Sangue d’oro, recensione: Dario Germani firma un potente action tra sacro e morte
Cinema ©WebphotoArriva al cinema Sangue d’oro, il nuovo film di Dario Germani, tra Vaticano, Manila e Sahara. È un action denso e irregolare che accumula immagini, corpi e violenza, mescolando il sangue più raro al mondo a quello di Cristo. Un viaggio tra sacro e spettacolo che punta all’impatto più che all’equilibrio
Sangue d'oro — recensione del film
Il sacro come detonatore
Un commando paramilitare che prepara l'assalto al Vaticano, un coltello da caccia seghettato che incide una mappa, un obiettivo segnato come una condanna. Sangue d'oro si apre così.
E si chiude all'opposto: in uno spazio chiuso, domestico, con un colpo di scena feroce, dolente, potentissimo.
È una traiettoria netta, quasi classica. Da fuori a dentro. Dalla missione al trauma. Come nella stagione aurea del cinema di genere, dove l'azione era sempre anche una forma di destino.
Oro grezzo, non pirite
Il nuovo film di Dario Germani, dopo il perturbante Angelus Tenebrarum, non è pirite — l'oro degli sciocchi, iron sulfide, anagramma di Louis Friend per citare una delle battute più celebri di Hannibal Lecter. in Il silenzio degli innocenti
È oro grezzo. Non lavorato, imperfetto, a tratti irregolare.
Ed è forse proprio questo il suo fascino: un film che non cerca di levigarsi, che preferisce esporsi, anche a costo di mostrare le proprie asperità.
Basta un'immagine, un volto che urla, sfigurato, il sangue contro il vetro — per capire che Germani, quando vuole, sa ancora far male allo sguardo.
Un regista che cambia pelle
In Angelus tenebrarum Germani lavorava per sottrazione. Un horror controllato, rigoroso, più perturbante che esplosivo — costruito sul dubbio, sul non detto, su una macchina da presa che restava incollata ai volti invece di cercare l'effetto. La paura non si mostrava. Si insinuava.
Con Sangue d'oro fa l'opposto.
Tutto ciò che lì veniva trattenuto, qui viene liberato. Il sangue non è più simbolo — è materia, movimento, carburante narrativo. Germani non abbandona il sacro, ma lo mette in corsa. Lo costringe a fare i conti con l'azione, con il corpo, con la geografia fisica del mondo.
È un cambio di pelle consapevole. Non una contraddizione, un’estensione. Un regista che non vuole ripetersi, anche quando il rischio è cadere.
Un viaggio tra azione e accumulo
Un commando paramilitare. Il Vaticano come obiettivo. Un coltello seghettato che incide una mappa.
Poi Manila e i suoi bar peggiori, il caldo umido, la violenza che affiora dal nulla. Poi il deserto. Poi ancora altrove.
Germani scarrozza lo spettatore per il globo terracqueo senza chiedere il permesso. C'è più azione che pensiero — ed è una scelta precisa, non una mancanza. Doppiogiochisti, popoli armati di frecce, sette tatuate, sacerdoti violati. Un immaginario denso, quasi eccessivo, che non si ferma a spiegarsi.
Al centro di tutto: il sangue Rhnull, il gruppo sanguigno più raro al mondo, caratterizzato dall'assenza totale di antigeni. Mescolato — secondo il film — a quello di Cristo. L'obiettivo non cambia mai, da tremila anni: sconfiggere la morte. Annientare la nera signora.
È un'idea potente. Il film la tratta come carburante, non come tema. Forse è un limite. O forse è la sua forma più onesta.
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Suspense e sospensione
Ci sono momenti in cui Sangue d'oro ricorda certi film che non si fermano mai — quelli dove la suspense non nasce dalla costruzione psicologica ma dal movimento puro. Frantic di Polanski, La signora scompare di Hitchcock. Film dove il protagonista è sempre in ritardo rispetto agli eventi, sempre un passo indietro rispetto a qualcosa che non capisce del tutto.
Germani lavora su quella stessa inquietudine cinetica. Non spiega, non rallenta, non rassicura. Lo spettatore viene trascinato, non accompagnato.
Funziona — a patto di accettare le regole del gioco. La sospensione dell'incredulità qui non è opzionale. È il biglietto d'ingresso.
Chi cerca agganci nel reale resterà fuori. Chi entra nel flusso, difficilmente ne uscirà indifferente.
I volti del racconto
Il cast è funzionale, nel senso migliore del termine.
Lorenzo Buran costruisce un protagonista che esiste prima di tutto sul piano fisico, un eroe senza sovrastrutture, che non ha bisogno di spiegarsi per essere credibile. Accanto a lui, Nathalie Rapti Gomez interpreta una consorella tutt'altro che passiva: si muove tra fragilità e resistenza con una misura che in certi momenti sorprende.
In una delle sequenze più riuscite indossa una corona di fiori, il blomsterkrans, che richiama l'immaginario disturbante di Midsommar. di Ari Aster .Non è una citazione casuale. È un'immagine che lavora, che resta.
Robert Madison, volto noto della serialità italiana, è inserito con economia nel racconto. Non forza la presenza. È lì quando serve, e basta.
Nessuno del cast cerca di salvare il film. Nessuno ne ha bisogno.
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Se fosse un cocktail
Se Sangue d'oro fosse un cocktail, si chiamerebbe "Manila Blood".
Un drink sporco, servito in un bicchiere graffiato, come quello di un bar dimenticato nel caldo umido delle Filippine. Alla base un rum scuro, quasi bruciato, di quelli che il protagonista ordina senza pensarci, più per necessità che per piacere. Non c'è eleganza, c'è urgenza.
Dentro, una colata di melograno e lime ossidato, che restituisce un rosso denso, vischioso, più vicino al simbolo che al sapore. Poi pepe nero e zenzero, secchi, taglienti, come i colpi che attraversano il film.
Sul finale, una traccia amara — bitter alle spezie e fumo — che resta sospesa, come qualcosa che il film accenna ma non sviluppa fino in fondo.
Non è un cocktail armonico. È un cocktail che ti resta addosso, come certi film che non cercano equilibrio, ma impatto. Più che un drink, è una macchia.
La traiettoria del film
Sangue d'oro si apre con un commando che prepara l'assalto al Vaticano e si chiude dentro un appartamento, con un colpo di scena feroce, dolente, potentissimo. È questa traiettoria, dal macro al micro, dalla missione al trauma — il vero scheletro del film.
Nel mezzo c'è tutto il resto: i peggiori bar di Manila, popoli armati di frecce, sette tatuate sacerdoti deliranti, doppiogiochisti, un gruppo sanguigno così raro da sembrare leggenda, mescolato al sangue di Cristo. Germani accumula, non costruisce — e sa che stai guardando.
E' un film che vuole qualcosa.
E che, tra uno squilibrio e l’altro, trova il modo di restare.