Robert Duvall morto a 95 anni: addio a Tom Hagen e al volto morale del cinema americano

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

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È morto a 95 anni Robert Duvall, premio Oscar e interprete leggendario di Il Padrino, Apocalypse Now e Tender Mercies. Attore simbolo del naturalismo americano, ha attraversato sessant’anni di cinema raccontando uomini fragili, duri e profondamente umani. Il ricordo della carriera, dei personaggi e dell’eredità artistica

Robert Duvall, l’uomo che parlava piano: addio al custode dell’anima americana

 

Il cinema americano ha sempre avuto due tipi di attori: quelli che entrano in scena e quelli che entrano nella vita dello spettatore.

Robert Duvall apparteneva alla seconda specie.

È morto a 95 anni nella sua casa in Virginia, serenamente, come ha annunciato la moglie Luciana. Nessuna cerimonia ufficiale: la famiglia ha chiesto di ricordarlo guardando un film, raccontando una storia o guidando in campagna.
È difficile immaginare un commiato più coerente. Perché Duvall non è mai stato una star nel senso rumoroso del termine. Era qualcosa di più raro: un uomo che faceva sembrare naturale la presenza del cinema nel mondo.

Non interpretava personaggi.
Li lasciava respirare.

Il volto morale del Nuovo Cinema Americano

Negli anni Settanta Hollywood cambiava pelle. Arrivavano De Niro, Pacino, Hoffman, Hackman. Attori più imperfetti, più interiori, meno monumentali.

Duvall era il loro fratello maggiore silenzioso.

Aveva studiato teatro a New York insieme a Dustin Hoffman e Gene Hackman, condividendo appartamenti e pasti poveri. Da lì nasce quella scuola recitativa fatta di sottrazione: non mostrare l’emozione, lasciare che emerga.

Quando Francis Ford Coppola lo sceglie per Tom Hagen ne Il Padrino, succede qualcosa di decisivo.
Non è il protagonista, non è il più violento, non è il più carismatico.

È il più umano.

Il consigliere della famiglia Corleone è la coscienza del potere: uno che capisce tutto e parla poco.
E proprio per questo resta indimenticabile.

La sua recitazione diventa un modello: un naturalismo asciutto che influenzerà generazioni di attori.

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Quando la guerra diventa quotidiana

In Apocalypse Now c’è una scena che dice tutto di lui senza bisogno di slogan.
Mentre gli elicotteri sorvolano il villaggio vietnamita e la musica di Wagner invade l’aria, il colonnello Kilgore non è un folle urlante. È un uomo che si muove tra le esplosioni come fosse su una spiaggia assolata. Sistema il cappello, osserva l’orizzonte, misura il vento. Attorno a lui c’è l’inferno; dentro di lui, una calma quasi burocratica.

È lì che si capisce la grandezza di Duvall: non interpreta la guerra, interpreta l’abitudine alla guerra. Non mostra la follia, mostra la normalizzazione della follia. E quel dettaglio — il modo in cui resta in piedi mentre gli altri si abbassano — racconta più dell’America di quanto farebbe un discorso.

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Oscar e la fragilità

Nel 1984 arriva l’Oscar per Tender Mercies.
Un cantante country alcolizzato, stanco, senza più pubblico né dignità.

È probabilmente la sua interpretazione più pura: niente epica, niente mafia, niente guerra. Solo un uomo che prova a vivere meglio.

In un’epoca di performance vistose, Duvall vince recitando sottovoce.
La sua grandezza stava nell’assenza di enfasi.

Non costruiva il dramma.
Lo lasciava accadere.

il regista dell’America dimenticata

Duvall non era soltanto attore. Dirige The Apostle, uno dei ritratti più complessi del fanatismo religioso americano: un predicatore colpevole, sincero, pericoloso e commovente allo stesso tempo.

Hollywood tende a dividere i personaggi tra buoni e cattivi.
Duvall li considerava persone.

Anche quando interpreta poliziotti, militari o padri severi — da Il grande Santini a Un giorno di ordinaria follia — non c’è mai giudizio. Solo osservazione.

È la cifra della sua arte: raccontare l’America senza spiegarla.

Una carriera lunga sessant’anni

Dal debutto ne Il buio oltre la siepe nel 1962 fino ai film degli ultimi anni, Duvall ha attraversato sei decenni di cinema mantenendo la stessa qualità rara: l’assenza di vanità.

Non cercava ruoli iconici.
Diventavano iconici perché li interpretava lui.

Ha ottenuto sette nomination agli Oscar e numerosi Golden Globe ed Emmy, lavorando con Coppola, Altman, Lumet, Costner e molti altri.

La sua filmografia è un archivio dell’immaginario americano: guerra, famiglia, religione, colpa, redenzione.

Il paradosso Duvall

Molti grandi attori sono trasformisti.
Duvall era riconoscibile sempre — e proprio per questo diverso ogni volta.

Il suo volto non cambiava.
Cambiava lo sguardo.

Era capace di incarnare autorità e vulnerabilità nello stesso istante: padre e bambino, legge e dubbio. Una presenza che non occupava lo spazio ma lo organizzava.

Quando entrava in scena, gli altri personaggi sembravano reagire alla realtà, non alla recitazione.

L’ultimo gesto

La richiesta della famiglia — guardare un film o raccontare una storia — sembra uscita da una sceneggiatura perfetta.

Perché Robert Duvall ha passato la vita a fare proprio questo: trasformare il cinema in qualcosa di quotidiano.

Non un evento.
Una compagnia.

Non l’attore che domina lo schermo, ma quello che ti fa credere che lo schermo esista per capire le persone.

L’eredità

Duvall non lascia soltanto personaggi memorabili.
Lascia un metodo invisibile: la recitazione come ascolto.

Nel cinema contemporaneo, spesso dominato dalla performance, lui resta il simbolo della presenza.
Non rubava la scena. La rendeva necessaria.

Forse per questo non sarà mai davvero un attore del passato.
I suoi film non invecchiano perché non cercano l’epoca: cercano l’uomo.

E l’uomo, purtroppo o per fortuna, resta sempre attuale.

Robert Duvall se n’è andato senza clamore, come recitava.
Ma nel silenzio che lascia si sente meglio la sua lezione:

il cinema non è fatto di grandi gesti,
è fatto di verità credibili.

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