queste cose da soli, con gli amici, prima di passare ai metodi più classici. Penso che si possano attirare più facilmente i produttori se si mostra qualcosa che si è già realizzato.”
Nel complesso, il suo intervento restituisce l’immagine di un cinema che nasce dal gioco, dalla sperimentazione e dalla ricerca della creatività, prima ancora che dalle regole dell’industria.