II filo del ricatto - Dead Man’s Wire: Gus Van Sant tra cronaca e black comedy
CinemaArriva al cinema dal 19 febbraio Dead Man’s Wire, il film di Gus Van Sant ispirato al vero sequestro di Indianapolis del 1977. Bill Skarsgård interpreta Tony Kiritsis, l’uomo che trasformò una vendetta personale in evento mediatico nazionale. Tra thriller, satira e tragedia americana, con Al Pacino e Colman Domingo, la recensione analizza un racconto sulla nascita dello spettacolo della realtà e sul rapporto tra violenza, informazione e potere.
Dead Man’s Wire: Gus Van Sant tra cronaca, black comedy e tragedia. La recensione
Arriva oggi, 19 febbraio, nei cinema italiani Dead Man’s Wire, il nuovo film di Gus Van Sant presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e ispirato al celebre sequestro di Indianapolis del 1977.
Bill Skarsgård è Tony Kiritsis, l’uomo che legò la vita di un dirigente a un cappio metallico collegato al grilletto del proprio fucile. Con Colman Domingo, Myha’la e un cameo memorabile di Al Pacino, il film riflette sulla violenza e sull’avidità del capitalismo trasformando la cronaca in spettacolo.
Un uomo e un filo teso tra vita e morte
L’8 febbraio 1977 Tony Kiritsis entrò nella sede della Meridian Mortgage Company e prese in ostaggio Richard Hall.
Non si trattò di un semplice sequestro: collegò un filo metallico al grilletto del fucile e lo avvolse attorno al collo della vittima. Un movimento brusco e il colpo sarebbe partito.
Un dispositivo primitivo, ma perfetto nella sua teatralità.
Van Sant parte da qui per costruire un film che non è soltanto suspense: è la messa in scena di un gesto pensato per essere visto.
Kiritsis non cerca solo vendetta — cerca pubblico.
La città si ferma.
La radio trasmette.
L’America guarda.
Approfondimento
Gus Van Sant e l’America invisibile: da Mala Noche a Dead Man’s Wire
Skarsgård e Montgomery: prigionieri reciproci
Bill Skarsgård costruisce un Kiritsis febbrile e instabile, mai caricaturale: non un folle puro ma un uomo che ha bisogno di convincersi di essere nel giusto.
Dacre Montgomery, al contrario, lavora per sottrazione: il suo ostaggio è un corpo che impara a respirare lentamente per non morire.
Non è più chiaro chi tenga in vita chi.
Il film smette presto di essere un hostage movie e diventa una convivenza forzata, quasi domestica, dove il tempo sospeso sostituisce la tensione classica.
Più Quel pomeriggio di un giorno da cani che thriller contemporaneo.
Approfondimento
Dead Man's Wire, la storia che ha ispirato il film con Bill Skarsgård
Al Pacino: il capitalismo come fantasma
Il cameo di Al Pacino è brevissimo ma decisivo.
Non chiede scusa. Non media. Non umanizza.
La sua voce al telefono è l’istituzione che non riconosce l’individuo.
Non serve altro: Van Sant non lo usa come personaggio ma come presenza simbolica.
Il sistema non è violento perché spara — è violento perché ignora.
E il dettaglio finale (la compagnia realmente fallita poco dopo i fatti) diventa una sorta di ironia cosmica, quasi una punchline nera.
Musica e memoria americana
La colonna sonora mescola repertorio anni Settanta e le musiche di Danny Elfman.
Canzoni dolci come Raindrops Keep Falling on My Head accompagnano situazioni disperate: la leggerezza non allevia la tragedia, la rende più disturbante.
Van Sant non ricostruisce un’epoca — ricostruisce il modo in cui la ricordiamo.
Se Dead Man’s Wire fosse un cocktail
Sarebbe un Bloody Mary metallico.
Non il classico da brunch: uno lasciato troppo a lungo sul bancone, dove il ghiaccio si è sciolto e il sedano piega verso il basso.
Piccante, nervoso, leggermente ferroso.
Un drink che non accompagna la visione — la prolunga.
Lo stile visivo: anni Settanta come mito
La scenografia e i colori vibranti riportano al Midwest di quegli anni, con dettagli che mescolano realismo e memoria personale del regista. Ogni inquadratura sembra un tuffo in un’epoca in cui l’America, uscita da Kennedy e Watergate, non aveva più certezze ma solo ombre da decifrare
Se Dead Man’s Wire fosse un cocktail
Se il film di Gus Van Sant fosse un cocktail, avrebbe il sapore metallico di un Bloody Mary agitato nel Midwest: vodka che brucia la gola come la rabbia di Tony, pomodoro rosso come la ferita della dignità calpestata, un filo di sedano sottile e fragile come quel “dead man’s wire” che lega vita e morte. Un drink che non consola ma scuote, da bere con le mani tremanti, davanti allo schermo televisivo che trasforma la disperazione in spettacolo.
Un filo che arriva fino a noi
Dead Man’s Wire non racconta soltanto un uomo disperato.
Racconta il momento in cui la realtà capisce di poter diventare spettacolo.
Kiritsis non vuole fuggire.
Vuole essere ascoltato.
E forse è questo che rende il film disturbante:
non parla di un’America lontana, ma dell’inizio esatto del presente.
Van Sant non giudica e non assolve.
Osserva — e lascia a noi la responsabilità di riconoscerci nello sguardo che guarda.