Finché morte non ci separi 2, recensione: il sequel horror con Samara Weaving

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Finché morte non ci separi 2 riporta Samara Weaving nell’incubo matrimoniale più glamour e feroce del cinema horror contemporaneo, stavolta affiancata da Kathryn Newton e inseguita da un'intera oligarchia satanica internazionale guidata da una Sarah Michelle Gellar glaciale e magnificamente spietata. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett alzano la posta, allargano la mappa, moltiplicano i cadaveri e non si scusano per niente. Più caotico, più sanguinoso, più sfacciato dell'originale: lo stesso, ma di molto di più. Con David Cronenberg come demiurgo malato di dialisi, Elijah Wood come avvocato del diavolo in senso letterale, e un finale apocalittico e sorprendente. Finché morte non ci separi 2 è al cinema in Italia dal 9 aprile

Quello che devi sapere

Finché morte non ci separi 2, la recensione del film horror

Finché morte non ci separi 2, il sequel horror diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, riporta Samara Weaving nell’incubo più glamour e sanguinoso del cinema contemporaneo. Al cinema in Italia dal 9 aprile 2026, il film alza la posta dell’originale tra élite sataniche, giochi di potere e un cast che include anche Kathryn Newton e Sarah Michelle Gellar.

Abito da sposa. Sneaker incrostate di sangue. Una sigaretta. Non è l'inizio di Finché morte non ci separi 2: è la fine del primo capitolo. Il sequel riparte esattamente da lì, da quella donna in piedi sulle rovine fumanti della villa dei Le Domas, e non si scusa con nessuno. Grace MacCaullay non chiede giustizia, non chiede di capire, non chiede uno straccio di psicoterapia di emergenza,  che pure le spetterebbe, vista la notte appena trascorsa. Cerca di accendersi una sigaretta. Il fumo resta l'unica trasgressione possibile, l'unica libertà residua quando tutto il resto è cenere. Se nel primo capitolo il sesso era una chimera mai consumata, il matrimonio interrotto prima ancora di diventare tale,  in questo sequel è svanito anche l'amore, dissolto come il fumo di quella Marlboro. Il tema del matrimonio di convenienza si manifesta a più riprese, contrappunto ironico in una sonata di Scarlatti eseguita su un sintetizzatore imbrattato di sangue: il diavolo fa le pentole e pure i coperchi, e Satana, è bene ricordarlo, non fa l'amore. O perlomeno non lo fa gratis

Il tema della famiglia: potere, religione e controllo

Ronald Laing, lo psichiatra scozzese geniale e anticonformsta che nella seconda metà del Novecento ha smontato la famiglia borghese pezzo per pezzo come si smonta un orologio svizzero di lusso per scoprire che dentro non c'è altro che un meccanismo di controllo molto ben rifinito, sosteneva che la famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello. Finché morte non ci separi 2 abbraccia tutte e cinque le metafore simultaneamente, con l'entusiasmo di uno studente di semiotica che ha trovato la tesi che cercava da tre anni. Le sorelle Grace e Faith — e già i nomi basterebbero per una tesi magistrale in simbologia cristiana applicata all'horror contemporaneo: Grazia e Fede, le due cose di cui il mondo avrebbe disperatamente bisogno hic et nunc, adesso, mentre tutto crolla — si ritrovano catapultate in un castello che è anche ragnatela, una tomba che aspira a prigione per tutti gli altri. I registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, che formano il collettivo Radio Silence e che dopo Scream (2022), Scream VI e il miracolo assoluto di Abigail — a cui assegnai un raro 10/10 confermato in ogni decimale e ad ogni revisione — sanno perfettamente cosa stanno facendo. "Se il primo film era un'anti-storia d'amore", ha dichiarato Bettinelli-Olpi, "questo è un'autentica storia d’amore fraterno tra due sorelle cosi lontane e improvvisamente, così vicine. Questa base emotiva permette a tutto il resto di diventare folle." E folle diventa, ma con una logica interna ferrea come le regole di quel maledetto gioco a nascondino.

Una scena di Finchè morte non ci separi 2
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La trama di Finché morte non ci separi 2

La trama di Finché morte non ci separi 2 riparte esattamente dalla fine del primo film Per chi fosse arrivato qui senza aver visto il primo capitolo — operazione possibile ma sconsigliata, come bere un Negroni senza la scorza d'arancia — un riassunto veloce: Grace aveva sposato un Le Domas, aveva scoperto che la famiglia dello sposo praticava un gioco a nascondino mortale per ingraziarsi il Diavolo (letteralmente, nella persona del Signor Le Bail), aveva sopravvissuto, aveva fatto fuori tutti, era rimasta in piedi davanti alle rovine fumanti con l'abito da sposa impregnato di sangue. Fine del primo capitolo. Sipario. Sigaretta. Il sequel riparte esattamente da quel momento. Grace viene portata in ospedale, ammanettata al letto dalla polizia — perché "i miei suoceri satanici mi hanno costretto a un mortale gioco a nascondino" non è, come giustamente osserva il critico Thom Ernst, una difesa che regge in tribunale, soprattutto la parte in cui esplodono all'alba — e incontra la sorella Faith, con la quale non parlava da quando era partita per il college, lasciandola quindicenne. Nel frattempo Chester Danforth, l'attuale Alto Seggio del Consiglio che controlla il mondo — sei famiglie dell'élite internazionale, un ordine satanico capitalista che muove guerre e impone cessate il fuoco con una telefonata, come dimostrato in una delle scene più esilaranti del film — viene eliminato dai figli gemelli Ursula (Sarah Michelle Gellar) e Titus (Shawn Hatosy) prima ancora che il gioco inizi ufficialmente. Le regole: Grace deve essere neutralizzata prima dell'alba. Chi ci riesce prende il trono e l'anello del potere assoluto. Nessuno può toccare un membro della famiglia rivale senza far saltare in aria l'intera stirpe. I Wilkinson lo scoprono a proprie spese quando attaccano Grace in ospedale fuori tempo massimo: bagno di sangue puntuale come un treno delle ferrovie giapponesi. Che il gioco abbia inizio.

Kathryn Newton e Samara Weaving

David Cronenberg e il potere: il corpo come territorio politico

Il casting di David Cronenberg nei panni di Chester Danforth non è casuale. Non può esserlo. Sarebbe come dire che è casuale che Orson Welles abbia interpretato Harry Lime nel Terzo Uomo. Cronenberg è qui perché Cronenberg è la carne che si trasforma, è il corpo come territorio politico, è l'idea che il potere si annidi nei tessuti organici prima ancora che nelle istituzioni. L'uomo che in Videodrome ha profetizzato la fusione tra corpo e schermo televisivo — "La nuova carne", la carne virtuale che sostituisce quella reale — e che in Crimes of the Future (2022) ci ha detto che i crimini del futuro sono già qui, digitali e incorporei ma non per questo meno letali (uno scroll, un clic, un'emoticon ci seppellirà), siede in questo film come il vecchio dio che ha già vinto tutto e guarda gli altri accanirsi per le briciole. Il suo Chester Danforth dirige l'apocalisse da una macchina per la dialisi: immobile, connesso a tubi, grande vecchio, demiurgo cattivo a letto con la propria malattia. Il male non ha bisogno di muoversi per vincere. Ha solo bisogno di aspettare. Forse in futuro le bistecche avranno il sapore sintetico e plastico di quelle che Seth Brundle tentava di teletrasportare nei primi esperimenti di La mosca. I crimini del futuro sono già presenti. E Chester Danforth li ha già ordinati tutti, con calma, dalla sua stanza con vista sull'abisso.

Shawn Hatosy, Davide Cronenberg, Sarah Michelle Gellar
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Samara Weaving e Kathryn Newton: le regine del caos

Esiste una categoria speciale di attrici e non si tratta di una categoria di serie B, anzi è una serie A con regole proprie e uno statuto di elezione che raramente si vede nei film cosiddetti importanti. Sono le attrici che trasformano ogni film in cui compaiono in qualcosa che porta il loro marchio indelebile, come quei distillati artigianali che hanno il profilo del naso del mastro distillatore incorporato nella molecola. In Finchè morte non ci separi 2, Samara Weaving è la patrona di questa categoria. Grace subisce in questo sequel ferite che farebbero desistere un personaggio di videogioco al terzo continue: accoltellata, picchiata, inseguita, ammanettata, drogata, trasportata addormentata, e ciononostante sempre in piedi, sempre con quella capacità — che è un talento tecnico prima che un'invenzione recitativa — di essere contemporaneamente terrorizzata, stanca morta, ironica e letale. Al suo fianco, Kathryn Newton — che si è conquistata il proprio passaporto per questa speciale categoria  grazie al film cult Lisa Frankenstein, dove ha dimostrato di possedere quel peculiare tocco di caos controllato che è rarissimo e prezioso come un whisky torbato di trent'anni — infonde al personaggio di Faith l'energia giusta: non una semplice spalla, ma una voce propria, con un dolore proprio e una rivincita propria. Insieme formano una coppia che funziona perché entrambe portano sul set qualcosa che va oltre il copione: una complicità elettrica, la stessa che hanno le donne che sanno di essere le uniche persone sane in una stanza piena di psicopatici.

Samara Weaving, Kathryn Newton

Il cast: da Shawn Hatosy a Elijah Wood

Radio Silence ha sempre avuto un talento speciale per i cast corali di personaggi assurdi e magnificamente orribili, e in questo sequel ci danno dentro con una generosità da far invidia ai grandi film ensemble degli anni Settanta. Shawn Hatosy — che il pubblico di The Pitt conosce nei panni del gentile Dr. Jack Abbott, vincitore dell'Emmy 2025 come miglior attore drammatico — offre qui la performance più sorprendente del film: il suo Titus Danforth inizia come una caricatura deliziosamente cattiva e diventa, man mano che l'intensità cresce, qualcosa di genuinamente agghiacciante. Come se Patrick Bateman di American Psycho avesse il potere del diavolo in persona alle spalle. Sarah Michelle Gellar — la Buffy di una generazione intera — è Ursula con una eleganza ghiacciata che non dimentica mai di essere anche comica: i suoi occhi che valutano costantemente se valga la pena togliere di mezzo il fratello gemello prima o dopo il dessert sono uno spettacolo a sé. Elijah Wood, nel ruolo dell'Avvocato, supervisore neutrale del massacro, è inquietante esattamente perché non fa niente: osserva, annota, aspetta. La neutralità in mezzo al carnage ha la sua forma specifica di orrore — e chi l'ha visto come Frodo portare l'Anello al Monte Fato ne Il Signore degli Anelli apprezzerà l'ironia cosmica di vederlo qui come notaio di un anello di potere diverso ma non meno pericoloso. Nestor Carbonell, il Richard Alpert di Lost e lo sceriffo Romero di Bates Motel; Olivia Cheng con la katana; Varun Saranga e Nadeem Umar-Khitab come i Rajan, festaioli assassini di lusso: ogni personaggio dura il tempo necessario a far capire chi è, perché è orribile, e come merita di finire.

Nestor Carbonell, Sarah Michelle Gellar, Shawn Hatosy, Elijah Wood, Nadeem Umar-Khitab
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Infinite Jest di Foster Wallace e il Consiglio che controlla il mondo

David Foster Wallace in Infinite Jest (1996) immaginava un futuro prossimo distopico in cui persino gli anni del calendario erano sponsorizzati da aziende: l'Anno della Mentadent, l'Anno degli Assorbenti Depend, l'Anno del Subsidized Time. Fantascienza distopica, si diceva allora. Forse profezia documentaristica, potremo dire adesso. Il Consiglio di Finché morte non ci separi 2 — sei famiglie dell'élite internazionale che controllano guerre, cessate il fuoco, governi, mercati — rischia di non sembrare più una fantasia, ma  la struttura reale del potere globale, ovviamente sul grande schermo trasfigurata  e stravolta da un coté soprannaturale e da dosi industriali di humour nero,  Chester Danforth che guarda le notizie di guerra e fa una telefonata per imporre un cessate il fuoco aggiornato poi in diretta TV è la scena più politicamente onesta del film: il potere non si nasconde, semplicemente non ha bisogno di farlo. La scelta che le famiglie del Consiglio fanno, vendere l'anima per il potere, condannarsi all'inferno per un trono,  dimostra che in un futuro prossimo venturo tutta l'élite del mondo ha già firmato lo stesso patto. E ai loser, ai reietti di ogni latitudine e longitudine, non resta che cantare il famoso refrain composto da Dario Fo, musicato da Paolo Ciarchi e reso immortale dalla voce di Enzo Jannacci: "E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam." Grace e Faith sono allegre esattamente in quel senso: allegre come chi ha già perso tutto e quindi può permettersi di ridere.

Kara Wooten, Daniel Beirne, Antony Hall, Olivia Cheng, Nadeem Umar-Khitab, Shawn Hatosy, Maša Lizdek, Varun Saranga

Regia e stile: un horror spettacolare e caotico

Finchè morte non ci separi 2, resta un film lunapark — anzi, Lunar Park, per citare l'incompreso e meraviglioso romanzo di Bret Easton Ellis, quella cosa strana e bellissima in cui un personaggio di nome Bret Easton Ellis viene perseguitato dai fantasmi dei propri personaggi letterari e dalla propria vita borghese suburbana, e in cui la famiglia è una trappola lisergica da cui non si esce. Quintali di plasma finto, creatività nell'omicidio — la lavatrice industriale in cui finisce uno dei Rajan è una trovata da manuale — sempre glamour nelle coreografie, con la costumista Avery Plewes che mantiene la promessa di far indossare a Weaving quell'abito da sposa insanguinato per quasi tutto il film come un'armatura laica e grottesca. Il direttore della fotografia Brett Jutkiewicz lavora su una palette visiva che mescola la lussuosa oscurità delle horror location anni Cinquanta — l'hotel adiacente al complesso Danforth ricorda le ville cinematografiche di Vincent Price — con le sequenze d'azione in piena luce del giorno, perché appunto: il potere non aspetta il buio. Il montatore Jay Prychidny (Beetlejuice Beetlejuice) gestisce il ritmo con quella competenza che distingue i grandi film di genere da quelli che semplicemente ci provano: inspira, espira, ricarica, ricomincia. Funziona per due terzi del film in modo impeccabile. L'atto finale accumula caos con un'urgenza che rasenta l'affanno — troppo, troppo presto, tutti nel finale contemporaneamente come ospiti in ritardo a una festa — ma la scena in cui l'intera assemblea di fedeli del culto si getta in una fossa circolare per prendere l'anello del potere prima dell'alba, e naturalmente nessuno ci riesce, e il Consiglio si estingue in un bagno di sangue, è così smisurata e gioiosa da perdonare qualsiasi eccesso precedente.

Daniel Beirne, Shawn Hatosy, Sarah Michelle Gellar
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Il finale spiegato: l’anello, il potere e la libertà

Il climax di Finché morte non ci separi 2 è degno di un trattato di filosofia politica scritto con il sangue invece dell'inchiostro. Grace, circondata dai giocatori sopravvissuti, accetta di sposare Titus Danforth per salvare Faith — sfruttando la scappatoia rivelata da Chen Xing: se Grace sposa un membro dell'élite, il gioco si chiude e il marito prende il trono. Cerimonia satanica. Folla di adepti. Patti di sangue. Poi, appena firmato il contratto, Grace pugnala Titus con una penna stilografica — e il gesto è bellissimo perché è con la penna, con le parole, con i contratti, che questa élite ha sempre ucciso — rinfacciandogli la sua stessa regola: non c'è norma contro l'uccisione dei propri familiari. Faith calcia Titus nella fossa. Grace annuncia la propria espulsione dall'organizzazione, getta l'anello nella fossa, e a quel punto tutta la folla di adepti si butta dentro per prenderlo prima dell'alba: nessuno ci riesce, il Consiglio è estinto. Lo spirito di Le Bail appare, fa un cenno che sa di rispetto — il Diavolo, in fondo, riconosce la classe quando la vede — e le sorelle escono insieme all'alba, libere. La famiglia come ragnatela, fiore, tomba, prigione, castello — ma stavolta con la porta aperta.

Elijah Wood

Bloody Le Bail: se il film fosse un cocktail

Ogni film che vale ha il suo drink. Casablanca ha il French 75. Il grande Lebowski ha il White Russian. Finché morte non ci separi 2 ha il Bloody Le Bail: una variante del Bloody Mary che non si fa pregare e non chiede permesso. La base è ovviamente il Bloody Mary — succo di pomodoro, vodka, limone, Worcestershire sauce, Tabasco, sale di sedano — ma il Bloody Le Bail ci aggiunge un doppio shot di mezcal al posto della vodka, perché il mezcal ha il fumo dentro, ha già pagato il prezzo, e Chester Danforth non avrebbe mai bevuto qualcosa senza retrogusto di bruciato. Al posto del semplice Tabasco, un cucchiaino di harissa: il male non deve essere soltanto piccante, deve essere nordicafricano, internazionale, cosmopolita come il Consiglio. Un goccio di amaro Averna, perché l'amarezza è strutturale, non è un incidente. Il bordo del bicchiere non va salato con sale normale: va passato in un mix di sale nero delle Hawaii e pepe affumicato, come se anche il recipiente avesse già vissuto. Si serve in un bicchiere alto, senza cannuccia — Grace non usa cannucce — con un gambo di sedano e una fettina di limone bruciata al cannello. Colore: rosso cupo, quasi bordeaux, con riflessi che cambiano a seconda dell'angolazione della luce. Nome sulla lista del bar: Bloody Le Bail. Prezzo: l'anima.

Samara Weaving
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Sarah Michelle Gellar: tra Buffy e Ursula Danforth

C'è una bambina di quattro anni seduta davanti ai responsabili del casting per un film televisivo a Manhattan, 1981. Il regista le porge il copione, lei legge la sua parte. Poi, senza che nessuno glielo chieda, legge anche le battute di Valerie Harper. Gli uomini si guardano, non sanno se ridere o alzarsi in piedi ad applaudire. La bambina si chiama Sarah Michelle Gellar, figlia di un operaio tessile e di un'insegnante d'asilo, Upper East Side, appena sopra la soglia di povertà. Quarantadue anni dopo, quella bambina è sul set di Finché morte non ci separi 2 nei panni di Ursula Danforth, miliardaria glaciale che vuole il trono del Consiglio che controlla il mondo, e si muove come se lo meritasse da sempre. Non è difficile crederle. Chi ha pattinato su ghiaccio a livello agonistico, ottenuto la cintura nera di taekwondo, girato sette stagioni di Buffy l'ammazzavampiri rivoluzionando il modo in cui la televisione racconta le donne — Buffy è l'eroina che rompe il copione, quella che di solito moriva per prima nei film horror, la ragazza bionda, carina, indifesa, e che invece non solo sopravvive ma è la più forte di tutti — ha già dimostrato di sapere cosa fare con un personaggio che porta in sé una contraddizione precisa. "Nessuno è completamente buono o completamente cattivo", ha detto Gellar durante la conferenza stampa romana del film. "Io metto la mia umanità. Sono fortunata perché i miei fan sembrano accettarmi in entrambi i ruoli, eroina e antagonista. Questa dualità riflette gli esseri umani." Ursula Danforth non è una villain monodimensionale: è una figlia che ha passato la vita intera a dimostrare qualcosa a un padre che dirigeva l'apocalisse da una macchina per la dialisi. Shawn Hatosy — il fratello gemello Titus, Patrick Bateman con le benedizioni di Satana — e lei si contendono il trono con un'ostilità a malapena celata che lascia intuire anni di elogi funebri reciprocamente provati. È il tipo di tensione fraterna che non si inventa: si costruisce con un'attrice che ha cinquant'anni di set nel corpo. Tra i rammarichi del film, c'è quello condiviso da quasi ogni critico: Gellar avrebbe meritato più spazio. Il film la usa bene ma non abbastanza. Come darle torto — o dargli torto — quando sai che quella stessa settimana in cui usciva il film, Gellar scopriva che il reboot di Buffy su cui aveva lavorato con Chloé Zhao, fresca di Oscar per Nomadland, non si sarebbe fatto — cancellato da un dirigente Disney che si vantava di non aver mai visto la serie per intero. Il colpo basso perfetto: il venerdì prima degli Oscar, mentre Gellar saliva sul palco per la première mondiale di questo film e Zhao era in viaggio verso la notte più importante della sua carriera. Gellar lo ha raccontato senza piangere, che è il modo migliore per raccontare certe cose. E poi è salita sul palco lo stesso, perché Buffy non muore mai, e Ursula Danforth, almeno per un film, neanche.

Sarah Michelle Gellar e Shawn Hatosy

Finché morte non ci separi 2 è un sequel imperfetto ma vitale

Finché morte non ci separi 2 è caotico, eccessivo, si prolunga oltre il necessario nel terzo atto, ha personaggi secondari che meriterebbero il doppio dello spazio — Cronenberg su tutti, su cui qualcuno dovrebbe farci un film a parte — e una dinamica tra le sorelle che la sceneggiatura di Guy Busick e R. Christopher Murphy non sviluppa fino in fondo, lasciando che la tensione tra Grace e Faith rimanga più dichiarata che vissuta. Tutto vero. Ed è altrettanto vero che quando il film centra il bersaglio, lo fa con una precisione e una gioia rare. Come in ogni riunione di famiglia disfunzionale che si rispetti, non te ne vai prima. Non quando le cose stanno appena iniziando a farsi interessanti. Insomma, Finché morte non ci separi 2 è un sequel imperfetto ma vitale, che sacrifica equilibrio per ambizione e spettacolo. Più grande, più caotico, più sfacciato dell’originale, conferma Radio Silence come una delle voci più riconoscibili dell’horror contemporaneo. Non tutto funziona, ma quando colpisce, lo fa con una precisione e una gioia rare. Ora, se permettete, mi concedo un Bloody Le Bail. E magari anche una sigaretta.

 Samara Weaving  e  Kathryn Newton in FInchè Morte non ci separi
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