Ben – Rabbia animale, recensione: uno scimpanzé killer in un horror teso e brutale
CinemaDal 29 gennaio al cinema in Italia, Ben – Rabbia animale è un horror compatto e brutale che trasforma uno scimpanzé domestico in una minaccia incontrollabile. Diretto da Johannes Roberts e interpretato da Troy Kotsur, il film mescola animal horror, slasher e tensione claustrofobica, rinunciando all’allegoria facile per puntare tutto su corpo, spazio e violenza. Una recensione di un’opera feroce che non cerca scuse né consolazioni
In Ben – Rabbia animale la violenza non arriva all’improvviso: è annunciata, osservata, preparata. Si deposita nello spazio, negli sguardi, nei silenzi. Quando esplode, non sorprende: conferma. Johannes Roberts costruisce un horror che non gioca a nascondino con lo spettatore, ma lo costringe a restare lì, davanti a un corpo animale che smette di essere addomesticabile e diventa un problema morale prima ancora che narrativo.
Dal 29 gennaio nelle sale italiane, Ben – Rabbia animale (titolo italiano di Primate) rivendica con decisione la propria natura di cinema di genere puro. Nessuna elevazione forzata, nessuna allegoria spiegata a voce alta, nessuna indulgenza psicologica. Solo una premessa semplice, quasi archetipica, e le sue conseguenze portate fino in fondo.
Una casa isolata, una famiglia fragile
La storia prende forma in uno spazio apparentemente protetto: una casa moderna e isolata alle Hawaii, sospesa tra lusso e vulnerabilità. Qui vive una famiglia segnata da un lutto recente, ancora incapace di ricomporsi. Ben, lo scimpanzé del titolo, non è un animale qualsiasi: è cresciuto in casa, è stato educato, amato, integrato come un membro della famiglia. Comunica, gioca, osserva. È stato, a tutti gli effetti, umanizzato.
Ed è proprio questa la prima crepa.
Quando Ben viene morso da un animale rabbioso e inizia a manifestare comportamenti anomali, il film evita qualsiasi scorciatoia simbolica. Non trasforma l’evento in metafora, non carica il racconto di spiegazioni superflue. Lascia che la situazione degeneri secondo una logica spietata, quasi naturale. L’orrore non nasce da un male astratto, ma da una serie di decisioni sbagliate, prese molto prima che la violenza esploda.
Non un mostro, ma una conseguenza
Uno degli aspetti più interessanti di Ben – Rabbia animale è il modo in cui costruisce il suo antagonista. Ben non è mai trattato come un villain in senso classico. Non c’è compiacimento nel renderlo malvagio, né la tentazione di demonizzarlo. Al contrario, il film insiste su un punto preciso: non è colpa sua.
Ben è fuori controllo, non cattivo. È il risultato di un confine superato con leggerezza: quello tra affetto e dominio, tra convivenza e appropriazione. L’horror di Roberts nasce qui, in questa zona grigia in cui l’amore per l’animale diventa presunzione.
È una scelta che rende il film più disturbante, perché sposta il disagio dallo schermo allo spettatore. Non c’è un colpevole facile, non c’è un nemico da odiare senza riserve. Solo una catena di cause ed effetti che conduce inevitabilmente al disastro.
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Regia e messa in scena: tensione senza respiro
Roberts dirige con un controllo rigoroso del ritmo. Ben – Rabbia animale dura meno di 90 minuti e non spreca nulla. La tensione nasce dalla gestione dello spazio: scale, corridoi, vetrate, terrazze diventano trappole narrative. Ogni ambiente è una possibile soglia di non ritorno.
Emblematica la lunga sequenza ambientata intorno alla piscina. L’acqua diventa una salvezza provvisoria, una zona di sicurezza che immobilizza i personaggi e li costringe all’attesa. Ben resta ai margini, osserva, studia. Non attacca subito. È un tempo sospeso che amplifica la tensione più di qualsiasi jump scare.
Johannes Roberts: dall’oceano alla gabbia domestica
Con Ben – Rabbia animale, Johannes Roberts torna a confrontarsi con un territorio che conosce bene: l’horror costruito attorno a un animale trasformato in minaccia. Prima degli scimpanzé, però, c’erano gli squali. Con 47 metri e 47 metri – Uncaged, Roberts aveva già dimostrato una particolare attitudine nel trasformare creature reali in dispositivi di tensione pura, lavorando meno sull’eccezionalità del mostro e più sulla gestione dello spazio, dell’attesa e dell’isolamento. Anche lì l’orrore nasceva da un errore umano, da una sottovalutazione, da un ambiente apparentemente controllabile che si rivelava ostile. Il passaggio dall’oceano alla casa isolata non cambia il metodo: cambia solo la gabbia. Gli squali attaccavano dal buio dell’acqua, Ben osserva dalla soglia. In entrambi i casi, la vera minaccia è la presunzione dell’uomo di poter dominare uno spazio che non gli appartiene.
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Il corpo dell’orrore
La violenza in Ben – Rabbia animale è frontale e spesso disturbante. Mascelle spezzate, corpi scaraventati, ossa che cedono. Ma non c’è gusto per l’eccesso fine a se stesso. Il gore ha una funzione precisa: ricordare che stiamo guardando corpi fragili contro una forza fisica superiore, non un gioco.
Fondamentale il lavoro sul personaggio di Ben, costruito attraverso una combinazione di performance fisica ed effetti pratici che restituiscono peso, presenza, imprevedibilità. Ben occupa lo spazio, impone una fisicità che mette a disagio. Non è spettacolare: è minaccioso.
Troy Kotsur e l’illusione del controllo
Nel cast spicca Troy Kotsur (Oscar come miglior non protagonista pe CODA - I Segni del cuore) nel ruolo del padre, figura che incarna più di chiunque altro l’illusione del controllo. La sua comunicazione, basata su gesti, sguardi e presenza fisica, rende il rapporto con Ben ancora più ambiguo: non c’è distanza verbale, non c’è filtro, solo un corpo che cerca di governarne un altro. Il silenzio non è un limite, ma una forma di autorità fragile, che funziona finché l’animale accetta di riconoscerla. Quando questo equilibrio si spezza, il film mostra con crudezza quanto il controllo umano sia sempre stato una concessione, mai un diritto. Kotsur restituisce questa tensione senza enfasi, facendo del corpo — più che della parola — il luogo in cui l’illusione di dominio prende forma e inevitabilmente crolla.
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Johnny Sequoyah e Jessica Alexander: Scream Queen a confronto
Nel ruolo di Lucy Pinborough, una delle proprietarie di Ben e sorella maggiore di Erin, Johnny Sequoyah porta in scena una fragilità trattenuta che funziona più per sottrazione che per enfasi. Ex enfant prodige passata attraverso serie come Believe e Dexter: New Blood, Sequoyah evita qualsiasi deriva da scream queen automatica e costruisce il personaggio sul senso di colpa, sull’assenza, su uno sguardo che arriva sempre un attimo dopo. Lucy è il personaggio che torna quando ormai è tardi, e l’attrice riesce a rendere credibile questa posizione scomoda, fatta di esitazioni e tentativi di rimediare. In un film che lavora molto sul corpo e sulla reazione fisica, Sequoyah regge bene il peso emotivo del racconto senza mai sovraccaricarlo. Accanto a lei, Jessica Alexander dà a Hannah – amica e rivale, presenza irritante e necessaria – una ruvidità funzionale al meccanismo del film: personaggi che sembrano sacrificabili ma che, nel caos, rivelano una lucidità inattesa.
Un horror senza consolazioni
Ben – Rabbia animale non offre redenzioni né morali rassicuranti. Quando la violenza esplode, lo fa perché non c’erano alternative. E quando tutto finisce, resta una sensazione di vuoto, non di catarsi.
È un film che ricorda allo spettatore una verità semplice e scomoda: non tutto può essere controllato, non tutto può essere amato senza conseguenze. Alcuni confini esistono per essere rispettati, non superati.
Perché vederlo
Perché è un horror onesto, che sa esattamente cosa vuole essere.
Perché prende un sottogenere spesso considerato minore e lo tratta con rigore formale.
Perché rinuncia alle scuse per puntare tutto su corpo, spazio e tensione.
Ben – Rabbia animale non chiede di essere interpretato a tutti i costi.
Chiede solo di essere guardato. E resistito.
E quando si esce dalla sala, resta una paura precisa:
non quella della scimmia,
ma quella di aver pensato di poterla controllare.