La stanza di Mariana, il film evento per il Giorno della Memoria

Cinema

In uscita al cinema come film evento da oggi sino al 29 gennaio (distribuito Movies Inspired) La stanza di Mariana di Emmanuel Finkiel racconta l’Olocausto dal punto di vista di un bambino nascosto in una stanza di un bordello. Tratto dal romanzo Fiori nelle tenebre di Aharon Appelfeld, il film sceglie l’intimità, il silenzio e lo sguardo infantile per restituire la memoria della Shoah senza retorica né spettacolarizzazione

C’è un modo di raccontare la Shoah che non passa attraverso l’orrore mostrato, ma attraverso l’orrore percepito. La stanza di Mariana, il nuovo film di Emmanuel Finkiel, appartiene a questa linea fragile e necessaria del cinema della memoria: quella che restringe il campo, riduce lo spazio, abbassa il volume, e affida tutto allo sguardo. In uscita nelle sale italiane come film evento nei giorni 27, 28 e 29 gennaio 2026, in occasione del Giorno della Memoria, il film è tratto dal romanzo Fiori nelle tenebre di Fiori nelle tenebre, edito in Italia da Guanda, e distribuito da Movies Inspired

Uno sguardo bambino, un mondo fuori campo

Il protagonista è Hugo, un bambino di dodici anni costretto a trascorrere oltre un anno nascosto in una stanzetta segreta all’interno di un bordello, mentre fuori infuria la Seconda guerra mondiale. Il mondo, per lui, arriva filtrato: attraverso fessure nel legno, rumori ovattati, voci spezzate, passi improvvisi. Finkiel costruisce il film interamente su questo scarto tra dentro e fuori, tra ciò che è visibile e ciò che resta immaginato. L’Olocausto non è mai spettacolo: è una presenza che preme, che incombe, che si avverte senza essere mostrata.

È una scelta precisa, radicale, che traduce in immagini la lezione letteraria di Aharon Appelfeld, autore sopravvissuto alla Shoah, fuggito da un campo di sterminio nazista e capace, nei suoi romanzi, di raccontare la guerra come un’esperienza interiore prima ancora che storica. Fiori nelle tenebre non è un libro sull’orrore, ma sulla sopravvivenza emotiva; il film ne raccoglie l’eredità con 

LONDON - DECEMBER 9:  The prison uniform of Auschwitz survivor Mr Leon Greenman, priosoner number 98288 is displayed on December 9, 2004 at the Jewish Museum in London, England. Mr. Greenman O.B.E age 93 and a British citizen, spent three years of his life in six different concentration camps during World War II and since 1946 he has tirelessly recounted his life through his personal exhibition at the museum where he conducts educational events to all age groups. January 2005 will be the 60th anniversary of the liberation of the extermination and concentration camps, when survivors and victims who suffered as a result of the Holocaust will commemorated across the world. (Photo by Ian Waldie/Getty Images)

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Mariana: protezione, ambiguità, resistenza

La stanza che dà il titolo al film è quella di Mariana, interpretata da Mélanie Thierry, già protagonista per Finkiel de Il dolore, tratto da Marguerite Duras. Mariana è una figura complessa: donna, lavoratrice del sesso, protettrice, rifugio umano in un luogo che mescola vita e morte, desiderio e paura. Tra lei e Hugo nasce un legame fatto di silenzi, attenzioni minime, piccoli gesti quotidiani che diventano atti di resistenza.

Il film non idealizza questo rapporto, né lo semplifica. Al contrario, lo lascia vivere nelle sue ambiguità, restituendo tutta la fragilità di un affetto che nasce in condizioni estreme. Accanto a Thierry, il giovane Artem Kyryk costruisce un personaggio fatto di ascolto e immobilità, di attesa e paura trattenuta. È un cinema che chiede allo spettatore di rallentare, di osservare, di abitare il tempo.

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Lingue, corpi, autenticità

Uno degli elementi più forti del progetto, come emerge anche dalle note di produzione, è la scelta linguistica. Finkiel decide di girare il film nelle lingue originarie della storia: ucraino, tedesco, yiddish. Una scelta che non è solo filologica, ma politica e poetica: restituire alle voci il loro peso storico, evitare ogni appiattimento. Le riprese, inizialmente previste in Ucraina, sono state poi spostate in Ungheria per ragioni legate all’attualità, ma mantenendo un cast in larga parte ucraino e un forte legame con i luoghi evocati dal romanzo.

Anche la messa in scena lavora per sottrazione. La fotografia di Alexis Kavyrchine privilegia interni claustrofobici, luci naturali, ombre morbide. La stanza diventa un microcosmo, un rifugio e una prigione, un ventre e una bara. Fuori, la Storia avanza; dentro, il tempo sembra sospeso.

Emmanuel Finkiel e il cinema della memoria

Con La stanza di Mariana, Finkiel prosegue un percorso coerente nel suo cinema, già segnato da opere come Voyages, Non sono un bastardo e soprattutto Il dolore. È un autore che lavora sulla memoria non come ricostruzione, ma come ferita aperta, come esperienza che continua a interrogare il presente. Qui, scegliendo il punto di vista di un bambino e uno spazio ridottissimo, radicalizza ulteriormente il suo sguardo.

Il risultato è un film che non cerca il consenso facile, non alza mai la voce, non indulge nella commozione programmata. Un’opera che chiede rispetto, attenzione, silenzio.

Un film evento necessario

Distribuito nelle sale italiane solo 27, 28 e 29 gennaio 2026, La stanza di Mariana si inserisce nel calendario del Giorno della Memoria con una proposta diversa, rigorosa, profondamente cinematografica. Non è un film “didattico”, né un racconto illustrativo dell’Olocausto. È, piuttosto, un’esperienza di prossimità: costringe lo spettatore a restare chiuso in quella stanza, a condividere l’attesa, la paura, la speranza minima.

In un tempo in cui la memoria rischia di diventare rituale, Finkiel sceglie la strada più difficile: quella dell’intimità. Ed è proprio da lì, da una stanza nascosta, che il film riesce a parlare con forza al presente.

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