L'Arminuta, la recensione del film in prima tv su Sky Cinema

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Alessio Accardo

Dal regista di "Figli", Giuseppe Bonito, l’emozionante pellicola vincitrice del David di Donatello per la sceneggiatura non originale, tratta dal romanzo best seller di Donatella Di Pietrantonio, vincitore del Premio Campiello 2017. Estate 1975. In prima tv su Sky CInema Due,  domenica 19 giugno

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Il regista di Pulce non c’è e Figli, Giuseppe Bonito, adatta per il grande schermo il romanzo che ha vinto il Premio Campiello 2017 L’Arminuta, unico film italiano in selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2021, dal 19 giugno sui canali Sky.

Quante volte è stato portato al cinema di recente l’Abruzzo? Non moltissime, vengono in mente La guerra degli Antò di Riccardo Milani o L’orizzonte degli eventi di Daniele Vicari. È un dialetto ostico, l’abruzzese, e per nulla allettante, tuttalpiù comico; non fa nulla per sedurti. È duro, spigoloso; niente a che vedere con la levigatezza del napoletano o con la corriva sgangheratezza del romanesco, no: il dialetto abruzzese è bello di una bellezza difficile a scoprirsi, ostica e ostile, proprio come L’Arminuta di Giuseppe Bonito, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, che ha vinto il Premio Campiello 2017. Un film (e un libro) fondato su di un potente scavo etno-antropologico, non per tutti ma da non perdere per tutti quelli che non considerano il cinema un mero fenomeno di intrattenimento, nel senso più superficiale del termine. Un cinema che si prende i suoi tempi, ma ne fa l’uso migliore.

 

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Comincia in medias res il film di Bonito. La protagonista, che nel film non ha un nome proprio e nei credits è semplicemente definita “arminuta” (che in dialetto abruzzese vuol dire la “ritornata”), viene accompagnata dal padre adottivo a bordo di un’alfetta rosso bordeaux a casa della sua famiglia biologica. Un incipit subito eloquente, che stabilisce immediatamente le coordinate temporali (si capisce che siamo nel bel mezzo degli anni ’70) e quelle socioeconomiche (il proletariato agrario\contadino). Il resto lo racconta il primo piano del volto terreo di Sofia Fiore, la fulva debuttante che ci dice tutto il disagio e lo sgomento di trovarsi in un accidente così insolito.

A completare il quadro, l’ingresso in campo del corpo cereo e flaccido del bravissimo Fabrizio Ferracane (il padre biologico della protagonista), che continua a raccontare lo squallore e la durezza che propone alla protagonista la sua nuova\vecchia vita. Un’interpretazione sublime quella dell’attore siciliano - ancora una volta, dopo quella che nel 2019 gli valse il Nastro d’argento come miglior attore non protagonista per Il traditore di Marco Bellocchio - fatta solo di silenzi abissali, di furia paterna e maledizioni lanciate contro il cielo quando il plot raggiungerà l’acme del dramma famigliare.

Questa la trama: una ragazzina di tredici anni è costretta all’improvviso, e senza che gliene venga fornita alcuna motivazione, ad abbandonare la famiglia con cui è sin qui cresciuta, e al contempo la condizione agiata di un ménage medio-borghese; per ricongiungersi alla famiglia in cui è nata, passando d’emblée da un mondo moderno e ricco a una realtà rurale e ancora arcaica. Un mondo pre-capitalista, rude e feroce, nel quale le donne giocavano ancora un ruolo subalterno; e che qui hanno il volto soprattutto della attrice salentina, Vanessa Scalera, che per questa parte ha ottenuto una meritatissima candidatura come miglior attrice non protagonista agli ultimi David di Donatello. È la madre biologica della protagonista, sorta di mater dolorosa sempre intenta a sbrigare quelli che prima della rivoluzione sessuale erano considerati “mestieri” esclusivamente muliebri, spicciare casa e allevare figli, con una smorfia di patimento impressa perennemente sul viso. Un viso anch’esso arcaico, quasi da realismo socialista sovietico.

Dopo il prologo, ecco la cinepresa scoprire l’abbrutimento della povertà, raffigurata da una camerata buia e triste dove la nutrita famiglia trascorre la notte (squallida quasi come quella da bolgia infernale di Brutti, sporchi cattivi); che costringe l’”arminuta” a dormire “coccia piedi” con la sorellina, “sennò nun c’entremo”, come le certifica quest’ultima con gelide parole, appena stemperate dall’ironia cui induce il registro dialettale. Ma di parole, tutto sommato, nel film se ne sentiranno poche, essendo la pellicola fatta più di gesti e di sguardi che di dialoghi; di ambienti dimessi e sporchi come il bagno, pieno zeppo di incrostazioni giallastre, che la ragazzina è costretta a cercare di pulire, quasi una sorta lavacro alla rovescia per accedere alla sua nuova condizione sociale.

Ma lo sprofondamento è troppo ripido per una bambina di tredici anni (come la sindrome da abbandono degli affetti materni) e il prezzo da pagare è l’enuresi notturna o la perdita di sensi. Oppure l’indifferente sbigottimento di chi è chiamata a fare l’esperienza del sesso in modo ferino, persino barbarico date le circostanze.

 

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Un racconto scabro e asperrimo, quello che ci propone Bonito, brullo come le terre che lo abita; in cui trovano spazio persino echi da tragedia greca o da poetica dei “vinti” di tradizione verista. Uno stile démodé nel quale la colonna sonora è impreziosita da eloquenti silenzi siderali. Un cinema nostalgico delle stagioni gloriose in cui le storie regionali sapevano conquistare i palmares internazionali: vengono in mente alla rinfusa titoli immortali come Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta, Padre padrone dei fratelli Taviani o L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Ma è anche una storia di emancipazione e riscatto sociale, più che di speranza. Dunque, una storia politica e in definitiva catartica.

Nei panni dell’”arminuta”, l’esordiente Sofia Fiore: bravissima nel suonare tutte le corde della pensosa compunzione. La madre adottiva, Adalgisa, è la lanciatissima Elena Lietti (era nel cast de Le otto montagne, appena passato trionfalmente al Festival di Cannes; e sarà in quello dell’attesissimo Siccità di Paolo Virzì). Merita una menzione anche Carlotta De Leonardis, che interpreta la sorellina, Adriana: già capace di cadenzare perfetti tempi comici, facendo suonare questo dialetto negletto meglio di un toscano qualunque.

L’autrice del romanzo di partenza, Donatella Di Pietrantonio, si è anche occupata di tradurlo in immagini, curando la sceneggiatura assieme a Monica Zapelli. Il copione è stato insignito del David di Donatello 2022 nella categoria “Miglior sceneggiatura non originale”.

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