La scelta di Joseph, recensione: Vincent Lindon al volante di un dilemma morale
CinemaDal 29 gennaio al cinema in Italia, La scelta di Joseph è un thriller morale in tempo reale che affida a Vincent Lindon un intenso one man show. Remake di Locke, il film diretto da Gilles Bourdos segue un uomo solo al volante, intrappolato tra lavoro, famiglia e una colpa improvvisa. Distribuito in Italia da Wanted Cinema, è un dramma essenziale che trasforma una notte in un viaggio interiore, interrogando responsabilità, mascolinità e peso delle scelte
Per 77 minuti Vincent Lindon resta chiuso dentro un’auto. Non esce, non cambia spazio, non concede tregua allo spettatore. La scelta di Joseph è un film che si affida interamente al tempo reale e al volto del suo protagonista, trasformando un viaggio notturno in un’esposizione progressiva della colpa, della responsabilità e della paura di scegliere. Tutto passa attraverso il telefono. Il telefono, la tua voce, recitava un celebre spot degli anni Ottanta: qui quella voce diventa l’unico contatto possibile con il mondo, una linea fragile che tiene insieme lavoro, famiglia, passato e presente mentre l’asfalto scorre sotto le ruote.
Come in La Voix humaine di Jean Cocteau, il dialogo è un monologo spezzato, una relazione fatta di assenze più che di presenze. Joseph Cross guida e parla, parla e guida, mentre ogni telefonata scava una crepa nella sua identità di uomo “solido”. Il tempo, in questo film, è relativo: tutto accade in una sola notte, ma quella notte contiene un’intera vita che rischia di franare.
Dal grattacielo al sottosuolo
Joseph sogna un grattacielo che rubi un angolo di cielo. Una titanica colata di cemento, una scala verso il paradiso professionale, il coronamento di una carriera costruita sulla precisione e sull’affidabilità. Ma mentre il cantiere resta fuori campo, la corsa in macchina si trasforma lentamente in un viaggio all’inferno. Più l’auto avanza, più Joseph scende. Il rischio non è solo perdere il lavoro o la reputazione, ma veder crollare la famiglia, smarrire il senso stesso di ciò che lo ha tenuto in piedi fino a quel momento.
Diretto da Gilles Bourdos, La scelta di Joseph è il remake di Locke, ma ne sposta il baricentro emotivo. Rispetto a Tom Hardy, Lindon porta con sé un’età diversa, un corpo segnato, una stanchezza che pesa. Ma in un film che si consuma nell’arco di una notte, l’età diventa un dettaglio: ciò che conta è la stratificazione, la storia che il volto si porta addosso. Il tempo biologico si piega al tempo morale.
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Padri, fantasmi, normalità impossibili
Sotto la superficie del thriller morale, La scelta di Joseph lavora su una frattura più profonda: l’idea che basti un solo errore perché tutto collassi. Tu fai solo un errore e l’universo collassa addosso, perché c’è un’enorme differenza tra mai e una sola volta. È questa la vertigine che attraversa Joseph Cross lungo la sua corsa notturna. Non la colpa in sé, ma l’impossibilità di ridurla a incidente, di archiviarla come eccezione. Quel “una sola volta” diventa un punto di non ritorno, una crepa che riscrive retroattivamente tutta una vita.
In questo spazio si affaccia il fantasma del padre, presenza muta e shakespeariana con cui Joseph dialoga senza mai nominarla apertamente. La paura più grande non è perdere il lavoro o la famiglia, ma scoprire di assomigliare a ciò da cui credeva di essersi emancipato: un uomo che ha fallito nel momento decisivo. È qui che il film interroga la mascolinità come costruzione fragile, fondata sul controllo e messa in crisi quando il controllo si rivela un’illusione.
Joseph prova allora ad aggrapparsi a brandelli di normalità: una birra ingollata di nascosto con un collega, una partita di calcio seguita a distanza, una rimonta insperata grazie a una giocata, inaspettata e da fuoriclasse di Diallo. Ma sono tregue brevi, quasi infantili, che il film lascia emergere per poi dissolvere. Perché la realtà torna sempre a bussare, puntuale, dall’altra parte del telefono.
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Siamo le nostre scelte
Vincent Lindon regge il film con una recitazione fatta di sottrazioni. Il suo volto è un campo di battaglia silenzioso, attraversato da esitazioni, micro-sussulti, respiri che si interrompono. Joseph non chiede empatia, non cerca assoluzione. È un uomo che continua a guidare anche quando capisce che non esiste una via indolore. La scelta di Joseph non offre soluzioni, ma insiste sulla domanda: cosa significa fare la cosa giusta quando tutte le opzioni comportano una perdita?
Dal 29 gennaio al cinema in Italia, il film di Bourdos si impone come un’opera tesa e introspettiva, più interessata all’etica che allo spettacolo. Alla fine, Joseph resta fermo a un semaforo davanti a un ospedale. Il mondo intorno sembra crollare. Non vediamo nulla di clamoroso: tutto è filtrato attraverso una babele di voci, un’epifania di chiamate al cellulare, intervallate dalle sirene di un’ambulanza. Ci siamo solo noi, con tutte le nostre scelte e con tutti i nostri sbagli. Perché, anche quando restiamo immobili, siamo sempre ciò che decidiamo di essere.