28 Anni Dopo - Il Tempio delle Ossa, recensione di un horror rituale e politico

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Con 28 Anni Dopo - Il Tempio delle Ossa, Nia DaCosta spinge la saga nata da Danny Boyle e Alex Garland verso una dimensione radicale e disturbante: non più solo sopravvivenza, ma ideologia, culto, teologia deviata. Tra il medico umanista interpretato da Ralph Fiennes e il fanatismo sadico di Jack O’Connell, il film trasforma l’horror in un’indagine sull’uomo, sulle sette e sulla violenza scelta come linguaggio. Al cinema in Italia dal 15 gennaio, il quarto capitolo della serie è un'opera  feroce, cupa, beffarda

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa: Un mondo che non finisce, ma muta

Nel cinema post-apocalittico c’è sempre un equivoco di fondo: l’idea che la fine del mondo coincida con la fine delle strutture morali. 28 Anni Dopo -  Il Tempio delle Ossa smentisce questa illusione con una crudeltà lucidissima. Il mondo non è finito. È mutato. Ha cambiato pelle, linguaggio, simboli. E soprattutto ha trovato nuove religioni. In sala dal 15 gennaio, un sequel che abbacina per potenza e ironia, come i versi cantati dai Coil nel brano Ostia: “Throw His Bones Over the White Cliffs of Dover”.

Il secondo capitolo della nuova trilogia ambientata nell’universo di 28 Days Later non si limita a proseguire la narrazione: la deforma, la contamina, la rende più inquietante perché più consapevole. Nia DaCosta prende l’eredità di Danny Boyle e Alex Garland e la spinge in un territorio dove la paura non nasce più soltanto dall’infezione, ma dalla scelta. Dalla volontà. Dal culto.

Non sono più gli infetti a fare davvero paura. Sono gli uomini. Sicché il terrore che il film genera non è mai esplosivo, ma persistente: si insinua sotto pelle, rallenta il respiro, costringe lo spettatore a restare in uno stato di allerta scomoda, come se ogni scena potesse improvvisamente diventare irrimediabile. Senza appello.

Un sequel diretto, una ferita ancora aperta

Il Tempio delle Ossa è il sequel diretto di 28 Anni Dopo e ne raccoglie le conseguenze narrative, emotive e simboliche senza alcuna intenzione riassuntiva o rassicurante. Il film riparte esattamente da dove il capitolo precedente si chiudeva: da una ferita ancora aperta, da un’umanità già incrinata.

Ritroviamo Spike, più grande e più solo. Ritroviamo il dottor Kelson, custode di un’idea di umanità che resiste anche quando tutto invita alla resa. E soprattutto ritroviamo Jimmy Crystal, figura che nel film precedente appariva come una minaccia latente, un’ombra finale, e che qui diventa il centro ideologico del racconto. Non più semplice antagonista, ma incarnazione di un mondo che ha scelto la violenza, la mistificazione e il culto come nuova grammatica morale.

Se 28 Anni Dopo era un racconto di formazione dentro l’apocalisse, Il Tempio delle Ossa ne è la deformazione adulta: il momento in cui l’innocenza è definitivamente perduta e ogni scelta pesa come un atto politico.

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Jimmy Crystal, profeta nato dal trauma

Jimmy Crystal non nasce mostro. Lo diventa nel punto esatto in cui infanzia, fede e violenza collassano in un’unica immagine. Un bambino chiuso in casa, la televisione accesa sui Teletubbies come ultimo rifugio di normalità, e il mondo che irrompe a colpi d’ascia, di urla, di sangue. L’apocalisse non arriva come concetto, ma come esperienza domestica. Da lì in poi, nulla si separa più: il gioco, la preghiera, il massacro.

A incarnare questa frattura è Jack O’Connell, che costruisce Jimmy come una presenza inquietante prima ancora che come un antagonista. Il padre non oppone resistenza: interpreta. Legge l’infezione come rivelazione, come Giudizio, come chiamata. La croce d’oro passa di mano in mano come un testimone maledetto. Jimmy fugge, ma porta con sé quel gesto, quella resa sacralizzata. Anni dopo, quella croce è ancora lì, capovolta, trasformata in segno identitario. Non memoria, ma dottrina.

Attorno a lui prende forma una comunità che non crede: replica. I Jimmy non seguono, imitano. Si moltiplicano come maschere di un’identità spezzata, cancellando ogni differenza. Parrucche bionde, tute sgargianti, un’estetica infantile fossilizzata nel momento esatto della catastrofe. Un sabba perpetuo

Il riferimento a Jimmy Savile — icona mai smascherata in questo mondo alternativo — aggiunge un cortocircuito ulteriore: Jimmy Crystal indossa simboli mostruosi senza sapere che lo siano. Per lui sono reliquie. È così che il film affonda il colpo: mostrando un male che non si trasmette per contagio, ma per simboli non decifrati, per immagini lasciate marcire.

Jimmy non è infetto. Ed è proprio questo a renderlo intollerabile. La violenza, in lui, non esplode: si organizza. Diventa linguaggio, promessa, comando. Si offre a Spike con un sorriso, con l’illusione dell’amicizia, ma dietro quella cordialità c’è una legge semplice e definitiva: chi non aderisce, si sacrifica. In Il Tempio delle Ossa, Jimmy Crystal non è un demonio evocato dall’apocalisse, ma la sua forma più coerente. Un uomo che ha scelto cosa adorare — e ha deciso di non voltarsi più indietro.

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Spike e l’adolescenza come campo di battaglia

Al centro del conflitto si muove Spike, interpretato da Alfie Williams, vero asse emotivo del film. La sua adolescenza non è un passaggio, ma una trincea. Crescere in un mondo senza futuro significa scegliere chi diventare senza modelli, senza promesse, senza perdono.

Spike è il personaggio che più di tutti incarna la domanda chiave del film: è possibile restare umani quando tutto ti spinge a diventare altro? La sua oscillazione tra l’attrazione per il carisma distruttivo di Jimmy e la calma etica di Kelson è il vero motore drammatico del racconto.

Non è una lotta tra bene e male. È una lotta tra senso e abisso.

Cinema ipnotico, destabilizzante, sacrilego

Il Tempio delle Ossa è cinema ipnotico e destabilizzante, capace di rendere terrificanti persino le creature dell’immaginario infantile. Nulla è innocente. Nemmeno i Teletubbies, il cui balletto si trasforma in un sabba grottesco, in una parodia satanica della televisione per bambini. Il film si diverte – con una ferocia lucida – a sparigliare le carte, a ribaltare i concetti, a contaminare ciò che dovrebbe rassicurare.

I Jimmy e la loro stirpe dannata incarnano questo rovesciamento. Parrucche slavate, stoppose, deliberatamente inguardabili, che rimandano alla figura di Jimmy Savile. Lord Jimmy li chiama le dita: tute colorate in poliestere, un’estetica da carnevale terminale. Sono children of the corn riveduti e corretti in chiave post-apocalittica, con i volti devastati da cicatrici, segnati da infiniti scontri all’arma bianca. Non mostri sovrannaturali, ma corpi che hanno fatto della violenza un linguaggio quotidiano.

La carità che diventa tortura

In questo universo pervertito, anche il concetto di carità viene ribaltato fino a trasformarsi in tortura. Un gesto che rimanda a un girone infernale più che a un atto di misericordia. Persino le parole si contaminano: camicia diventa sinonimo di orrore, di scorticamento, di pelle strappata. Ci sono momenti in cui lo sguardo vorrebbe distogliersi non per ciò che viene mostrato, ma per ciò che viene significato: una nausea morale, più che visiva, che nasce dal vedere concetti come carità e salvezza ridotti a strumenti di umiliazione e dolore.

Una coroncina da reginetta si trasforma nel simbolo di un ballo satanista. Una collana con la croce rovesciata disegna un anticristo white trash, tanto grottesco quanto coerente. È un cinema che lavora sui dettagli, perché il diavolo – o chi per lui – abita lì.

Eppure, in mezzo a questo immaginario infernale, esplode un’ironia ferocissima, nera più della pece. L’invocazione “Padre, perché mi hai abbandonato?” ritorna nel finale in forma ancora più beffarda, svuotata di ogni residuo di redenzione. Gli adoratori del vecchio caprone fanno paura proprio perché ignoranti, perduti, simili a seguaci di un Aleister Crowley giulivo e analfabeta: non comprendono il male che evocano, lo praticano per riflesso.

Kelson, l’umanista nel cuore di tenebra

Di contro, Kelson (uno strepitoso Ralph Fiennes) appare come la controparte lucida e benevola del colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Ma, a differenza di lui, non si è lasciato contaminare dal cuore di tenebra. Non si limita a osservare l’orrore: cerca l’unico amore possibile nell’apocalisse, nel crepuscolo di un’umanità ormai ridotta a homo homini lupus.

È l’unico a porsi la domanda proibita: che cosa vedono davvero gli infetti, per essere così violenti e aggressivi? In un mondo che ha perso l’umanità, Kelson resta l’unico umanista. Il rapporto con Samson, l’alfa sedato con un cocktail di morfina e oppiacei, rilegge il mito del buon selvaggio in chiave tragica e post-umana. Qui l’etica non è un sistema, ma un gesto minimo, ostinato, quasi disperato.

La musica come contaminazione finale

Geniale l’uso della musica anni Ottanta, completamente decontestualizzata e proprio per questo devastante. I Duran Duran irrompono come una ferita pop tra Rio e Girls on Film, mentre Number of the Beast diventa il cuore pulsante di una delle sequenze più indimenticabili del film. La colonna sonora non accompagna: contamina. Profana. Amplifica. Il risultato è uno straniamento continuo, quasi ipnotico, in cui nulla sembra più appartenere al proprio contesto originario: l’infanzia diventa minaccia, il soundtrack si trasfigura in dissacrante sacrilegio, e lo spettatore resta sospeso in un territorio emotivo instabile, senza più coordinate rassicuranti.

Un orizzonte che si riapre

E quando, sullo sfondo, si profila il ritorno di Cillian Murphy nel ruolo di Jim, Il Tempio delle Ossa spalanca nuovi orizzonti. Non è nostalgia. È stratificazione ulteriore. È la promessa di un incubo che non vuole  e non può ancora chiudersi.

L’horror come giudizio universale

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa è un horror che osa pensare, un film che non consola ma interroga.. Come diceva Il grande Lucio Fulci. «Il genere horror è un cinema soprattutto di idee».

Un lungometraggio che profana l’infanzia, rovescia il sacro, trasforma la carità in tortura e l’ironia in lama. Nia DaCosta firma il capitolo più oscuro e radicale della saga: un’opera che guarda l’abisso senza arretrare e ci chiede, con spietata lucidità, che cosa scegliamo di adorare quando non resta più nulla da salvare. Né nessuno.

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