Send Help di Sam Raimi, recensione: Rachel McAdams tra commedia, horror e lotta di classe

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Dal 29 gennaio nelle sale italiane, il film segna il ritorno del regista a un horror-comedy fisico, crudele e politico. Ambientato su un’isola deserta, trasforma una dinamica aziendale fatta di soprusi e microviolenza in un duello per la sopravvivenza. Rachel McAdams e Dylan O’Brien si affrontano in una guerra di corpi e competenze, dove il ribaltamento dei ruoli non porta liberazione ma nuove forme di dominio. Un survival grottesco e spietato che usa il genere per parlare di lavoro, potere e controllo

Send Help non parte da un evento eccezionale, ma da una dinamica quotidiana: il lavoro. Sam Raimi prende il microcosmo aziendale — fatto di soprusi gentili, umiliazioni normalizzate e potere esercitato senza responsabilità — e lo trascina lontano dalla civiltà, su un’isola deserta della Thailandia dove le regole saltano ma gli istinti restano. È lì che il film trova la sua vera natura: non un semplice survival thriller, ma una favola nera sul controllo.

Linda Liddle è brillante, grandiosa con i numeri, ma invisibile. È quella con l’ascella pesante dopo otto ore di straordinari non pagati, il tramezzino al tonno che dorme il sonno dei giusti in un cassetto della scrivania, le scarpe ortopediche di foggia maschile che nessuno nota perché nessuno guarda davvero. Non è “Linda della contabilità”, come si ostinano a chiamarla: è strategia e pianificazione, ma il suo ruolo viene sistematicamente ridotto, semplificato, neutralizzato.

Bradley Preston è il suo capo: arrogante, impreparato, convinto che il comando sia una dote genetica. Sfoggia mocassini stilosi di pregio e un’autorità che non nasce dalla competenza, ma dalla posizione. Quando un disastro aereo li lascia soli al mondo, Raimi non azzera il conflitto: lo radicalizza. Perché anche senza uffici, badge e consigli di amministrazione, il potere cerca sempre una forma.

La commedia d’ufficio come horror sociale

La prima parte del film gioca apertamente con i codici della commedia aziendale, al punto da sembrare — per qualche istante — una di quelle rom-com da algoritmo e piattaforma: due cuori, una capanna, incomprensioni simpatiche e redenzione sentimentale all’orizzonte. Qualche anima bella e miope potrebbe persino inciampare nel trappolone.

Ma Raimi osserva l’ambiente di lavoro come un luogo ostile, saturo di microviolenza e maschilismo strutturale. Linda esiste solo in funzione del profitto altrui. Il suo talento viene usato, mai riconosciuto. La sua presenza è tollerata, mai rispettata. Bradley, invece, ignora perfino a quale direzione appartengano le persone che comanda. Non conosce ruoli, competenze, responsabilità. Conosce solo la gerarchia.

Poi arriva la frattura. Il disastro aereo è girato con un gusto apertamente sadico: corpi espulsi, ferite, morte improvvisa. È un passaggio brutale, ma necessario. Serve a spezzare il tono e a segnalare che il film sta cambiando pelle. Da qui in avanti, Send Help non sarà più una satira soft, ma un gioco al massacro. E Raimi è pur sempre il regista della trilogia de La casa.

Sopravvivere è una competenza (non un privilegio)

Sull’isola, il mondo si ribalta. Linda scopre di essere preparata. Non per vocazione eroica, ma per necessità. È una fan ossessiva di Survivor, certo, ma soprattutto è una donna che ha imparato a cavarsela da sola. Conosce a menadito flora e fauna dell’isola, sa osservare, adattarsi, resistere.

Bradley, invece, è inutile. Ferito, incapace, disorientato. Privato dei simboli del comando, resta solo il vuoto. Senza il contesto che lo proteggeva, la sua autorità evapora. Raimi costruisce qui il cuore del film: un duello etico prima ancora che fisico. Chi decide cosa è giusto quando nessuno guarda? Chi merita di comandare quando la competenza diventa l’unica moneta?

Linda non si limita a sopravvivere: prospera. E questo, lentamente, la rende pericolosa.

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Rachel McAdams, tra rivalsa e inquietudine

Rachel McAdams offre una delle prove più sorprendenti e scomode della sua carriera recente. L'Ex mean girl con il porro d’ordinanza sulla guancia intepreta Linda consapevole che non si tratta di unun’eroina positiva, né tanto meno del brutto anatroccolo che si trasfigura in cigno. È un personaggio ambiguo, capace di crudeltà, attraversato da un piacere oscuro nel ribaltamento dei ruoli. McAdams lavora per sottrazione, rendendo ogni scelta morale opaca, instabile.

Il suo corpo cambia: si irrobustisce, si adatta, prende spazio. Ma è una trasformazione che non libera, bensì complica. Raimi la filma con una distanza inquieta, senza mai offrirci una guida morale. Linda non chiede empatia: la mette alla prova.

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Dylan O’Brien e la miseria del potere

Dylan O’Brien accetta di vestire i panni di un personaggio odioso, in mocassini eleganti. Il suo Bradley è patetico, arrogante, infantile. Raimi si diverte a umiliarlo, a sottoporlo a prove di resistenza fisica e psicologica che smontano pezzo dopo pezzo la sua identità di capo. Eppure non lo trasforma mai in una caricatura.

Bradley resta un uomo mediocre con troppo potere. E proprio per questo è disturbante. Quando implora, mente, manipola, non sembra mai un villain da manuale, ma qualcosa di molto più riconoscibile. Raimi gioca continuamente sul filo tra punizione e compassione, senza mai sciogliere del tutto il nodo.

Corpo, disgusto e piacere: il Raimi che conosciamo

Visivamente, Send Help è un film diseguale ma coerente. Alcuni effetti digitali — in particolare una sequenza con un cinghiale — risultano meno incisivi rispetto alla brutalità artigianale del Raimi classico. Ma quando il regista torna ai suoi marchi di fabbrica — movimenti di macchina aggressivi, soggettive improvvise, gag corporee al limite del tollerabile — il film prende vita.

C’è sangue, vomito, avvelenamento, ferite esibite senza pudore. È un cinema che non chiede scusa, che cerca una reazione fisica nello spettatore. Raimi vuole far ridere e disturbare nello stesso istante. E spesso ci riesce.

Una commedia horror che sfocia in un gioco al massacro

Sotto la superficie grottesca, Send Help è un film profondamente politico. Parla di lavoro, di competenze negate, di privilegi che crollano appena il sistema smette di proteggerli. Parla di controllo, di consenso, di quanto sia sottile il confine tra giustizia e vendetta quando il potere cambia mano.

Il finale rifiuta qualsiasi forma di catarsi, e lo fa con una lucidità quasi crudele. Raimi non concede redenzione, né punizione esemplare, perché la morale è parte del problema. Quando il gioco si chiude, ciò che resta non è la giustizia, ma la gestione del potere: chi lo esercita, come lo esercita, e quanto rapidamente può assomigliare a ciò che detestava.

Qualcuno sopravviverà. Ma sopravvivere non equivale a essere nel giusto. Il film ha il coraggio di mostrare come la competenza, una volta trasformata in dominio, possa diventare indistinguibile dal privilegio che pretendeva di abbattere. Il ribaltamento dei ruoli non è una liberazione: è una replica, più consapevole, più efficiente, forse più spietata.

È qui che Send Help affonda il coltello. Perché suggerisce che il problema non sia chi comanda, ma l’idea stessa che qualcuno debba comandare. Raimi guarda lo spettatore senza ammiccare, senza offrire scorciatoie morali, e lascia una domanda aperta, scomoda: quando il potere cambia mano, cambia davvero natura?

Così Send Help si chiude come era iniziato: con un corpo sotto osservazione, una gerarchia invisibile che si ricompone e la sensazione che nessuno verrà davvero salvato. Un horror-comedy che usa il genere come un’arma impropria: non per rassicurare, non per educare, ma per ferire con precisione chirurgica. E ricordarci che, a volte, la sopravvivenza è solo un’altra forma di violenza.

Se Send Help fosse un cocktail

Se Send Help fosse un cocktail, si chiamerebbe Send No Help. Arriverebbe nel bicchiere con colori invitanti e profumo di frutta matura, promettendo dolcezza ed evasione, come l’isola thailandese su cui naufragano Linda e Bradley. Un rum ambrato invecchiato a suggerire una falsa idea di controllo, il mango a evocare l’illusione esotica del comfort, il lime a incidere subito dopo con una lama acida. Poi entra lo zenzero, caldo e resistente, e infine il colpo secco: un pizzico di peperoncino thai, lento, persistente, che brucia senza chiedere permesso. Sul bordo del bicchiere, il sale marino: il corpo, la fatica, la carne.

È un drink che all’inizio si beve con facilità, quasi con piacere, ma che stringe la gola sorso dopo sorso. Non rinfresca, non consola. Mette alla prova. Proprio come il film di Sam Raimi: seduce con il gioco del genere e con l’ironia, poi lascia in bocca un retrogusto piccante e crudele. Un cocktail che non chiede aiuto. E soprattutto, non lo offre.

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