Angelus tenebrarum, Dario Germani porta l’esorcismo alla luce del sole. Recensione
CinemaUn cambio di pelle: dall’horror corporeo all'incubo spirituale
Dario Germani cambia registro. Non rinnega il sangue, ma lo sposta ai margini. In Angelus tenebrarum, dal 23 febbraio 2026 nelle sale, sceglie di confrontarsi con qualcosa di meno viscerale e più insidioso: la paura che non ha bisogno di mostrarsi per agire.
Il percorso del regista romano – segnato da titoli come Antropophagus II e Lettera H – ha sempre dialogato con un immaginario corporeo, sporco, frontale. Qui l’orrore si ritrae e si riorganizza. Non è più soltanto carne lacerata, ma spirito incrinato. Germani, che firma anche la fotografia, costruisce un film controllato, rigoroso, più perturbante che esplosivo. Più vicino alle atmosfere di Dark Nuns di Jang Jae-hyun che all’estetica modaiola di The Nun di Colin Hardy.
La storia ruota attorno a Erika (Ilde Mauri), devastata dalla morte del fratello. Il lutto non si consuma: sedimenta, si stratifica fino a diventare fenditura. Dentro quella crepa si insinua qualcosa che non appartiene soltanto alla psiche. Un sacerdote tenta di strapparla a una presenza che il film evita di definire con precisione. Non un mostro iconico, non un demone da iconografia classica. Piuttosto una forza insinuante, che si muove nel dubbio.
Colpa, corpo e Male plurale
Il sottotesto affonda in una ricerca dichiarata sugli esorcismi paleocristiani. Si avverte un’ossessione per il dettaglio rituale, per la parola che scaccia, per il suono che precede l’atto. Risuona quel versetto del Vangelo di Marco: “Il mio nome è Legione, perché siamo molti”. Il Male, qui, non è una figura isolata. È pluralità. È infiltrazione. Non si manifesta con un volto preciso, ma come presenza che si moltiplica.
Dalle parole del Levitico fino alla figura di Asmodeo – il demone della lussuria citato nel libro di Tobia – le fonti di ispirazione attraversano il film come eco sotterranee. Non ci sono citazioni esplicite, ma l’idea della colpa, dell’impurità, del corpo femminile attraversato dal sacro e dal proibito rimane centrale. In questo quadro si inserisce anche il pugnale degli arcangeli, oggetto rituale che rompe la presunta purezza dell’immaginario celeste. Non è soltanto uno strumento di difesa contro il demonio: è la prova che il sacro, per combattere il Male, accetta di impugnare un’arma. E quell’arma introduce una tensione inquietante. La violenza, anche quando è consacrata, resta violenza.
Erika non è soltanto posseduta: è osservata, giudicata, interpretata. Il suo corpo diventa territorio teologico, campo di battaglia simbolico tra fede, desiderio e condanna.
Ed è qui che il film trova i suoi momenti più intensi. Quando evita la spettacolarizzazione e sceglie l’ambiguità. È davvero una possessione o una crisi generata dal trauma? La macchina da presa non offre risposte rassicuranti. Rimane addosso al volto di Erika, insiste sui silenzi, lascia che il vento copra le parole. Il dubbio non viene risolto: viene abitato.
Approfondimento
Angelus Tenebrarum, l’horror di Dario Germani arriva al cinema
Un horror che resta impresso
Il cast sostiene l’impianto con misura. Ilde Mauri costruisce una protagonista fragile ma mai passiva, capace di oscillare tra abbandono e resistenza senza scivolare nel cliché isterico. Ermanno De Biagi e Giuditta Niccoli si muovono in un contesto che privilegia il non detto più che la declamazione. Le scenografie di Alessandra Martelli e i costumi di Antonella Balsamo e Federico Pinna evitano l’eccesso iconografico, mentre le musiche di Simone Pastore accompagnano con discrezione.
Non tutto è calibrato alla perfezione. Alcuni dialoghi risultano, talvolta, troppo esplicativi, soprattutto nei passaggi in cui il film sembra voler chiarire il proprio impianto teologico invece di lasciarlo sedimentare. Ma sono dettagli. Va, invece, apprezzato il coraggio di osare, di raccontare, in maniera nob corriva e omologato, il demoniaco sul grande schermo
E soprattutto Germani dimostra di voler ampliare il proprio vocabolario. Non più soltanto l’effetto speciale di trucco – pur presente grazie al lavoro di David Bracci – ma una messa in scena che cerca profondità simbolica. L’ambientazione tra Ungheria, Malta, Tunisia e Roma suggerisce una geografia spirituale: il Male non appartiene a un luogo preciso. Attraversa confini, lingue, tradizioni.
Angelus tenebrarum non è un horror che urla. Non costruisce la paura attraverso lo shock, ma attraverso lo scarto. Ti toglie il buio sotto i piedi e ti costringe a guardare l’orrore senza ombre a proteggerlo.
Quando finisce, non lascia l’adrenalina di un salto sulla poltrona. Lascia una domanda. E quella domanda continua a lavorare anche fuori dalla sala.
Perché il vero spavento non è ciò che si nasconde nell’oscurità.
È ciò che, sotto il sole, non riusciamo più a ignorare.