Orlando Cinque e La grazia di Sorrentino: “Recitare è assumersi responsabilità emotive”

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Foto di Andrea Pirello

In "La grazia" di Sorrentino, Orlando Cinque interpreta il Colonnello Labaro, un ruolo di sottrazione accanto a Toni Servillo. L'artista racconta come il cinema del regista abbia segnato la sua vita, portandolo persino a riscoprire la fede. Dopo una carriera tra teatro e serie come "Romanzo Criminale", Cinque riflette sul valore del servire e sulla responsabilità di dare corpo a figure istituzionali o oscure. Per lui recitare è un atto spirituale: un equilibrio tra tecnica, verità e guarigione. L' INTERVISTA

Non è un personaggio che si impone, ma uno che resta.
In La grazia di Paolo Sorrentino, Orlando Cinque è il Colonnello Labaro: presenza discreta accanto al Presidente interpretato da Toni Servillo, figura che osserva più di quanto agisca e che proprio nella sottrazione trova la sua forza.

Arriva dopo una carriera lunga e irregolare, divisa tra palcoscenico, serialità e cinema — Romanzo Criminale, Sulla mia pelle, il teatro di ricerca — e nasce da un rapporto con il cinema di Sorrentino che, prima ancora di diventare lavoro, è stato esperienza personale.

Lo abbiamo raggiunto al telefono: ne è uscita una conversazione sul mestiere dell’attore, sulla responsabilità dei personaggi, sulla fede e su quella zona fragile in cui l’interpretazione smette di essere tecnica e diventa qualcosa di più vicino alla vita.

Foto di Andrea Pirello

Com’è nato l’incontro con Paolo Sorrentino?

Guarda, è stato tutto molto particolare. Io sono proprio sorrentiniano, lo ero già prima di lavorarci: ho amato tutti i suoi film. Ce n’è uno in particolare, Youth, che ha cambiato davvero la mia vita.

Ricordo una scena precisa, la vidi al cinema Filangieri di Napoli: quella tra Paul Dano e Michael Caine. A un certo punto parlano del perché sono lì e Michael Caine dice che da quando ha perso la moglie ha perso il senso delle cose. Paul Dano invece racconta di aver letto Novalis e di essere rimasto colpito da una frase: “Sto sempre tornando a casa, sempre tornando alla casa del padre”.

Io fino a quel momento ero tranquillo, poi ho iniziato a piangere e ho pianto per mezz’ora. Ho capito che non stavo piangendo solo per mio padre — io sono orfano di padre — ma anche per la religione che avevo abbandonato a nove anni quando è morto. Da lì è ricominciato un percorso di fede e quella cosa ha cambiato la mia vita. Forse senza quella esperienza non sarebbe successo altro.

Quando mi è arrivata la chiamata del mio agente per un provino, io per scherzare gli ho detto: “Il provino con Sorrentino non lo faccio. Se mi vuole protagonista bene, altrimenti no”. Lui rideva, poi mi ha chiesto seriamente se potevo farlo. Io: “Quale?”. E lui: “Quello con Sorrentino”. In pratica mi stava chiamando per dirmi che ero stato convocato e io non avevo capito.

La cosa incredibile è che la scena del provino era proprio quella di Youth.
La prima volta non l’ho fatta con lui, la seconda sì. È stato bellissimo: venivo da un anno difficile e lui mi ha trattato come un amico. È stato come incontrare qualcuno che conoscevo da sempre.

Poi il progetto si è interrotto. Ho fatto altro, ma io a una serie avrei rinunciato pur di lavorare con lui. Tempo dopo l’ho rincontrato per un provino di Parthenope: il personaggio poi è stato tagliato, ma lui mi disse “prima o poi lavoreremo insieme”. In questo ambiente si dicono tante cose, invece lui ha mantenuto la parola.

A ottobre 2024 mi ha chiamato direttamente. Ci siamo visti a dicembre, mi ha fatto due domande e mi ha detto che il ruolo era mio. Quando sono uscito ho pianto per strada a Roma: era proprio la sensazione di avercela fatta.

Approfondimento

La Grazia, il film di Sorrentino sul potere che dubita. La Recensione

Foto do Arianna Dimicco

Com’è andata con Toni Servillo?

Benissimo. Toni è uno degli attori per cui ho iniziato a fare teatro. Avevo già lavorato con lui su un altro film, ma qui è stato ancora più bello perché tra i nostri personaggi c’era un rapporto molto intimo: stavamo tanto insieme sul set.

Ho capito davvero perché Paolo lavora sempre con lui. Toni è un attore magnifico, ma soprattutto ha un’umiltà straordinaria: è di una docilità incredibile, fa squadra, tratta tutti alla pari e nelle pause trova sempre il modo di alleggerire. È stato veramente bellissimo lavorare con lui, in un certo senso mi ha anche rimesso in contatto con il mestiere.

Approfondimento

I Presidenti della Repubblica al cinema, il Quirinale sullo schermo

Foto di Andrea Pirello

Nel rapporto con il Presidente sembra esserci un legame quasi filiale rovesciato, dove chi dovrebbe obbedire finisce per custodire l’altro.

Hai detto una cosa giusta: sembra quasi rovesciato. Mi rifaccio a quello che disse Toni la prima volta che ci siamo visti — è un rapporto padre-figlio, oppure maestro-discepolo.

C’è sempre un momento in cui il padre diventa fragile e il figlio deve diventare padre. La cosa più bella del personaggio è che non si permette mai di intervenire se non c’è una richiesta esplicita o un bisogno reale. In questo stare un passo indietro c’è un senso nobile del servire che abbiamo smarrito.

Per me era molto difficile da rendere perché il rischio è scomparire. Però proprio questa difficoltà mi ha affascinato e sono felice quando le persone mi dicono di aver percepito questa presenza silenziosa.

Approfondimento

La Grazia, Paolo Sorrentino e Toni Servillo raccontano il film. VIDEO

Foto di Andrea Pirello

Come hai preparato il ruolo?

Ho fatto tutto quello che potevo. Ho rivisto molto il cinema di Paolo, ho studiato, ma soprattutto ho fatto un lavoro emotivo molto forte con la mia coach.

Nel film ci sono rapporti interiormente molto intensi: per esempio quello con il cavallo — per un corazziere è quasi come perdere un figlio — oppure l’addio a una persona con cui si crea un legame affettivo profondo in un ambiente dove normalmente non succede.

C’era tanta emotività dentro, però sul set dovevo tenere tutto trattenuto. Questa è stata la difficoltà più grande: avere un mondo emotivo enorme e non mostrarlo apertamente. Paolo mi ha aiutato moltissimo proprio a trovare quella misura.

 

Come racconteresti La grazia a chi non conosce Sorrentino?

Direi che è un film che fa capire cos’è l’amore — l’amore con la A maiuscola, in senso lato.
L’amore si misura solo nel rapporto con la morte.

È la storia di un uomo molto rigido che verso la fine della sua vita riesce a cambiare, e si cambia solo per amore. Proprio per questo riguarda tutti: anche ragazzi giovani, che magari non pensi possano interessarsi a temi così.

Ti capita spesso di interpretare uomini delle istituzioni: è casuale o ti vedono adatto a quel tipo di ruolo?

Non lo so… l’altro giorno al bar del mio paese uno mi fa i complimenti per la carriera e quello accanto dice: “Ah, è il carabiniere di cui parlavi”.
Forse ho la faccia giusta. Però mi diverte: evidentemente risulto credibile in quei ruoli.

Quando hai capito di voler fare l’attore?

In realtà no, non è stato subito. Alle medie fui scartato perfino per il ruolo del secondo bravo — e da mia cugina, quindi ero proprio negato.

Poi a diciott’anni mi è cambiato tutto. Mi trovavo in un momento in cui non sapevo cosa fare, ho incontrato il teatro e ho visto un percorso esistenziale. Ho iniziato per quello: perché credo ancora che il teatro serva agli esseri umani per guarire i traumi personali e anche quelli della società.

Approfondimento

La Grazia, film di Paolo Sorrentino apre Mostra del Cinema di Venezia

Teatro, cinema e televisione: cambia il tuo approccio?

Il fondo è sempre lo stesso: trovare un aggancio con un personaggio, anche se è lontano da te, e permettere che ti cambi. Poi quel cambiamento lo restituisci a chi guarda, che sia in sala o davanti a uno schermo.

Le tecniche sono diverse, le difficoltà anche, ma la ricerca è identica.

Che mi racconti di The Tulse Luper Suitcase, Part 1:The Moab Story. Il tuo primo film con Peter Greenaway datato 2002?

Sì, ne ho diversi di ricordi… non sempre semplici.

Giravamo alla Villa Reale di Racconigi a gennaio, con un freddo terribile. La sera dentro un salone enorme con le finestre aperte: due attori americani erano seminudi sul marmo e il freddo faceva attaccare la pelle al pavimento.

Durante una pausa Greenaway si mise a fare una telefonata lunghissima mentre loro erano lì a terra congelati. A un certo punto iniziarono a ridere tra loro immaginando cosa stesse dicendo.
Per me fu una lezione enorme: la capacità di ironizzare nelle situazioni più dure del lavoro. Nel nostro mestiere succedono cose fisicamente e mentalmente molto pesanti, e se non impari a riderci sopra non sopravvivi.

Il ricordo di Romanzo Criminale - la serie e del personaggio di  Trentadenari?

Bellissimo. Prima di tutto per l’amicizia: siamo ancora legati tutti.
Stefano Sollima per me è stata una rivelazione e il lavoro sul personaggio è stato molto approfondito, anche perché veniva da un romanzo che avevo amato.

Ho potuto raccontare ambienti che purtroppo conoscevo. Oggi sembra quasi una favola, un mondo che non esiste più.

Il film Sulla mia pelle: responsabilità o interpretazione?

Lì è diverso: non è un servitore dello Stato ma un traditore dello Stato. Il servitore dello Stato serve i cittadini secondo la Costituzione, quell’uomo fa il contrario.

All’inizio avevo costruito delle idee, poi sul set ho capito che dovevo mettere a disposizione del film anche la parte più dura di me, la cattiveria che esiste in tutti noi. È il lavoro dell’attore: offrire anche ciò che fa male.

Quando un attore dice una cosa del genere spesso viene frainteso — è successo anche a Luca Marinelli parlando del peso morale di interpretare Mussolini — ma è un tema serio. Interpretare significa attraversare zone scomode senza diventare ciò che si rappresenta.

Insegni recitazione: che consiglio dai ai giovani?

Dico sempre di lasciar stare.
È una provocazione, come faceva Albertazzi: scoraggiare. Se quel no non ti ferma, allora è una necessità vitale. Altrimenti non vale la pena, soprattutto in questo paese dove il mestiere è difficilissimo.

Registi con cui vorresti lavorare?

Joachim Trier sicuramente, e anche Chloé Zhao.
Credo in un’arte che aiuti a guarire: non significa lieto fine, ma dare luce. L’arte nasce per questo.

Progetti futuri?

C’è un film in post-produzione, L’Invisibile, con Edoardo Leo e Fortunato Cerlino per Netflix: un thriller che ruota attorno al rapporto tra padre e figlia.

Poi sto cercando di tornare al mio progetto teatrale su Strindberg. Per me è l’equivalente teatrale di Sorrentino: un incontro quasi mistico.
L’ho scoperto prima come pittore a Parigi davanti a un quadro piccolissimo, poi studiandolo ho sentito un’affinità fortissima. Credo che non esista arte senza una dimensione spirituale: lui ci arriva dopo una vita di sofferenze trovando una pace finale.

Una responsabilità silenziosa

Se c’è un filo che attraversa la conversazione, è proprio questo: l’idea che il lavoro dell’attore non sia mai soltanto tecnica o mestiere, ma un attraversamento. Orlando Cinque parla di fede ritrovata, di padri, di responsabilità, di ruoli che obbligano a confrontarsi con la propria parte più fragile o più oscura. In La grazia questa tensione si traduce in una presenza trattenuta, silenziosa, ma interiormente attraversata da un mondo emotivo vasto.

Recitare, per Orlando , significa assumersi una responsabilità: entrare in zone complesse senza farsene travolgere, offrire qualcosa di sé senza smarrirsi. Non cercare l’effetto, ma la verità. Forse è questa la “grazia” di cui parla il film — e che, in modi diversi, sembra attraversare anche il suo percorso artistico.

Spettacolo: Per te